Houellebecq: con il virus dai 70 anni in su non valiamo più, siamo come morti

La vita, scrive lo scrittore francese in una lettera, ha cambiato valore con l’età. E il mondo non migliorerà

Michel Houellebecq

Michel Houellebecq

redazione 5 maggio 2020
«Mai prima d’ora avevamo espresso con una sfrontatezza così tranquilla il fatto che la vita di tutti non ha lo stesso valore; che a partire da una certa età (70, 75, 80 anni?), è un po’ come se si fosse già morti». A “redigere” questa riflessione, che non è un romanzo o un film distopico quanto un registrare una realtà agghiacciante, è Michel Houellebecq, il 64enne scrittore francese tra i più noti e discussi letterati al mondo. Adesso è protagonista di una campagna mediatica orchestrata con accuratezza, oggi 5 maggio, curiosamente a 199 anni dalla morte del cittadino d’Oltralpe più noto nella storia, Napoleone.

Si parla di campagna mediatica perché lo scrittore, nato nel 1956, pubblica una sua lettera-articolo sugli effetti della pandemia su Radio France Inter  e più testate vi si fiondano sopra: fin qui ci sta perché il romanziere saggista è tra gli autori e polemisti più noti. Editorialmente parlando è curioso che in Italia le due principali testate concorrenti abbiamo entrambi il testo di Houellebecq, affidato a due loro traduttori di fiducia diversi: Stefano Montefiori per il Corriere della Sera (a pagina 21), Fabio Galimberti per Repubblica a pagina 30, nelle pagine culturali. L’Ansa da parte sua la lettera e rilancia la frase in cui lo scrittore manifesta il suo scetticismo sulle capacità di migliorarsi del genere umano: «Non credo alle dichiarazioni del tipo “nulla sarà mai più come prima”». «Il mondo sarà uguale (solo un po’ peggiore)» titola il quotidiano di via Solferino evidenziando come per il romanziere il Covid19 sia un «virus banale», «neanche trasmissibile per via sessuale: insomma, un virus senza qualità».

Del documento houellebecquiano uno dei passaggi più divertenti riguarda la scrittura (che, ricorda, si pratica da soli, da eremiti o quasi) e il camminare, pratica a sua volta impedita dal necessario confinamento in casa, almeno come la si praticava fino a due mesi fa. Houellebecq riprende una polemica a distanza tra due primi nomi della cultura europea: Flaubert e Nietzsche. Lo scrittore francese vissuto dal 1821 al 1880 disse «che non si pensa e non si scrive bene se non seduti. Il filosofo tedesco (1844-1900) dette a «ha concepito tutte le sue opere camminando, quel che non è concepito camminando non ha alcun valore, del resto è sempre stato un danzatore dionisiaco, eccetera».

Con chi sta l’autore delle Particelle elementari? Premettendo di non nutrire gran simpatia verso l’autore di Così parlò Zarathustra e La gaia scienza, prende le parti del filosofo: camminare è necessario per scrivere, non per avere idee: «Mettersi a scrivere se nell’arco della giornata non ci si può dedicare a molte ore di marcia a ritmo sostenuto è da sconsigliarsi fortemente: la tensione nervosa accumulata non arriva a sciogliersi, i pensieri e le immagini continuano a vorticare dolorosamente nella povera testa dell’autore, che diventa rapidamente irritabile, o pazzo» (sempre dalla versione di Montefiori sul Corsera). Tuttavia, argomenta, neppure Flaubert è completamente fuori pista. Traduce così Galimberti su Repubblica: «La sola cosa che conta veramente è il ritmo meccanico, macchinale della marcia, che non ha come prima ragion d’essere far comparire idee nuove (anche se è qualcosa che può avvenire, in un secondo tempo), ma placare i conflitti indotti dall’urto delle idee nate al tavolo da lavoro (ed è qui che Flaubert non ha del tutto torto)».

Al di là del dilemma, l’effetto più forte del Coronavirus sarà, grazie alla tecnologia e a internet, «diminuire i contatti materiali, e soprattutto umani. L’epidemia di coronavirus offre una magnifica ragion d’essere a questa tendenza di fondo: una certa obsolescenza che sembra colpire le relazioni umane» (ancora dal Corsera). La prospettiva non è allegra. Citando Catherine Millet che ha trovato un parallelismo tra il “lockdown” e il romanzo di Houellebeq La possibilità di un’isola, ebbene, lo scrittore prefigurava che il genere umano si estinguesse in una maniera «piuttosto squallida; individui che vivono isolati nelle loro celle, senza contatto fisico con i propri simili, solo qualche scambio via computer, e via via sempre di meno». Non finirà come in un film apocalittico di Hollywood, per lui. Un po’ come scrisse il poeta premio Nobel americano naturalizzato inglese T. S. Eliot: «Così finisce il mondo / Non in un baccano ma in un piagnisteo». Conclude, l’autore di romanzi discussi come Sottomissione e Serotonina: dopo il confinamento non vedremo un mondo rigenerato, invece «sarà lo stesso, un po’ peggio». Non proprio una iniezione di ottimismo.