“2020”, il romanzo che predisse la pandemia e la paranoia

Nel 1997 la psichiatra israeliana Hamutal Shabtai pubblicò una storia di fantascienza su un virus partito dalla Cina. Una critica letteraria: “Raggelanti somiglianze con l’oggi”

Il “lockdown” di Wuhan nelle notizie della tv Al Jazeera

Il “lockdown” di Wuhan nelle notizie della tv Al Jazeera

redazione 14 aprile 2020
Nel 1997, 23 anni fa, Hamutal Shabtai pubblicò un romanzo di fantascienza dal titolo 2020: raccontava di una pandemia che prendeva gradualmente piede in tutto il mondo minacciando l’intera umanità. Più giornalisti hanno notato come la narratrice oggi 64enne abbia immaginato fatti poi avvenuti.

“I cinesi si comportano come nel mio libro. La somiglianza è notevole. Iniziava con servizi televisivi che davano notizia di villaggi cinesi dove la gente distruggeva le strade così nessuno potesse andarci. È come nel libro, i luoghi si tagliano fuori dagli altri … Cominciava da lì”, ha detto l’autrice in un’intervista a Neta Halperin sul quotidiano Haaretz. Hamutal Shabtai ha lavorato come psichiatra all’ospedale di Shalvata ed è figlia di un rinomato scrittore israeliano.

Dapprima concepito come sceneggiatura per un film, nel romanzo lungo circa 600 pagine e iniziato nel 1987, la quasi onnipotente forza di polizia della “Hygienic Inspection Authority” disinfetta le strade mentre indossa tute simili a quelle degli astronauti. Le notizie sul virus filtrano dai social media e Hamutal Shabtai parla di medici e dottori che vengono fatti tacere. Altra somiglianza: il governo di Pechino ha fatto cremare i morti da Covid19 per prevenire o frenare il diffondersi dell’infezione. In 2020 gli “Ash People/Ash Men” (persone delle ceneri / uomini delle ceneri) circondano le case dei defunti e danno fuoco a tutti mentre chi vive nelle “Healthy Area” (area della salute) viene sottoposto a test molto rigidi mentre altrove non accade. Quanto all’anno 2020, la scrittrice dice di averlo scelto semplicemente perché 2020 in inglese suona bene.

La giornalista, insegnante e critica letteraria Neta Halperin ravvisa un’altra somiglianza: “Le dinamiche di una pandemia, che richiedono test continui e separazioni, provocano sensazioni che appaiono nel libro e in tutti noi. L’ansia che qualcuno a cui vuoi star vicino, o a cui sei vicino, potrebbe essere tra i malati, provoca una paranoia. È come le storie dei vampiri, dove la vittima infetta e malata è anche chi potrebbe infettarti, come se fosse già tra le forze del male. Questo è quanto fa la malattia”. “Non si tratta solo delle persone – risponde Hamutal Shabtai – Anche i paesi ci rapportano tra loro in modo paranoico. Tutto spiegamento psicologico che segue a una piaga si sta già verificando. Sentimenti di essere catturato in un sistema dittatoriale che ti traccia, ignorando i tuoi desideri, forzandoti a fare cose che ti infuriano: non immaginavo fosse così anche se allora lo avevo previsto correttamente”.

La dottoressa racconta di aver sperimentato quanto ha descritto nelle sue esperienze con pazienti affatti dalla fobia dell’Aids, che allora era particolarmente diffuso e virulento. “È raggelante quale sia la grande paura del protagonista, un giovane dottore di nome Andy Roberts – scrive la giornalista - : che il virus muterà in una sollecitazione molto più letale che si diffonde perché trasmessa dal respiro”. Nel romanzo il 2020 “è il punto di non ritorno, è l’anno in cui gli esperti prevedono che, senza un vaccino, non ci sarà modo di prevenire la pandemia”, riflette ancora Neta Halperin.