Lo scrittore John Smolens: «Trump sintomo di una politica atroce»

Il romanzo "Margine di fuoco" racconta i fuochi gelidi della provincia americana. L'autore vive nel nord del Michigan, dove c'è «ancora una natura selvaggia», e cita anche Ammaniti

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redazione 20 aprile 2019
Rock Reynolds

È vero che esiste, in fondo, un’unica storia da raccontare, come la tradizione degli antichi trovatori ci ha insegnato? Uno straniero di provenienza più o meno misteriosa giunge in un paese che da secoli, forse millenni, si trascina nella sua stanca, rassicurante routine. La sua mera apparizione sconvolge equilibri dati per scontati e nulla sarà più come prima. Ce lo insegna la Bibbia, così come ce lo ha più volte narrato Shakespeare. Tutto sommato, Il cavaliere della valle solitaria (romanzo di Jack Schaefer del 1949, seguito dalla sua splendida trasposizione cinematografica del 1953) è una sorta di rivisitazione in chiave western di quel tipo di storia.

Margine di fuoco (Mattioli 1885, traduzione di Seba Pezzani, pagg 255, euro 16) di John Smolens (1949), in qualche modo porta avanti quella tradizione. È bene mettere in chiaro dal principio che tradizione non significa pedante adesione a un cliché. Per lo meno, non lo significa in questo caso. Margine di Fuoco è un bellissimo romanzo sulla provincia americana, la parte degli Stati Uniti in cui si annida tuttora l’essenza più autentica dell’americanità e in cui, però, continuano a dominare sentimenti di forte appartenenza che, mischiandosi ai valori evangelici da sempre colonna portante dell’identità nazionale, costituiscono i bastioni di difesa dell’unità a stelle e strisce.

Margine di Fuoco si legge come un thriller, ne ha lo sviluppo narrativo e la forza trascinante, la suspense e l’intrigo. Eppure, è soprattutto un piccolo-grande romanzo americano. E in quel “piccolo” sta tutto il suo appeal fatto di luoghi incontaminati, di cittadine anonime e tranquillizzanti, di personaggi aggrappati al passato ma non del tutto soddisfatti di ciò che la lotteria della vita gli ha regalato.
Hannah ha superato il trauma di un aborto e cerca di rifarsi una vita con Martin, un uomo più vecchio di lei che torna al paese, nella Upper Peninsula del Michigan, dopo anni trascorsi a Chicago. Il loro primo progetto è la ristrutturazione di una vecchia casa, che dovrebbe essere la culla del loro nuovo amore. Sean, ex-fidanzato di Hannah, torna a casa a sua volta dopo un periodo fosco nell’esercito, in Italia, e qualcosa nella banale normalità di questo angolo d’America si spezza.
Margine di Fuoco non è un thriller, ma se altri autori di romanzi ambientati nella “small town America” – Kent Haruf e Tom Drury su tutti – si fossero cimentati con il genere, forse avrebbero scritto qualcosa di simile. Se inizierete a leggerlo, non riuscirete a chiuderlo prima di averlo finito.

Cosa c’è di tanto peculiare nell’Upper Peninsula, nel Michigan, l’ambientazione di Margine di Fuoco?
Il Michigan ha un rapporto particolare con il resto degli Stati Uniti, per via della sua geografia: consta di due penisole. Il fatto di essere circondato dai Grandi Laghi gli conferisce un senso di inclusività che altri stati non hanno. So che non serve spiegarlo a voi italiani. Il Michigan è uno stato molto grande, con circa 10 milioni di residenti che, in buona parte, vivono nella Lower Peninsula. Solo circa 300.000 persone popolano la Upper Peninsula, che è la parte in cui io vivo e in cui è ambientato Margine di Fuoco. Siccome la maggior parte della popolazione vive nella Lower Peninsula, tende ad aver scarsa considerazione per la Upper Peninsula. Non è raro, per esempio, vedere una mappa degli USA che non comprende nemmeno la Upper Peninsula. Francamente, siamo in molti da quelle parti a preferire che le cose vadano così. Io abito a Marquette, la città più grande, con una popolazione di 21.000 abitanti. Per raggiungere una grande città – Chicago, Detroit o Minneapolis – bisogna fare 800 chilometri di strada, eppure dalle mie parti c’è chi pensa che siano comunque fin troppo vicine. L’America una volta era dominata da una natura selvaggia e, naturalmente, molte cose sono cambiate, ma l’Upper Peninsula resta uno dei pochi posti in cui puoi ancora sentirti nel cuore della natura selvaggia, con un’infinità di laghi e corsi d’acqua. La gente ci va a caccia e a pesca. Una decina di anni fa, un orso nero ha sconfinato sulla mia strada e si è appisolato nel prato del vicino. A volte, d’estate, devo scacciare i cervi per evitare che mi divorino le aiuole fiorite. In genere, gli basta vedermi in vestaglia per cambiare aria.

Cos’ha di tanto intrigante l’America della provincia?
Grazie a TV e cinema e, ora, a Internet, l’America proiettata nel resto del mondo è quasi sempre quella delle nostre città. Un po’ come se l’Italia si rispecchiasse in Milano o Roma. Adoro New York (ci sono nato) e ho grande amore per Boston (dove sono cresciuto), ma molta America non ha nulla a che vedere con le grandi città. Per quanto le nostre cittadine siano spesso in difficoltà economica, posti come Marquette hanno un’atmosfera che adoro. Siamo una cittadina remota, con un’università statale (dove fino a qualche anno fa ho insegnato). È ancora il tipo di posto in cui la gente non chiude quasi mai a chiave la porta di casa e dove quasi tutti si conoscono. Marquette e tutta la Upper Peninsula, si sa, hanno difficili condizioni climatiche. Il nostro inverno è lungo, ma le persone si fermano ad aiutarti se la tua automobile resta in panne e i vicini si danno una mano. Quando la mia prima moglie stava morendo di cancro, qualcuno ogni sera ci portava la cena a casa, senza che noi glielo chiedessimo. E alcune di quelle persone le conoscevo appena. La disponibilità a darsi vicendevolmente una mano è tipica delle cittadine di una volta e temo che stia scomparendo. È una fortuna che Marquette sia ancora così e che io ci viva.

La cattiva immagine degli USA nel mondo è spesso dovuta all’avidità di pochi squali di Wall Street e di altri centri del potere economico, che però trovano i consensi elettorali soprattutto nella provincia americana, quanto di più lontano esista da quel mondo…
La situazione politica in America atroce. C’è effettivamente una grande sete di ricchezza e di potere e c’è sempre stata. Ma ho la sensazione che ora le cose siano completamente sfuggite al controllo. Siamo una nazione estremamente divisa. Un tempo, avevamo leader politici, per quanto non perfetti, che capivano che in democrazia bisogna ascoltare i punti di vista dell’opposizione e che per legiferare servono compromessi. Caratteristiche sparite dalla nostra vita politica. Mancano leader in grado di tenere unito il paese. Secondo alcuni, il problema è Donald Trump. Lui è certamente un guaio serio, ma credo che il problema vada ben al di là di un uomo solo. Trump è un sintomo di un problema che attanaglia questo paese da molto tempo. Anche se non dovesse essere rieletto, prima che le ferite che ci siamo procurati da soli guariscano passerà molto tempo.

Cosa si sente di dire del suo stile semplice e chiaro?
Ho insegnato in diverse università per più di 30 anni. Adoravo insegnare letteratura, soprattutto laboratori di narrativa. Dagli studenti imparavo tantissimo. Quanto al mio stile narrativo, se un lettore lo trova “semplice e chiaro”, non potrebbe esserci un complimento migliore. Voglio che i lettori si immedesimo nei personaggi e nei luoghi dei miei libri attraverso i loro sensi. Non voglio dire al lettore cosa penso o provo. Preferisco mostrargli il mondo dei personaggi e poi lasciare che sia il lettore a trarre le sue conclusioni. Compito del romanziere è trovare la voce di ogni personaggio, soprattutto la loro voce interiore.

Margine di Fuoco è al tempo stesso cupo e leggero. È stata una scelta voluta?
Penso che si possa tranquillamente dire che io sono un realista. Non scrivo storie di Superman o Wonder Woman né di battaglie tra galassie buone e cattive. Mi interessa la vita che mi sta intorno. Se c’è un’atmosfera “cupa”, non ci posso fare nulla. Le esistenze delle persone che vivono qui nel nord del Michigan non sono particolarmente sfavillanti, sono difficili e ogni giorno si fanno più complesse per motivi economici e familiari. Ma c’è pura una faccia “leggera” della medaglia. In Margine di Fuoco scrivo di una ragazzina di diciannove anni, Hannah, che ha già dovuto affrontare situazioni tragiche, ma che è determinata a perseverare e questo lo trovo incoraggiante. Si assume le sue responsabilità e cerca di portare avanti la sua vita. Hannah è un personaggio che mi dà speranza. Lo scrittore Andre Dubus, che è stato mio amico e mentore per molti anni, una volta scrisse: “Non dobbiamo vivere vite fantastiche, dobbiamo solo comprendere quelle che abbiamo e sopravvivere”.

Se dovesse fare uno spot pubblicitario per convincere i suoi lettori a visitare la zona in cui vive, cosa direbbe?
Direi, vi va di vedere una natura incontaminata, di camminare nel bosco e attraversare corsi d’acqua limpida e fredda, vedere cervi e alci e, magari, persino un orso? O, magari, un lupo? Direi che il Lago Superiore (che vedo da casa mia) non è solo un lago enorme, ma che ha uno spirito misterioso e vecchio come il mondo. Si può andare in barca a vela e a pesca, alla sera si può mangiare pesce e bere birra di produzione locale. E si può sempre trovare un po’ di musica dal vivo in uno dei pub del posto. Di notte si può scorgere l’aurora boreale, ma al mattino è meglio svegliarsi di buon’ora per non perdere lo spettacolo dell’alba.

Ci sono autori americani che l’hanno particolarmente influenzata?
Mi è capitato spesso di menzionare Andre Dubus. Di scrittori che mi stanno a cuore ce ne sono tanti. Non posso fare a meno di citare Alice Munro, canadese dell’Ontario, i cui racconti si leggono come romanzi in miniatura. Il linguaggio dei libri di Jim Harrison, soprattutto delle sue poesie, ci consente di vederci in connessione con il mondo della natura. Adoro i racconti di Annie Proux sui nostri sogni spezzati dell’Ovest selvaggio, il ritratto degli immigranti americani in Ragtime di E.L. Doctorow e i romanzi di William Kennedy su Albany nel corso della Grande Depressione. Potrei andare avanti a lungo. Però ci sono due romanzi che ho letto con i miei studenti, nel tentativo di trovare libri in grado di trasportarli fuori dal loro tempo e dal loro ambiente. In Italia, la storia è ineludibile, la incontri in chiese e palazzi. In America, i giovani non dispongono dello stesso contesto storico. Il fulcro è sempre il presente e quello che è successo nel passato conta poco. Per questo, ho fatto leggere ai miei studenti libri come Ragtime e i racconti di Alice Munro, in larga parte ambientati nei primi del Novecento. Abbiamo letto anche La ragazza dall’orecchino di perla di Tracy Chevalier, un romanzo su una domestica in casa dell’artista Johanness Vermeer, nell’Olanda del XVII secolo. Un altro libro che ho utilizzato è Io non ho paura di Niccolò Ammaniti, di cui ho pure fatto vedere il film, un romanzo sulla perdita dell’innocenza nel momento in cui un ragazzino scopre che un altro ragazzino della sua età è stato rapito ed è tenuto prigioniero nel suo paese. Posso pure citare un paio di autori del Michigan. Bonnie Jo Campbell, che ha scritto favolosi romanzi e racconti cupi sul Michigan, e Thomas Lynch, che per decenni ha gestito l’impresa di pompe funebri di famiglia e i cui scritti – poesie, articoli e racconti – affrontano il bisogno e il desiderio di comprendere la nostra mortalità.

Sarebbe infastidito se qualcuno definisse Margine di Fuoco un romanzo thriller?
Capisco l’esigenza dei librari e dei critici di incasellare un libro in un genere particolare. Io, però, tendo a eludere le classificazioni, perché spesso finiscono per essere fuorvianti, se non addirittura superficiali. Il termine thriller fa pensare a inseguimenti in auto, pallottole vaganti e supereroi. Non ho mai scritto storie di quel tipo. Spero, però, che i lettori dei miei romanzi si appassionino ai personaggi e ai dilemmi che incontrano. Il mondo è un luogo pericoloso e minaccioso anche senza inseguimenti d’auto e pallottole vaganti. Resta un mistero come facciamo tutti a sopravvivere da un giorno all’altro. Però, ci riusciamo. Riusciamo ad affrontare i nostri problemi, per quanto sconfortanti e insormontabili possano sembrare. Per quel che mi riguarda, è proprio quella la misura della forza e determinazione di un personaggio.