Lucrezia Lerro cerca la verità fra tensione erotica e candore

Nel romanzo “Più lontano di così” una donna indaga sullo zio assassinato. E scopre un amore quasi incestuoso e retaggi familiari del sud

Gina Lollobrigida e Paolo Turco in “Un bellissimo novembre” di Mauro Bolognini

Gina Lollobrigida e Paolo Turco in “Un bellissimo novembre” di Mauro Bolognini

redazione 21 giugno 2019
di Enzo Verrengia

Gli amori in famiglia alimentarono l’erotismo pecoreccio della commedia italiana di serie Z negli anni ’80. Ma non è così quando si passa ad un livello di gran lunga superiore, sia nel cinema sia nella letteratura. Due esempi canonici. In Grazie zia, il film di Salvatore Samperi del 1968, c’è un nipote affetto da paralisi psicosomatica che viene ucciso per eutanasia dalla parente del titolo dopo avere abbondantemente consumato. Un anno dopo esce Un bellissimo novembre, di Mauro Bolognini, dal romanzo omonimo di Ercole Patti. Anche qui un nipote ci rimette la vita a seguito della sua insopprimibile attrazione per la zia.
Non sono precedenti che si adattino con precisione a Più lontano di così, di Lucrezia Lerro, ma viene comunque da ripensarci scorrendo queste pagine appassionate di una narrazione che rievoca qualcosa di molto analogo.

Candore, tensione erotica e ricerca della verità
La protagonista, che racconta in prima persona, è Leda Lenzi, giovane e inquieta meridionale, preoccupata, rattristata, oppressa dal bisogno di acclarare la morte violenta di uno zio, Luigi, avvenuta a Roma, in piazza dell’Indipendenza, nel remoto 1951. Lui aveva all’epoca solo diciannove anni, faceva il militare e si schiudeva alle prospettive di una giovane esistenza nell’Italia appena uscita dalla guerra.

Nella fascetta di Più lontano di così, Francesco Durante definisce la scrittura di Lucrezia Lerro «una miscela esplosiva di candore quasi infantile e di altissima tensione erotica». Sì, le due componenti scorrono a vista nel testo del romanzo. Ma ce n’è un’altra, non meno essenziale. Nella tecnica narrativa angloamericana si chiama quest, la “cerca”, il perseguimento di una finalità o la caccia materiale ad un oggetto importante, per esempio il Sacro Graal. Quest’ultimo, per la Lerro, è l’accertamento di una verità. I lettori la scoprono dalle prime pagine. Allo zio Luigi ha sparato la zia di lui, Francesca, e quindi la prozia della protagonista narrante. Perché il diciannovenne militare la amava appunto di quell’amore proibito pur non essendo incestuoso, perché la donna era una parente acquisita, la moglie del fratello del padre di Luigi. È lei che si reca ad un appuntamento con lui in piazza dell’Indipendenza e gli spara.

Niente di morboso
Ma questa sequenza, che torna da una pagina all’altra come un flashback determinante, si dilata nelle ricerche febbrili di Leda fra gli archivi dei giornali, i faldoni del carcere di Rebibbia e gli epistolari di famiglia. E non c’è nulla di morboso in questo. L’intento della giovane non è tanto quello di “chiarire le circostanze”, quanto dipanare un groviglio apparentemente inesplicabile che assomma a una domanda: come può una donna uccidere chi la ama con tanta devozione.
A ciò si aggiungono temi non meno pregnanti, tutti legati all’antropologia meridionale, dove il ruolo della famiglia acquisisce un valore di assolutismo totalitario che schiaccia la spontaneità degli affetti. Per questo, l’indagine su quel delitto distante s’intreccia con la migrazione di Leda, a Firenze, soprattutto, ma anche a Milano, dove si allungano le ombre dell’omicidio compiuto da Francesca. Più lontano di così è una storia di formazione vissuta vicariamente sulla pelle di chi non c’è più.

Lucrezia Lerro, Più lontano di così , La Nave di Teseo, pp. 192, Euro 17,00