Così il fascista Salazar perse il potere: Marco Ferrari ci narra il suo epilogo surreale

Pubblichiamo un brano da “L’incredibile storia di António Salazar, il dittatore che morì due volte”, sugli ultimi anni di vita del capo del regime portoghese

Il dittatore Antonio Salazar

Il dittatore Antonio Salazar

redazione 29 luglio 2020
Per oltre quarant’anni il Portogallo è stato retto da una dittatura, la più longeva d’Europa. Alla sua guida António de Oliveira Salazar, uomo complesso e dalle mille contraddizioni. La storia degli ultimi due anni di questo regime è una vicenda romanzesca ma assolutamente reale narrata nel libro “L’incredibile storia di António Salazar, il dittatore che morì due volte” di Marco Ferrari edito da Laterza (186 pagine, 18,00 euro, Ebook 9,99 euro). L'autore aveva già ambientato in Portogallo il suo romanzo più noto, "Alla rivoluzione sulla Due Cavalli" da cui ha tratto la sceneggiatura del film omonimo vincitore del Festival di Locarno 2001.

Dagli anni Trenta di Hitler, Franco e Mussolini, oltre i Beatles e i Rolling Stones, fino agli anni Settanta: tanto durò il regime dittatoriale di António Salazar in Portogallo. Nato nel 1889 e morto nel 1970, ex seminarista, autore di un sottile sistema di repressione, si salvò dalla seconda guerra mondiale dando le basi delle Azzorre agli alleati e vendendo materie prime ai nazisti, creò duri penitenziari in isole remote e fortezze medioevali, trasformò Lisbona in una città di spie. Resse, fino alla fine, un immenso impero coloniale che andava dalla Guinea al Mozambico, da Timor Est a Macao finché il suo modello fascista e corporativo non venne travolto dalla Rivoluzione dei Garofani del 1974 che riportò Lisbona in Europa. Nell’anno in cui tutto avvenne, il 1968, Salazar cadde dalla seggiola del callista e batté la testa. I danni cerebrali che seguirono l’operazione indussero il presidente della Repubblica a provvedere alla sua sostituzione. In realtà, sebbene riacquistasse lucidità a tratti, nessuno osò mai confessargli che era stato defenestrato. Così, per due anni, andò in scena la finzione del potere con riunioni ministeriali, visite di Stato e soprattutto un sistema informativo fatto su misura per lui: interviste televisive e radiofoniche e copie uniche del suo quotidiano preferito “Diário de Notícias”. Una vicenda assieme tragica e surreale. La racconta, con un tono avvincente, Ferrari, scrittore ligure amante delle terre di confine e di mare dove sa sempre intrecciare con sapienza la storia collettiva ai destini individuali, la quotidianità alla politica, dove affianca a una lettura introspettiva delle persone ai fatti che stravolgono o condizionano paesi interi. Con un passato da giornalista dell’Unità, l’autore conosce a fondo il Portogallo, la sua cultura, le sue atmosfere; ha scritto tra l’altro romanzi come “Tirreno”, “Sostiene Pereira”, “I sogni di Tristan” sull’isola sperduta in mezzo all’Atlantico di Tristan de Cunha e le sue storie. Da “L’incredibile storia di António Salazar, il dittatore che morì due volte” pubblichiamo le pagine iniziali su gentile concessione dell’autore e dell’editore.

Marco Ferrari: Il callista che fece crollare l’impero

L’impero cadde per colpa di Augusto Hilário, un semplice e umile callista. La sua esistenza non si era discostata di un millimetro dalle solite abitudini sino alla mattina del 3 agosto 1968, un anno pieno di avvenimenti che per nulla al mondo stavano smuovendo il sonnecchiante Portogallo. Quel sabato pareva un giorno normale, il sole si era alzato alle 5 del mattino, i giornali parlavano della Primavera di Praga, Tom Jones annunciava un suo concerto a Lisbona, partiva la linea telefonica automatica tra la capitale e Faro, il più vecchio emigrante portoghese in Brasile visitava la madrepatria, a Ponta Delgada si tenevano i funerali del dottor Francisco Luís Tavares, uno dei costituenti della Repubblica, il Comando delle forze armate in Guinea portoghese annunciava duri scontri con 18 morti tra gli oppositori e cinque tra i soldati dell’esercito lusitano. Altri annunci di soldati morti in combattimento apparivano sui giornali: il furiere António do Nascimento Pires Quintas di Bragança e il soldato Álvaro Alberto Conceição Teixeira di Lisbona in Mozambico; Ernesto Jesus Duarte di Vila do Conde e Raul Joaquim Costa di Lisbona in Angola, il comandante André Rodrigues Pinto di Resende in Guinea.
Verso le 8 del mattino di quel giorno un’auto della presidenza del Consiglio si era fermata a Rua do Carmo a Lisbona per prendere un uomo «elegante, alto, magro». Era Augusto Hilário, che per eredità era diventato l’infermiere callista del Presidente del Consiglio. Suo padre era di Viseu e aveva studiato nella stessa scuola di Salazar. Quando morì, lasciò a suo figlio lo studio e il prezioso cliente. Venuto a mancare il padre, Salazar aveva instaurato con Augusto la stessa intimità, fatta di chiacchiere, silenzi e attimi di fiato sospeso, soprattutto quando il podologo infilava le forbici nelle dita del primo ministro.
Il callista e il dittatore, non era un rapporto facile. Scavando nelle fosse dell’alluce, il callista poteva anche stuzzicare antichi ricordi e ombrose omertà. La loro era una relazione consolidata, visto che si incontravano ogni tre settimane. Questa periodicità non era un capriccio di regime, ma una necessità fisica del dittatore. Da giovane, Salazar si era rotto il piede destro e non si era mai ripreso. Le sue ossa erano fragili, si formavano calli che gli facevano male. Per questa ragione indossava stivali da bambino molto raffinati, una caratteristica che avrebbe portato gli avversari del regime a chiamarlo con un certo disprezzo O Botas (Stivali).

L’auto si mosse con rapidità nel centro, ma poi incappò nelle code di quanti si recavano al mare verso le spiagge di Oeiras, dell’Estoril e di Cascais. Arrivando al Forte di Santo António da Barra, all’Estoril, Augusto Hilário salutò la guardiania, spinse la porta di legno e ferro, si fermò un attimo nella hall a osservare l’azulejo che conteneva estratti del poema Os Lusíadas su ogni parete, poi salì una prima rampa di scale e poi un’altra. Girò a destra e attraversò il lungo corridoio con il soffitto a volta che divide le due ali del forte. Nell’area conosciuta come «Arca di Noè», Salazar era solito leggere libri e giornali, pranzare e ricevere i visitatori. Il podologo aprì la quarta porta a sinistra ed entrò in una grande stanza chiamata «guardaroba», divisa da un arco e con armadi dipinti di bianco su ogni parete. A destra c’era un angolo in cui Dona Maria de Jesus Caetano Freire, la governante storica, cucinava per il primo ministro. Augusto posò la valigetta e iniziò a preparare gli strumenti per il trattamento di pedicure curativo.
In quel momento Salazar, al primo piano del forte, stava infilandosi il suo vestito di lino bianco. Lasciò la stanza, percorse un breve corridoio, scese due rampe di scale, attraversò l’Arca di Noè, entrò nella stanza in cui si trovava Augusto, lo salutò e gli chiese di passargli i giornali che avevano inviato dal palazzo presidenziale, tra i quali c’erano il «Daily News» e «The Ball State Daily», anche se lui preferiva il «Diário de Notícias», il suo quotidiano prediletto da decenni, da quando aveva concesso la sua prima intervista a un foglio nazionale. Per un disguido burocratico, invece, i documenti presidenziali non erano ancora pronti quando l’auto si era mossa dalla capitale, tanto che giunsero al forte solo in tarda mattinata. In ogni caso, non c’era tempo per parlare di musica, teatro o spettacoli al São Carlos, come al solito.