John Smolens: “Racconto un massacro americano perché non si ripetano gli errori del passato”

Con “Il giorno dei giorni” lo scrittore tesse la trama di un thriller che prende le mosse dal primo attentato negli Stati Uniti compiuto 1927. Protagonisti quattro bambini 

John Smolens

John Smolens

Redazione 3 gennaio 2021
di Rock Reynolds

Lo avevamo lasciato alle prese con il suo bel noir psicologico Margine di fuoco, ambientato nel nord del Michigan, ed è di nuovo in quella terra isolata e fredda che   lo ritroviamo con il suo nuovo lavoro, Il giorno dei giorni (Mattioli 1885, traduzione di Seba Pezzani, pagg 288, euro 18).
John Smolens, nativo del Massachusetts ma adottato a pieno titolo da Marquette, cittadina universitaria sul Lago Superiore, torna con un romanzo storico di straordinaria attualità, non solo per via della recente occupazione militare del campidoglio di Lansing da parte di un nutrito manipolo di facinorosi della destra evangelica, ma soprattutto per la bomba esplosa qualche giorno fa a Nashville, un episodio di terrorismo interno ancora non chiarito.
Il giorno dei giorni, infatti, ricostruisce attraverso gli occhi di Bea, giunta ormai alla fine del suo percorso terreno, l’oscura vicenda di quello che pare essere stato il primo atto di terrorismo interno nella storia degli Stati Uniti: la bomba fatta esplodere da un benestante contadino il 18 maggio 1927 nella scuola di Bath, Michigan, per ragioni che Smolens cerca di sviscerare. Lo sguardo sempre meno disincantato della piccola Bea racconta la distruzione della scuola e lo sgomento dell’intera comunità, rappresentata mirabilmente attraverso un campionario di personaggi interessantissimi, a partire da Andrew Kehoe, l’attentatore. La leggerezza dei dialoghi in quello che è, fondamentalmente, un romanzo di formazione – forma letteraria in cui gli americani sono maestri – fa girare rapidamente le pagine, ricordandoci che oggi più che mai la storia rischia di ripetersi. Non servono, talvolta, grandi motivazioni socioeconomiche per far tracimare il vaso della follia e John Smolens lo sa bene. Le sue risposte alle nostre domande sono lucide e disincantate.

Com’è venuto a conoscenza di questa vicenda?
Bath è la cittadina rurale una quindicina di chilometri a nord di Lansing, capitale del Michigan, vittima del cosiddetto massacro della scuola. Ne ho sentito parlare per la prima volta dopo aver iniziato a insegnare alla Michigan State University, nel 1985, e Il giorno dei giorni prende le mosse da quell’episodio.
Quanta storia e quanta invenzione ci sono nel suo libro?
Malgrado si tratti di un romanzo, si basa su documenti storici. Mentre lo scrivevo, ho letto articoli di giornali e riviste e resoconti estrapolati da diari e memoir e sono pure stato diverse volte a Bath. Ricostruire i fatti è stata una bella sfida perché le varie fonti non sempre concordano. Ho fatto del mio meglio per creare una storia in grado di narrare con precisione gli eventi che portano a quel terribile giorno di maggio e a ciò che seguì. I protagonisti del mio romanzo sono quattro bambini, ma il ruolo principale lo recita Beatrice Marie Turcott, un’anziana donna che ricorda i giorni passati alla scuola di Bath. Ci sono anche insegnanti, amministratori, poliziotti e altre autorità intervenute quel giorno. E c’è Andrew Kehoe, l’uomo che piazzò decine di chili di dinamite nella scuola e nella sua fattoria. In questo sta la difficoltà (e la bellezza) di scrivere un romanzo basato su eventi storici: i fatti che raccogli e gli aspetti romanzeschi finiscono per essere inseparabili. Ho utilizzato molti dettagli tratti dai documenti storici: il clima, l’aspetto della città di Bath, la reazione della gente all’attentato. Gli anni Venti furono un decennio particolare, con cambiamenti significativi nello stile di vita della gente, a partire dalla crescente diffusione del motore a scoppio e dell’elettricità, cose su cui ho dovuto fare approfondite ricerche.
C’è un motivo per cui i suoi romanzi raccontano sempre il passato?
Man mano che invecchio, apprezzo sempre più il valore della storia. Adoro leggere la storia italiana, anche se questo non mi rende un esperto! Penso che il confine tra passato e presente non sia così marcato. Lo trovo consolante. Tendiamo a dire cose come, “Il passato tende a ripetersi” e “Dovremmo imparare dal passato”. È vero. Tuttavia, sapere che una certa cosa si è verificata nel passato non implica che si possa evitare di ricommettere lo stesso errore. Succede nelle nostre vite individuali e, su scala più ampia, nella società. Leggere i libri di storia non ha mai impedito a una nazione di andare in guerra. L’America è un paese giovanissimo rispetto all’Italia e la nostra storia non vanta migliaia di anni, come succede alla storia dell’Europa. Da quando sono stato in Italia per la prima volta – ho tenuto un corso a Macerata – ci sono tornato almeno otto o nove volte. Adoro l’architettura, l’arte, il fatto che ogni strada abbia una patina di antichità. Noi americani possiamo solo guardare a qualche centinaio d’anni fa, quando i primi coloni europei giunsero in quella che ora è nota come America. Immagino che per il lettore italiano eventi avvenuti 93 anni fa non siano realmente “storia”: a Bath vive ancora qualche superstite di quell’attentato. Ma, per gli americani, un secolo è tanta roba.
Se dovesse indicare ai suoi lettori italiani un buon motivo per cui leggere il suo nuovo romanzo, cosa direbbe?
Negli ultimi trent’anni, abbiamo assistito a tanti atti di violenza contro i bambini. Bombe, sparatorie, accoltellamenti: ci sono episodi etichettabili come di matrice politica e altri come gesti perpetrati da persone mentalmente instabili. Ogni tanto, qualcuno allude al fatto che si tratti di un aspetto del mondo moderno, come se vivere su questo pianeta possa spingere qualcuno a voler fare del male alle persone innocenti, soprattutto ai bambini. Ma la storia ci dice altro. La bomba nella scuola di Bath resta il peggior attentato di quel tipo nella storia americana. Morirono 38 bambini e 6 adulti e molti altri restarono menomati o feriti, cifre superiori a qualsiasi altro attacco ai danni di una scuola americana. Spero che il lettore italiano veda questo romanzo come un tentativo di collegare quell’incidente del passato con quello che le notizie oggi ci raccontano fin troppo spesso. Non intento dire che il fatto che sia successo quasi un secolo fa possa essere di conforto, ma credo che non vada perso di vista il fatto che la popolazione di Bath reagì all’attentato, facendo il possibile per aiutare le persone coinvolte direttamente nel massacro: aiutandoci a vicenda, possiamo sopravvivere a eventi terribili. Mi sento di aggiungere qualcosa sulla notizia di un pesante ordigno esploso a Nashville, Tennessee, nel giorno di Natale. Non si sa ancora molto sull’autore dell’attentato o l’eventuale movente, ma pare che si tratti dell’ennesimo attentato suicida. Forse si può tracciare un parallelo tra la bomba fatta esplodere da Andrew Kehoe e i fatti di Nashville. Kehoe non si limitò a piazzare dell’esplosivo nella scuola ma lo fece pure nella sua fattoria. I resti di sua moglie vennero rinvenuti tra le macerie fumanti. La polizia trovò sulla staccionata intorno alla casa pure un cartello recante la scritta: Criminali si diventa, non si nasce. Immagino che Kehoe fosse convinto che i fallimenti e le delusioni della sua vita giustificassero il gesto criminale così orribile che avrebbe commesso. Se non fosse morto nell’esplosione, sarebbe stato portato in tribunale e ritenuto in grado di intendere e di volere. La sua scelta consapevole di uccidere se stesso e di distruggere la vita di altri è il supremo gesto di disperazione.

Che sensazioni ha sullo stato attuale del suo paese?
Non saprei nemmeno da dove cominciare. Servirebbe una risposta lunga e complicata. Indipendentemente dalla posizione politica di ognuno, credo che si possa tranquillamente dire che Donald Trump ha evidenziato quanto profonde siano le divisioni in America. Divisioni che non ha creato lui: semmai, le ha portate alla luce e le ha sfruttate per il suo tornaconto politico. Ha contribuito a definirle, talvolta esprimendole in un inglese scadente, a tratti incomprensibile. La domanda è: e ora che si fa? Come si reagisce? Le divisioni continueranno a esistere? Si accentueranno al punto da non esserci una sola speranza di riconciliazione e unità? Mi auguro certamente di no. La direzione intrapresa dalla nostra nazione mi preoccupa tanto, ma sono pure felice che un numero sufficiente di elettori abbia deciso di non concedere un altro mandato a questo presidente. Ciò che si è verificato nelle settimane successive alle elezioni è davvero fastidioso. Il nostro paese – per quanto complicato e imperfetto – è sopravvissuto nella storia grazie alla sua capacità di rispettare la costituzione, il sistema legale e i principi democratici. I tentativi di ribaltare il responso delle urne non hanno precedenti e rivelano quanto sia fragile la democrazia. Spero solo che gli americani capiscano che in futuro dovranno essere pronti ad altre sfide simili.
Lei ha scritto un romanzo su una epidemia. Che sensazioni ha avuto quando si è reso conto di aver affrontato un argomento balzato agli onori delle cronache?
Il mio romanzo Quarantine, del 2012, prende le mosse da una misteriosa febbre che nell’ultimo decennio del XVIII secolo scatenò un’epidemia letale in Massachusetts. Sono cresciuto in quella zona del paese e ci trascorro tuttora una parte dell’anno, dato che mia moglie insegna in un’università dalle parti di Boston. La pandemia da Covid-19 ha generato nuovo interesse per il romanzo e giornali, riviste e, addirittura, programmi televisivi ne hanno parlato. Era da anni che la scienza ci avvertiva del rischio di virus letali e del fatto che una crisi planetaria del genere fosse solo questione di tempo. Ed eccoci qui: il virus ha alterato drammaticamente il nostro stile di vita. Molto di quello che descrivo in Quarantine sta succedendo ora. C’è chi approfitta della catastrofe, arricchendosi con la vendita di forniture essenziali, cibi, medicine e altre cose sul mercato nero, e c’è chi ha un atteggiamento responsabile e aiuta i moribondi, spesso a proprio rischio e pericolo. Mia moglie Ellen (una professoressa specializzata in arte rinascimentale italiana) e io intendevamo trascorrere l’autunno del 2020 in Italia, dove lei avrebbe svolto delle ricerche e dove io speravo di poter promuovere Il giorno dei giorni. Non vediamo l’ora che le cose migliorino, per poter tornare in Italia e camminare sulle sue antiche strade, una sensazione che ci fa sempre sentire giovani e vivi. Ce lo diciamo tutti i giorni: torneremo. Credo che tutti noi dobbiamo solo ricordarcelo: torneremo.