Oreglio: "Il cabaret è ribelle, non confondete Dario Fo con Alvaro Vitali”

Un bel volume di Flavio Oreglio inquadra per la prima volta in Italia una storia da Tolouse Latrec a Gaber, Jannacci e Franca Valeri, dallo Zelig e alle derive tv

Dario Fo e Franca Rame

Dario Fo e Franca Rame

redazione 3 ottobre 2019
Francesca Fradelloni

Dagli spazi “carbonari aperti”, come chiama il Derby di Milano uno degli organizzatori, Enrico Intra, al teatro dell’oratorio della Città Studi. Dal Teatro Tascabile di Bergamo al sottobosco della Statale. Da Drive in a Zelig. È un viaggio tra cabaret e pseudo cabaret. Questo pezzo di nostra storia è tutta scritta, nero su bianco, con numerose testimonianze dei protagonisti dell’epoca, nel libro “L’arte ribelle” di Flavio Oreglio di Sagoma editore (pp. 256, euro 20,00). È la storia che va da Parigi a Milano di un genere teatrale sempre vivo nel modo di vedere il mondo. La storia di personaggi deflagranti, da Toulouse-Lautrec a Cochi e Renato, da Giorgio Gaber a Filippo Tommaso Marinetti, da Manet a Dario Fo, passando per Enzo Jannacci, Paul Gauguin e molti altri. Un genere che ha prodotto capolavori artistici assoluti, sperimentando nuovi linguaggi alimentati da un sano ribellismo delle idee. Una storia che in Italia non è mai stata raccontata e che dimostra che questo genere non ha niente a che vedere con i comici, anche se nel cabaret si ride, e che non è solo un luogo e una forma di spettacolo. “Arte ribelle”, la chiamano. Ed è frutto di un’indole libertaria e figlia irriverente del libero pensiero, da sempre ribollente nell’underground della storia dell’umanità.

Troppi fraintendimenti, il cabaret non è solo una risata
Un'importante indagine che si avvale di oltre 150 foto e di interviste esclusive ai protagonisti ancora viventi di un'epoca mitica. Raccogliere memorie, materiali, episodi di quel periodo è opera meritoria ormai indispensabile per conoscere meglio un momento irripetibile. Il cabaret nacque a Parigi a fine ‘800. Si diffuse in tutta Italia e approdò a Milano nel secondo dopoguerra. Perché raccontarlo? Per rispondere, dice l’autore, alla domanda “Che cosa è il cabaret?”. Farsi questa domanda è necessario. Troppi fraintendimenti. Primo perché il cabaret non è legato al solo ambito del puro divertimento comico, nel cabaret non si ride. Il ridere può essere innescato, tuttavia, da un novero ben più ampio di situazioni come l’umorismo, la satira, l’ironia, il sarcasmo, il grottesco, il buffo, il ridicolo. Quindi non tutto che fa ridere è comico. Un esempio su tutti: Giorgio Gaber. “Solo un idiota può definire Giorgio un comico. Stan Laurel e Oliver Hardy erano comici, e che comici! Gaber, no! Apparteneva ad un altro mondo”, precisa l’autore del libro, Flavio Oreglio. “Alla fine dei suoi spettacoli non dicevi mai Quanto mi sono divertito, piuttosto, ma Cosa mi ha raccontato?

L’errore cabaret = comicità = ridere
La nascita dell’errore, cabaret=comicità=ridere, ha messo radici in Italia tra gli anni Settanta e Ottanta a causa di una distorsione del sistema mediatico, ma anche radicato tra gli operatori del settore. In quel periodo si stava tra la “Milano da bere” e l’edonismo reaganiano. Nel 1985 tutti pensavano che cabaret e comicità fossero la stessa cosa. In quell’anno si abbassò pure la serranda del Derby, considerato il tempio del cabaret. E iniziò a furoreggiare in tv Drive In di Antonio Ricci. Era la meta agognata da tutti i comici dell’epoca, dava visibilità e soldi. Venivano proposti comici caratteristi, figli della “rivista” e dell’”avanpettacolo”.

I teatri Zelig ed Elfo a Milano
Un altro approccio però stava nascendo a Milano in quegli anni. Più di nicchia, fatto da artisti che ruotavano intorno allo Zelig di viale Monza (dal 1986) e provenivano per lo più dal teatro. Teorizzatore fu Gabriele Salvatores del Teatro dell’Elfo. Era un teatro politico ma che fosse divertente e teatrale allo stesso tempo. Ricci e Salvatores furono in qualche maniera i portavoce di due modi differenti di intendere il “comico”. Dichiaratamente più propenso al varietà il primo, più vicino all’indole del cabaret il secondo. “Salvatores non aveva fatto altro che ripescare il concetto originario di “cabaret”, racconta Oreglio. “Ad ogni modo, all’epoca, pochi capirono la differenza, e si parlò sempre di comici che facevano cabaret”. Come oggi.

Il genere è anticonformista e colto
Ecco il perché di questo libro. E dell’Archivio Storico del Cabaret Italiano, nato poco prima del libro. Oggi luogo di una documentazione straordinaria, raccolta dalle cantine e soffitte, con l’aiuto dei grandi protagonisti: Tinin Mantegazza, Enrico Intra, Tiziano Bongiovanni, Roberto Brivio, Nanni Svampa, Cochi Ponzoni e Ricky Gianco. Oggi l’inghippo è quasi sciolto. Ci sono due approcci: usare la risata come strumento per raccontare oppure raccontare con lo scopo di far ridere. Ci sono artisti che raccontano per far ridere e artisti che fanno ridere per raccontare. “Non ne faccio una questione di serie A o serie B, sia chiaro – dice l’autore – ma far finta che non ci siano delle differenze tra Dario Fo e Alvaro Vitali, no!”. Il cabaret tracci un bel solco: ha origini letterarie, è anticonformista, colto e alto, anche se mantiene un legame forte con la tradizione e il linguaggio popolare.

Dario Fo, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e i Gufi
“Dario Fo, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e i Gufi hanno proposto l’anima del cabaret in teatro. Negli anni Settanta quest’arte fece un salto al Derby, poi negli anni Ottanta ritornò in teatro con il Teatro dell’Elfo e Zelig, ma oggi lo stesso Zelig non lo propone più”, conclude l’autore. Perché? Tutto è spiegato nel libro da Le Chat Noir a Parigi a Bertold Brecht, dai Dadaisti del Cabaret Voltaire a Stanislavsky (quello del famoso metodo teatrale), da Franca Valeri (con il suo “Carnet de notes”, considerato il primo spettacolo della storia del nostro cabaret) al “nostro” Dario Fo, Jannacci e Gaber. Lo spirito del cabaret vive nella dissacrazione anche se il cabaret è morto. Vale la pena fare un tuffo in queste pagine per ritrovare una fetta, dimenticata, della nostra arte creativa.

Flavio Oreglio, la cui attività come comedian è superfluo ripercorrere, è anche direttore dell’Archivio Storico del Cabaret Italiano, che si propone di raccogliere, conservare, ordinare il patrimonio documentario che testimonia la presenza e l’evoluzione storica del genere in Italia, creando un polo di riferimento per tutti gli studiosi e gli appassionati del genere attraverso programmi di ricerca, convegni di studio, l’offerta di corsi formativi e seminari e la produzione di opere scientifiche come, appunto, il libro “L’Arte Ribelle”, primo esempio di tale attività.