Mauro Felicori: «Con Bonaccini e la cultura combatterò le diseguaglianze»

Ecco cosa ha in mente il possibile assessore alla cultura della Regione: «Emilia – Romagna terzo polo dell’industria culturale italiana anche per dare lavoro». Il ruolo delle biblioteche

Mauro Felicori

Mauro Felicori

redazione 16 gennaio 2020
Stefano Miliani

A capo della lista “Bonaccini presidente” in corsa per le elezioni regionali in Emilia-Romagna di domenica 26 gennaio si colloca un uomo di cultura che punta sulla cultura, fatto già di per sé poco frequente nell’agone elettorale: è Mauro Felicori. Bolognese del 1952, docente, saggista, dirigente culturale, è approdato alle cronache nazionali per aver diretto la Reggia di Caserta come museo autonomo dal 2015 fino al giorno del pensionamento, nel 2018. Nella reggia campana ha portato i visitatori da 400mila a 800mila e ha scatenato polemiche da un lato per il suo approccio attento al marketing, dall’altro per la contestazione, singolare, di alcuni sindacati che lo accusarono di “lavorare troppo” in ufficio dalla mattina presto fino a sera tardi.

La sua biografia su wikipedia registra tra l’altro, oltre alla laurea in filosofia all’Alma Mater bolognese, l’aver diretto nel 1988 la Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa Mediterranea, l’essere stato capo di gabinetto del sindaco Walter Vitali dal 1993 al 1999 e, dal 2011 al 2015, ha condotto il Dipartimento economia e promozione della città, “occupandosi sempre di politiche giovanili ma anche di sviluppo delle produzioni artistiche, turismo e marketing territoriale, networking europeo”. Se Bonaccini con il centro sinistra vince, dovrebbe essere Felicori l’assessore alla cultura. E a suo parere se il voto fosse sulla buona amministrazione, non ci sarebbe partita, la vittoria del centro sinistra sarebbe in tasca. Ma il significato politico nazionale mette tutto in forse.

Felicori, innanzi tutto lei cosa ha in programma per l’Emilia Romagna, quali sono i suoi punti cardine?
Sappiamo che Milano e Roma concentrano il 90% dell’industria culturale italiana tra tv, editoria, cinema, audiovisivo. La nostra regione, grazie all’università e a una certa tradizione, ha sviluppato un forte sistema formativo: basti pensare al Dams, ai conservatori e all’Accademia di belle arti: è un tessuto produttivo piccolo ma diffuso. Bologna è una città degli esordi dove gli artisti si formano e iniziano ma poi questo sistema non riesce a diventare industria, ad avere una struttura commerciale adeguata. Quindi il mio discorso punta sull’Emilia Romagna come terzo polo dell’industria culturale italiana partendo dai nostri punti di forza. Chiaramente nello spettacolo dal vivo abbiamo una forte tradizione operistica e sinfonica e la pensiamo come attività notturna per il cittadino ma un’impresa come il Teatro Comunale bolognese ha 300 dipendenti. In questo discorso l’orchestra del Comunale può diventare di importanza europea: come da 30 anni il nostro teatro va in Giappone così può andare in India, Russia, Stati Uniti, America latina. Allora avremmo bisogno di due orchestre.

Ma c’è stata l’Orchestra Mozart nata nel 2004, per la quale si spese tra altri Claudio Abbado.
Era un bel tentativo, un progetto singolo ben finanziato ma scritto sull’acqua: ho in mente più un percorso di arti che crescono in maniera sostenibile come filiere, la strada è quella.

Per i musei?
Si sa che i beni culturali in Italia hanno un rendimento economico pari a zero: ciò vuol dire che non producono lavoro di qualità. Allora se i musei, oltre che essere luoghi di collezione di opere, diventano luoghi dove con il digitale e con le persone si fanno esperienze culturali entusiasmanti, allora lì c’è lavoro per registi, sceneggiatori, guide e altre professionalità. E questo riguarda le città che con il digitale possono diventare città che parlano a tutti. Quindi ribadisco: il primo punto è fare dell’Emilia Romagna il terzo polo delle arti nel Paese.

Alla Reggia di Caserta ha portato più visitatori ma anche polemiche. Per esempio la foto quell’uomo seduto su un leone di marmo sullo scalone per un allestimento scatenò un putiferio. Come intende combinare tutela e diffusione dell’arte?
Furono polemiche infondate mai basate su dati di fatto. Quel caso fu una festa matrimoniale e si trattò di un fioraio senza scarpe, mentre lì i turisti stanno in piedi sullo scalone ogni giorno. Chi ha polemizzato non ha visto nulla di persona, ha visto solo la foto e quelle polemiche furono strumentali per colpire il progetto di valorizzazione della Reggia casertana. E ricordo che se si va sul sito della reggia di Versailles, viene voglia di sposarsi lì. In tutti i palazzi reali europei ci si può sposare, solo a Caserta è considerato sacrilegio.

Quale taglio culturale immagina per la Regione emiliano-romagnola? Le biblioteche, per dire, sono essenziali.
Esiste il grandissimo tema del digitale che le cambia. Il sapere era condensato nei libri di carta, oggi è condensato in file digitali a cui si accede attraverso la rete. Questo cambiamento mette in discussione le tecnicalità delle biblioteche ma non il loro senso: sono luoghi che a fianco delle scuole dove fare istruzione formale, sono dedicate alla diffusione della cultura nella popolazione, tra le persone al di là di genere e redditi. A parte quelle storiche le biblioteche vanno ripensate più che come deposito di libri come piattaforme di accesso alla conoscenza.

In che senso?
Che oggi si impara a scuola, domani la biblioteca ti aiuta a fare quel salto e ti prende per mano. Finora al di fuori della scuola non ci sono istituzioni preposte alla formazione extra scolastica per adulti, per ragazzi espulsi dalle scuole, per anziani. Le biblioteche possono svolgere meglio questo ruolo con un matrimonio con il mondo digitale anziché difendersene con le nostalgie per la carta: la capisco ma con le nostalgie non si costruisce il futuro.

Per le zone di provincia e le periferie a cosa pensa, per la cultura? Lì un tempo la sinistra stravinceva e oggi invece va meglio nei centri storici più benestanti.
La sinistra ha pensato che cultura come tale è una buona cosa ed è vero, ma organizzare la cultura può riprodurre le diseguaglianze. Invece organizzarla in modo da combattere le diseguaglianze culturali è il mio punto politico principale: far sì che la cultura contrasti le diseguaglianze. È lo stesso discorso della scuola che riproduce diseguaglianze quella che si diceva “scuola di classe”. Non lo si dice più ma lo è e invece proprio la scuola resta uno dei pochi strumenti per superare la divisone feudale delle classi. Anche la cultura comincia a far questo: un museo non deve essere un luogo frustrante dove chi non è istruito pensa “non è per me”. Al contrario musei, biblioteche, teatri devono prendere per mano le persone meno istruite e mostrare loro quanto la cultura può essere appagante. Quindi alla mia politica culturale do un’impronta classista molto forte. Pensiamo a questo aspetto applicato anche agli immigrati: nessuno o quasi si chiede cosa può fare il sistema per gli immigrati ma se diciamo che devono conoscere la cultura italiana ed europea chi lo deve fare? Per me devono pensarci anche i musei, non solo la scuola.

A suo parere cosa ha fatto la giunta Bonaccini per la cultura di positivo e dove va corretto il tiro?
Ha fatto varie cose fondamentali: prima di tutto ha triplicato le spese della cultura mentre in Italia da 30 anni quando va bene quelle spese sono confermate o vengono tagliate. È un punto molto importante. Poi Bonaccini ha cominciato a coniugare cultura ed economia: la politica culturale è parte della cultura economica e industriale, ha fatto buone leggi sul cinema, sulla musica in senso produttivo e industriale. E il governatore ha fatto un’altra cosa meravigliosa.

Quale?
Una legge sulla memoria. Su questa se sarò assessore vorrò lavorare molto. A Bologna mi sono occupato per anni di cimiteri. Soprattutto sulla memoria del XX secolo c’è spazio per un lavoro enorme con i musei, le biblioteche, le università, le scuole. Comunicare la storia fuori dalla propaganda e in modo piacevole è una grande sfida. Bonaccini lo ha fatto. La regione è rimasta più indietro nei beni culturali ma è solo l’inizio.

Sempre su Bonaccini: dicono tutti che ha operato molto bene però non basta, pesa il voto nazionale infatti è Salvini a fare campagna elettorale più della Borgonzoni. Come risponde?
Il voto regionale è politico come lo era quello provinciale. L’unico voto realmente amministrativo è quello sui Comuni. Se il giudizio fosse solo sulla buona amministrazione e sui programmi in Emilia Romagna non ci sarebbe gara; oltre tutto Bonaccini porta un buon bilancio in tempi di grandi crisi, ha difeso il patrimonio regionale mentre il centro destra non ha un programma. Però questo voto è carico di significati politici nazionali per cui l’esito non è sicuro.