Il dramma dei bambini migranti tra Usa e Messico ha il suo romanzo: è di Valeria Luiselli

Esce il 29 agosto "L’archivio dei bambini perduti": per i recensori una narrazione on the road sull’era Trump lirica, potente, politica

La foto di John Moore vincitrice del World Press Photo 2019

La foto di John Moore vincitrice del World Press Photo 2019

redazione 6 agosto 2019
Com’è il dramma dei bambini e ragazzi che migrano clandestinamente negli Stati Uniti, attraversano terre desertiche dove possono morire, arrivano negli Usa di Trump e intanto molte madri finiscono in centri di detenzione dal nome anonimo senza contatti con i loro figli? Quei ragazzi camminano verso il sogno di un’altra vita spesso con un numero di telefono di qualcuno cucito nei vestiti. Non a caso il premio 2019 del World Press Photo è stato vinto da uno scatto di John Moore su una bambina honduregna in lacrime mentre la madre viene arrestata lungo quel confine. Il 29 agosto arriva in libreria un romanzo che affronta questo dramma senza attenersi certo alla mera cronaca: è della narratrice e saggista messicana Valeria Luiselli e porta il titolo di Archivio dei bambini perduti (La Nuova Frontiera, pp. 416 p., € 20,00, traduzione di Tommaso Pincio). L'autrice a settembre sarà in Italia per un tour di presentazione del libro che comincerà al Festivaletteratura di Mantova (4-8 settembre), sabato 7 alle 10 in compagnia di Michela Murgia.

È il primo romanzo scritto in inglese dalla scrittrice nata a Città del Messico nel 1983, che adesso vive a New York dopo aver vissuto in Corea del Sud, Sud Africa e India. Il libro ed è in corsa tra i finalisti del Man Booker Prize, uno dei premi di narrativa in inglese più importanti al mondo, dove compete con scrittori come Margaret Atwood, Salmand Rushdie e Jeanette Winterson. E per il romanzo della scrittrice messicana i recensori rimandano come eco formale e narrativa alle penne di nomi come Virginia Woolf, Kerouac, Bolaño, James Joyce o David Forster Wallace.

L’Archivio dei bambini perduti di Valeria Luiselli scaturisce anche (certo non soltanto) dalla politica segregazionista e razzista praticata da Trump al confine tra Usa e Messico verso chi arriva dall’America centrale. Così dice la scheda editoriale: «Una macchina avanza sulle strade americane. All’interno una coppia e i due bambini nati da precedenti relazioni. Il padre e la madre sono documentaristi […] Sono diretti in Arizona: il padre vuole visitare il luogo dove l’ultima banda di guerrieri apache si è arresa all’esercito americano. La madre vuole invece vedere con i propri occhi la realtà di quella che i notiziari chiamano “emergenza migratoria”: bambini che attraversano da soli il confine. In un alternarsi di paesaggi desertici, polverose città di frontiera e soste in motel, si delinea una nuova mappa dell’America d’oggi, un territorio profondamente segnato dalla storia, dalle migrazioni e dalle conquiste. Lo stesso paesaggio che, in cima a un treno merci, attraversano anche i bambini perduti con un numero di telefono cucito sui vestiti».

Tra gli estratti dei giudizi online, il romanzo di Valeria Luiselli risulta senza dubbio tempestivo, ha scritto Tyler Malone sul Los Angeles Times, ma è anche «senza tempo come tutti i grandi romanzi. Vi riberberano i titoli di cronaca del presente e la grande arte del passato. Il fastidioso romanzo politico adesso è tutta rabbia, ma quanto separa il romanzo di Luiselli dalla massa è che riesce a essere politico senza essere propagandistico, provoca senza didatticismi». Trovando in queste pagine le tecniche narrative di Virginia Woolf e «un esercizio di empatia politica estremamente controllato», per Lidija Haas di Harper’s Magazine la scrittrice messicana «prende sul serio le menti dei bambini, e il lettore è testimone dei loro occhi e orecchie intelligenti che registrano ogni dettaglio delle terre di confine e ne registra il terrore». E possiamo concludere con una citazione dalla recensione di Dan Sheehan dal portale culturale e letterario Lit Hub, quando descrive l’Archivio dei bambini perduti come «un ibrido tra narrazione lirica e furia politica, una potente accusa della crudeltà e della disumanità dell’attuale sistema di immigrazione americano e un’opera vitale nell’era di Trump».

Il World Press Photo allo scatto della bambina honduregna che piange al confine Usa