Lilli Gruber: per il bene di tutti “Basta” testosterone al potere

Il pamphlet della giornalista e scrittrice ricorda che il mondo in mano a uomini “speciali” è pieno di ingiustizia e insicurezza. E le donne devono sostenersi a vicenda

Lilli Gruber

Lilli Gruber

redazione 23 novembre 2019
di Francesca Fradelloni

“È un lavoro da donne” o “l’uomo è cacciatore”, il tempo dei proverbi è finito ed è arrivato il tempo del cambiamento. Soprattutto dopo oltre un anno di machismo, un clima generale di intolleranza e arroganza, di un linguaggio delle istituzioni non in linea. Contro Carola Rackete (“zecca tedesca”), Luciana Littizzetto, Michela Murgia, innumerevoli insulti sessisti, l’ingiuria, la denigrazione del corpo, ma che serve ad annichilire lo spirito. La guerra alle donne ha il suo show giornaliero. Carola, Luciana, Michela, sono solo un esempio, il più eclatante e famoso. Hanno la colpa di essere femmine che si battono per le proprie idee, per la diversità e non ci stanno a stare al loro posto.

Le streghe sono tornate, tanto per citare uno slogan mai demodé. Parola di Lilli Gruber, la giornalista e scrittrice (è stata la prima donna a presentare un telegiornale in prima serata) che nell’ultimo suo libro, Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone (Solferino, pp. 192, 13,90 euro), esorta a una battaglia non solo femminista, ma una battaglia di democrazia, di civiltà che riguarda femmine e maschi, appunto.

Pace sociale, giustizia e pianeta sono in gioco
“Non è un destino genetico dimenticare gli anniversari, non è un riflesso condizionato – scrive – l’incapacità di tenere le cerniere chiuse o le mani a posto”. L’impegno, oggi, è necessario. Quello che ci giochiamo è la pace sociale, la giustizia, l’abitabilità del pianeta. Bisogna dire che non sono stati poi così “speciali”, questi uomini, se grazie al loro potere (mai messo in discussione da millenni) quello che hanno seminato, è un mondo più insicuro, alimentato dalle paranoie di una minoranza, ignorando i bisogni di una maggioranza. Ma non solo, occupando le stanze dei bottoni da sempre, non hanno prodotto che debito pubblico, disoccupazione, inquinamento, disuguaglianze. Troppo testosterone, dunque, non ha fatto bene alle nuove generazioni. Un altro mondo è possibile, si legge nel pamphlet, anche se la strada è difficile. E se non lo ha capito neppure il business, il mondo dell’impresa, allora vuol dire che la strada è difficilissima, piena di ostacoli. Quel mondo dell’impresa che ha sotto mano numeri su numeri.

Dirigenti donna, le aziende sono più redditizie
Perché i dati, e non le opinioni, i numeri, quelli veri, raccontano un’altra storia. Su un campione di oltre 20 mila imprese risulta che le aziende che hanno dirigenti donne sono mediamente più redditizie, hanno più possibilità di essere quotate in Borsa o di essere rivendute dagli azionisti. Lo scrive uno studio realizzato dalla Dow Jones. Inoltre secondo il Fondo Monetario Internazionale, che ha analizzato più di due milioni di società in 34 paesi d’Europa, l’aumento del numero di donne ai vertici delle società e nei Cda, è associato ad una migliore performance finanziaria.
Anche la Banca d’Italia dice la sua, e lo fa con uno studio che racconta come l’aumento del tasso di partecipazione femminile al 60% comporterebbe, quasi “meccanicamente” un aumento del Pil fino al 7%. Eppure le donne occupate nel nostro Paese sono solo il 48,1%. Secondo il primo rapporto “Caratteristiche dei board delle società quotate con sede in Italia”, realizzato dall’Area studi Mediobanca, le donne che stanno ai vertici guadagnano la metà dei loro colleghi maschi.

“Non è la quantità a fare la qualità”.
Abbiamo il diritto a una classe dirigente migliore, ma soprattutto è un dovere abbattere le disuguaglianze tra generi. Stanche anche di quei luoghi comuni, troppo stupidi che raccontano “come facciamo qualsiasi mestiere, possiamo conquistare ogni carica, in fondo”, racconta la Gruber. “Siamo protagoniste della pubblicità e dei film. Ma se è per questo, di immagini femminili è piena da sempre anche la pornografia. Non è la quantità a fare la qualità”. Eppure se neanche gli schei “possono” dare la spinta. Allora cosa possiamo fare?

Quattro giorni lavorativi a settimana, ma tutte le donne si sostengano
Deborah Hargreaves, giornalista, che è stata business editor di “The Guardian” e oggi dirige il think tank britannico Higt Pay Center, ha studiato per un anno il modo in cui varie aziende gestiscono il rapporto tra lavoro e vita privata dei propri dipendenti, soprattutto donne. “Nel rapporto Women at Work – racconta la Gruber - si dimostra che è possibile far funzionare quasi ogni business in un regime di job-sharing e part-time, con settimane lavorative di quattro giorni. Per raggiungere questo obiettivo occorre che le donne si sostengano e si promuovano a vicenda”. Ecco qui la parola chiave. Non basta conquistare qualcosa per sé, bisogna farlo per tutte.

“Il potere è un mezzo per decidere, non è sporco per forza”
Anche le ragazze, devono imparare a fare la loro parte. C’è bisogno di donne da promuovere, in ogni luogo, in ogni ruolo. E per farlo, aggiunge la giornalista di Otto e Mezzo, non bisogna avere paura del potere. “All’inizio della mia carriera non avrei mai detto che ne desideravo di più. Mi sembrava un sinonimo di compromesso, prevaricazione, arroganza. Una cosa poco pulita, non una legittima aspirazione. Ma il potere è un mezzo: significa decidere. Diventa sporco se lo usano persone corrotte. Non è né buono né cattivo, dipende da come lo usi quando ce l’hai. Imparate a gestirlo: offre le condizioni per migliorare le opportunità di tutti”.