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Il diario di Andrea, giovane fiorentino, corso con le Misericordie ad aiutare i profughi

Dalla "Mercafir" con due camion e altri mezzi hanno percorso 1700 chilometri per raggiungere la meta. All'andata portavano 24 quintali di merci, al ritorno hanno portato in Italia 30 ucraini

Il diario di Andrea, giovane fiorentino, corso con le Misericordie ad aiutare i profughi
in foto i volontari delle misericordie Toscane

redazione

21 Marzo 2022 - 14.17


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di Vittoria Maggini

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Gli atroci eventi che si svolgono in Ucraina per mano della Russia hanno sconvolto il mondo intero. Da più di due settimane, ogni giorno sui social siamo sovraesposti a notizie, foto, video, che raccontano ciò che sta accadendo in maniera talmente dettagliata che ci sembra di esserne testimoni diretti. Invece, non potremmo essere più lontani dalla realtà che il popolo ucraino sta vivendo. Ad aiutarmi a capire, è stata la testimonianza di un caro amico fiorentino che, ad appena 24 anni, ha deciso di partire con il convoglio organizzato dalle Misericordie della Toscana e raggiungere il confine tra Polonia e Ucraina.

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Nei giorni prima della partenza, le singole Misericordie hanno raccolto molte donazioni e beni di prima necessità, che poi hanno trasportato dai coordinamenti territoriali al centro logistico allestito dalla Federazione regionale delle Misericordie della Toscana e dal Coordinamento delle Misericordie dell’Area Fiorentina negli spazi messi a disposizione dalla Mercafir (Mercato agroalimentare di Firenze). Qui, le donazioni sono state suddivise per categorie e imballate: tra i beni più preziosi i medicinali, l’abbigliamento (per adulti e bambini), coperte e beni alimentari (anche per gli animali).

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Chiamato alla Mercafir per aiutare a preparare il convoglio, il mio amico Andrea ha deciso che voleva fare qualcosa di più, “ciò che sta accadendo in Ucraina è troppo vicino a noi. Di solito non abbiamo modo di fare molto in queste situazioni, io però volevo fare qualcosa e appena ho saputo dell’iniziativa delle Misericordie ho subito fatto richiesta, non importa quando potesse essere rischioso. Se ci pensi, il rischio che posso avere io a portargli del bene è sicuramente minore rispetto a quello che stanno subendo loro nelle proprie case”, mi ha detto.

Per partire con il convoglio, bisognava essere iscritti alla Misericordia, ma non solo. Di volontari che si sono offerti di partecipare all’iniziativa ce ne sono stati molti, tuttavia sono stati scelti in pochi, “Non è un’impresa facile, sono più di 1700 km solo ad andare, bisogna saper stare per tutto il tragitto raggruppati ed essere consapevoli di ciò che stiamo facendo. Non è il classico primo soccorso. Quelli con più responsabilità sono gli autisti, che devono essere in grado di guidare abilmente in un paese straniero e per molte ore. Personalmente, sono stato utile nel viaggio per tre motivi: ero uno dei pochi a parlare inglese, ho avuto esperienze di logistica per carico, scarico e trasporto merci, ed ero uno dei più giovani”. 

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Il convoglio era formato da due camion e 12 mezzi, in cui all’andata sono stati caricati circa 24 quintali di merci, mentre al ritorno i pulmini hanno trasportato 30 profughi ucraini. La colonna mobile è partita la mattina dell’11 marzo da Firenze con una quarantina di volontari a bordo. 

“Ho fatto il primo tratto di strada, fino a Venezia, su uno dei camion grandi. L’autista che lo guidava mi ha spiegato che pur avendo partecipato in precedenza ad altre iniziative simili, mai avrebbe immaginato di dover portare beni primari in un paese dove c’è la guerra. Il secondo tratto l’ho fatto su uno dei pulmini della Misericordia. Pensa – mi ha detto – che uno dei volontari ha guidato da Firenze a Dorohusk, sul confine tra Polonia e Ucraina, senza fare cambio con nessuno e con poche ore di riposo, una persona incredibile. È stato un viaggio lungo: i camion sono lenti e riuscire a tenere il convoglio unito è complicato. Per ogni pausa, anche piccola, dovevamo fermarci tutti”. Gli ho chiesto cosa gli frullasse per la testa durante queste ore, mi ha risposto che non sapeva cosa aspettarsi e nonostante la stanchezza era forte la voglia di arrivare e dare una mano.

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Alle 5.30 del mattino sono arrivati in albergo per una breve pausa. Le stanze non bastavano, perciò alcuni volontari hanno dormito nei sacchi a pelo, se li avevano. Alle 8.30 sono ripartiti per raggiungere il centro di smistamento merci di Lublino (Polonia), “La comunità di volontari al centro di smistamento veniva da tutto il mondo. Una delle coordinatrici era canadese”. Mentre i camion erano arrivati a destinazione, i pulmini sono ripartiti per Dorohusk, stavolta a prendere le persone. 

Rispetto al centro di smistamento di Lublino, moderno e ben organizzato, la situazione alla frontiera è completamente diversa, “è stato il momento più difficile, quello che abbiamo visto andava oltre ogni nostra immaginazione”, mi ha raccontato Andrea, “gli aiuti in Ucraina arrivano da molte parti del mondo, mi aspettavo che in un luogo dove arrivano costantemente migliaia di persone al giorno ci fosse un’accoglienza più attenta, invece non è così. Solo tre o quattro volanti della polizia, scarsa illuminazione, qualche gazebo che mette a disposizione cibo, acqua, coperte, vestiti e giocattoli, e molto freddo. Le persone che arrivano vengono da una situazione traumatica. Alcuni hanno perso la famiglia, altri sono malati, hanno camminato per giorni con temperature sotto lo zero solo per raggiungere la frontiera”. 

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“Vedevi negli occhi delle persone la situazione dalla quale stavano scappando, la frontiera è il punto più vicino alla guerra, a ciò che quotidianamente da qualche settimana sentiamo in televisione. È stato un momento molto forte, lo ha reso reale”. 

Tra i profughi c’erano donne, bambini, anziani, persone con malattie croniche e persone con disabilità. Gli uomini devono rimanere in Ucraina a combattere. Una volta arrivate alla frontiera, le persone lasciano i dati dei propri documenti e vengono smistate. Se non hanno nessuno da cui andare, vengono mandati in alberghi, conventi, campi profughi. “Le persone che arrivano sono, oltre che esauste, completamente traumatizzate. Il pericolo più grosso è che, prese dalla disperazione, pur di avere un passaggio che le porti lontane da quell’incubo, possano finire in macchina con qualcuno che non gli vuole fare un favore”.

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Al ritorno, hanno portato una ventina di profughi tra donne e bambini. Andrea ha coordinato una spedizione composta da cinque pulmini trasportatori e un pick-up che faceva da apri strada, “Molti dei volontari sono rimasti là dormire mentre io e i ragazzi che mi hanno accompagnato avevamo ancora abbastanza energie per tornare indietro. Inoltre, le persone che abbiamo caricato ci stavano aspettando da tutto il giorno, al freddo, alcune stavano male, dovevamo portarle in Italia quanto prima.  Tra queste c’era una bambina di 8 anni che probabilmente aveva un’infezione gastroenterica, è stata male per tutto il viaggio di ritorno. Un’altra bambina era paraplegica e non è stato facile trovarle una sistemazione che la facesse stare comoda per 25 ore di viaggio”.

Riguardo i profughi, Andrea mi ha detto: “Inizialmente gli faceva paura qualsiasi cosa. Provavamo a fargli capire che eravamo lì per dargli una mano, ma erano così traumatizzati che durante gli smistamenti avevano il terrore di non salire sui pulmini ed essere abbandonati lì”. 

Ha concluso: “Arrivati a Firenze, quando abbiamo lasciato l’ultima famiglia, una madre con la figlia piccola, vedere la gioia nei loro occhi al sapersi finalmente al sicuro in un posto dove non dovevano più scappare e la gratitudine che ci hanno dimostrato è stato talmente forte che in quel momento i dolori fisici della stanchezza sono scomparsi”.

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