Il “Gattopardo” rivive nel “realismo magico” di Simona Lo Iacono

Nel romanzo “L’albatro” la scrittrice siciliana ricrea una magistrale versione apocrifa della vita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Burt Lancaster nel ruolo dei Principe Fabrizio di Salina (il “Gattopardo”) nel film di Luchino Visconti del 1963

Burt Lancaster nel ruolo dei Principe Fabrizio di Salina (il “Gattopardo”) nel film di Luchino Visconti del 1963

redazione 15 giugno 2019
di Enzo Verrengia

Il rifiuto del Gattopardo da parte di Elio Vittorini è una colpa editoriale redenta da Giorgio Bassani, al quale si deve la persistenza del miglior romanzo italiano di tutti i tempi. Lo dimostra L’albatro, di Simona Lo Iacono, che dà voce narrativa a una versione apocrifa di Giuseppe Tomasi di Lampedusa fedelissima all’originale.
La scrittrice siciliana, con certosino rispetto filologico, inscena un percorso parallelo in cui il principe letterato è colto in due momenti, quello del crepuscolo fisiologico, consumato nella Clinica Villa Angela di Roma nel 1957, e quello della sua estate da bambino, nel 1903, a Santa Margherita Belice, con un compagno di giochi, Antonno.

Mediterraneità misterica
Mentre il Lampedusa morente rievoca l’intero arco biografico, il suo alter ego in fiore racconta giorni incantevoli e incantati, da realismo magico che surclassa la Allende e persino García Márquez. La Lo Iacono infatti riempie ogni riga di rigurgiti animisti, di mediterraneità misterica, di densità burrosa come i dolci siciliani evocati a più riprese. Si capisce. È il portato della famiglia Piccolo, quella della madre di Lampedusa, la baronessa Beatrice, genia di creativi affascinati dall’esoterico, dallo spiritismo, dalla compresenza di morti e vivi in una galassia di «allusioni culturali e personali», come scriverà Gioacchino Lanza Tomasi nella prefazione a Viaggio in Europa, una raccolta di lettere del cugino pubblicata da Mondadori nel 2006. Il tutto per comporre una saga che non ha bisogno di lunghi chilometri di prosa per costituirsi capolavoro. A cui contrappone la lucidità rievocativa del Lampedusa ormai al capolinea, che traduce in ricordi coerenti le malie della sua infanzia.

Chi è questo Antonno, che ‘u principuzzu si trova davanti nel palazzo di famiglia a Palermo? «Nessuno mi ha detto chi fosse.» Che sia un amico immaginario di quelli analizzati dalla moglie di Lampedusa, la psicanalista Alessandra Wolff Stomersee, detta Licy, allieva di Freud? Oppure è un dono di carne e sangue riservatogli dalla famiglia che, con magnanimità tipica dell’aristocrazia, si compiace di affiancare al rampollo privilegiato un poverello preso dalla strada? Di certo, segue il piccolo principe come l’albatro faceva con certe navi.

La Loiacono esplicita l’accostamento. E sciorina il catalogo delle giornate che ‘u principuzzu e Antonno trascorrono dapprima fra le pareti avite di Palermo, poi al mare di Santa Margherita Belice, sotto gli occhi vigili di don Nofrio, l’amministratore di fiducia, con le lezioni di grammatica e matematica di donna Carmela, interrotte queste ultime, dalla gravidanza, considerata quasi una malattia.

"Il Gattopardo" uscì postumo
L’intarsio prezioso del romanzo di formazione s’interrompe ad ogni capitolo per gli interventi in corsivo del Lampedusa sempre più vicino alla morte per tumore, condannato a non vedere pubblicato in vita Il Gattopardo, summa immutabile non solo di un retaggio familiare, bensì dell’antropologia culturale e biologica italiana.
Simona Lo Iacono traccia le due rotaie del binario su cui scorre il libro con una dirittura stilistica senza incrinature. Il susseguirsi di intuizioni, scoperte, amarezze e nostalgie del Lampedusa è un flusso trascinante, stregato, rivelatore. Con l’avanzare dell’estate del 1903 e dell’intera parabola esistenziale del principe, ricostruite da Simona Lo Iacono, ci si rende conto che il genio letterario patrizio del Lampedusa ha insufflato l’autrice, affrancandola dal ciarpame che oggi circola nelle librerie.

Simona Lo Iacono, L’albatro (Neri Pozza, pp. 224, Euro 16,50)