Ungaretti, Montale e Luzi: tre poesie per esorcizzare il Coronavirus

Sabato 21 marzo è la Giornata internazionale della poesia. Una scelta di versi capaci di narrare lo sgomento attuale o di serbare la speranza per un domani migliore

Un’opera di street art di Marika Bartolami . Fonte Flickr.com

Un’opera di street art di Marika Bartolami . Fonte Flickr.com

redazione 20 marzo 2020
di Alberto Fraccacreta

Molte sono le analogie riscontrabili tra la dolorosa realtà che stiamo vivendo in queste settimane e alcuni significativi scorci della letteratura. Il Decameron, I promessi sposi, La peste di Albert Camus, La strada di Cormac McCarthy (per non citare l’inquietante previsione di Dean Koontz in The Eyes of Darkness). Ogni giorno sui social girano vorticosamente citazioni di tal genere a ricordarci da un lato la caducità dell’essere umano, dall’altro la sua forza d’inventiva e la volontà di esorcizzare il pericolo attraverso le parole. Esistono però versi capaci di narrare lo sgomento attuale o almeno serbare la speranza per un domani migliore? Come scrisse il Premio Nobel Seamus Heaney nelle sue lezioni a Oxford, la poesia — di cui il 21 marzo si celebra la Giornata mondiale, istituita dall’Unesco nel 1999 — «fornisce un sorso di acqua sorgiva di conoscenza trasformata, e colma il lettore con un senso momentaneo di libertà e integrità». La riflessione lirica può, dunque, aiutarci a decrittare meglio le circostanze odierne, riportando l’esistenza alla sua nuda essenzialità. Come accade in questo fulmineo testo di Giuseppe Ungaretti, del quale ricorrono nel 2020 i cinquant’anni dalla scomparsa:

D’improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell’immensità

E l’uomo
curvato
sull’acqua
sorpresa
dal sole
si rinviene
un’ombra

Cullata e
piano
franta

La lirica, sintomaticamente intitolata Vanità (L’Allegria, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura di Carlo Ossola, cronologia di Leone Piccioni, con studi di Leone Piccioni, Giuseppe De Robertis, Alfredo Gargiulo, Piero Bigongiari, «Oscar Moderni» Mondadori 2016), ci insegna a riconoscere umilmente, sulle «macerie» della sofferenza, l’«immensità» che ci sovrasta e ciò che va al di là della nostra percezione. Un senso di amore sovrumano si avverte, invece, in una poesia dedicata agli improvvisi stravolgimenti storici:

Tutto per nulla, dunque? – e le candele
romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente
l’orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii
forti come un battesimo nella lugubre attesa
dell’orda (ma una gemma rigò l’aria stillando
sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi
gli angeli di Tobia, i sette, la semina
dell’avvenire) e gli eliotropi nati
dalle tue mani – tutto arso e succhiato
da un polline che stride come il fuoco
e ha punte di sinibbio....
                               Oh la piagata
primavera è pur festa se raggela
in morte questa morte! Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell’Altro e si distrugga
in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi
che salutano i mostri nella sera
della loro tregenda, si confondono già
col suono che slegato dal cielo, scende, vince –
col respiro di un’alba che domani per tutti
si riaffacci, bianca ma senz’ali
di raccapriccio, ai greti arsi del sud...

L’ultima, straordinaria stanza della Primavera hitleriana di Eugenio Montale (La bufera e altro, edizione commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai, con scritti di Guido Mazzoni, Gianfranco Contini e Franco Fortini, «Lo Specchio» Mondadori 2019) confronta il raggelante momento di difficoltà cosmica con «un’alba che domani per tutti/ si riaffacci» sul mondo, simbolo di una palingenesi, del rinnovamento interiore ed esteriore a cui oggi tendiamo fiduciosamente lo sguardo. Per rimanere umani è necessario tornare alla vera presenza dell’essere, come ricorda Mario Luzi in uno dei suoi “pezzi” più celebri:

La città di domenica
sul tardi
quando c’è pace
ma una radio geme
tra le sue moli cieche
dalle sue viscere interite
e a chi va nel crepaccio di una via
tagliata netta tra le banche arriva
dolce fino allo spasimo l’umano
appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,
tregua, sì, eppure
uno, la fronte sull’asfalto, muore
tra poca gente stranita
che indugia e si fa attorno all’infortunio,
e noi si è qui o per destino o casualmente insieme
tu ed io, mia compagna di poche ore,
in questa sfera impazzita
sotto la spada a doppio filo
del giudizio o della remissione,
vita fedele alla vita
tutto questo che le è cresciuto in seno
dove va, mi chiedo,
discende o sale a sbalzi verso il suo principio...
sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.

Tra le dure consapevolezze e le forti speranze, una cosa resta chiara e inamovibile: la volontà di resistenza che la vita stessa ci fornisce. Ecco perché Vita fedele alla vita (Su fondamenti invisibili, Le poesie, Garzanti 2014) è il miglior augurio che possiamo rivolgerci oggi: che il momento di buio finisca presto e la luce dell’esistenza risorga fedele a sé stessa.