Aldo Capitini, il pacifista che pagò caro i suoi "no" al fascismo

Un volume raccoglie documenti d'archivio e foto sul pensatore della nonviolenza che ideò la Marcia per la pace Perugia-Assisi

Aldo Capitini in una foto dal volume "Album Capitini", Aguaplano

Aldo Capitini in una foto dal volume "Album Capitini", Aguaplano

redazione 18 dicembre 2018
Giuseppe Moscati *

Per i tipi di Aguaplano Libri di Perugia e su impulso del Fondo Walter Binni, è fresco di stampa il volume fotografico Album Capitini. Ne sono autori Anna Alberti dell’Archivio di Stato di Perugia, Lanfranco Binni – cui si devono i testi – del Fondo Walter Binni, Gabriele De Veris della Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia e Marco Pierini del Polo museale dell’Umbria e della Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia.
Veri protagonisti della pubblicazione sono senza dubbio i documenti d’archivio e le fotografie che narrano la vita e l’essenza del pensiero del filosofo della nonviolenza perugino, del quale emerge bene qui la figura di instancabile educatore alla democrazia e anzi a quella che egli amava chiamare omnicrazia, con questo termine ibrido tra il latino ed il greco volto a significare una vera e propria ottimizzazione della democrazia.
Testi e immagini
Tali documenti testuali e fotografici sono conservati presso l’archivio “Aldo Capitini” dell’Archivio di Stato di Perugia, quello della Fondazione Centro studi Aldo Capitini custodito nella Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia, quello fotografico del Fondo Walter Binni, quello del Gabinetto della Questura di Perugia e quello della Sezione perugina dell’Istituto di Studi filosofici.
Le sezioni di cui si compone il volume sono tre e la prima ripropone il saggio autobiografico di Capitini Attraverso due terzi del secolo, che egli affidò poco prima di morire al fraterno amico Guido Calogero per la rivista da questi diretta “La Cultura” (per approfondire il rapporto tra i due, cui si deve tra l’altro il Manifesto del Movimento liberalsocialista, cfr. A. Capitini - G. Calogero, Lettere (1936-1968), a cura di Thomas Casadei e Giuseppe Moscati, Fondazione Centro studi Aldo Capitini - Carocci, Perugia-Roma 2009). La seconda sezione è dedicata alla vita e alle opere, mentre la terza costituisce un invito a leggere e studiare Capitini.

Le energie per la Marcia per la pace
A proposito di quest’ultima sezione, essa è ricca tra l’altro di immagini che riportano alle tante energie impiegate dal Nostro per l’ideazione e la realizzazione della storica “Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza dei popoli” (24 settembre 1961) e per tutte le esperienze in tal senso a seguire. È qui che troviamo una notazione semplice quanto sottoscrivibile: «Per conoscere Capitini bisogna leggere e studiare direttamente le sue opere». Motivo per cui è bene mantenere sempre presente la prima delle attenzioni che un intellettuale sui generis come lui merita: avvicinarsi alla sua «complessità senza separare il filosofo dal libero religioso, il poeta dal rivoluzionario nonviolento, il teorico dall’organizzatore» (p. 92).
Questo volume fotografico, che di fatto contribuisce a restituire di Capitini e a Capitini proprio un quadro d’insieme – ovvero uno sguardo panoramico che oltrepassi le varie ‘riduzioni’ che la sua figura ed il suo pensiero hanno via via subìto nel corso degli anni –, sottolinea alcuni aspetti fondamentali come per esempio la tenace opera di autoformazione di Capitini, il suo esercizio di progressiva emancipazione dai ceppi della cultura fascistizzata della propria adolescenza e giovinezza, quando veniva passata per “normale” una certa pseudocultura della guerra e della violenza in generale.
I suoi coraggiosi "no"
E poi c’è tutta una serie di coraggiosi no a mano a mano maturati e poi difesi strenuamente da Capitini (che li pagherà di persona tra carcere, censura ed emarginazione), il principale dei quali è senza dubbio quello pronunciato in faccia a un’autorità come Giovanni Gentile. Il filosofo ufficiale del regime mussoliniano dirigeva la Scuola Normale Superiore di Pisa negli anni in cui un leopardiano – prima ancora che gandhiano – Capitini, dopo aver ricoperto l’incarico di segretario economo, era assistente del grande Attilio Momigliano.
Il giovane Capitini non solo rifiutò la tessera fascista propostagli (si legga: impostagli) dal direttore e non solo non sconfessò in alcun modo l’amico normalista Claudio Baglietto che, obiettore di coscienza, decise di non rientrare da Friburgo in Italia per rifiuto del servizio militare, ma in più scelse pubblicamente il vegetarianesimo come vero e proprio atto politico. Non a caso Gentile non sopportava l’idea che quel “professorino”, sedendo a mensa accanto agli studenti, con le sue stranezze alimentari potesse ingenerare nelle coscienze dei futuri difensori della patria pericolosi dubbi circa la necessità di contemplare l’atto di uccidere in trincea.

Il respiro democratico
Solo passando attraverso il ripensamento di questi momenti cruciali della vita – e formativi, direi, della coscienza politica – di Aldo Capitini è possibile comprendere poi elementi quali il continuativo lavoro di opposizione antifascista e di costruzione di una cultura di autentico respiro democratico-aperto, la persuasione nonviolenta e lo stesso liberalsocialismo come massimo della socialità nel massimo della libertà. Nonché l’impegno per i Centri di Orientamento Sociale (C.o.s.) e per il consolidarsi di una partecipazione allargata nel segno dell’avvicinamento tra popolo, intellettuali e istituzioni cittadine, ma anche il parallelo impegno per i Centri di Orientamento Religioso (C.o.r.) e, più in senso lato, per una riforma religiosa che faccia tesoro della migliore tradizione di laicità. Che, appunto, significa apertura.
* presidente della Fondazione Centro studi Aldo Capitini

Capitini, la nonviolenza del "Gandhi italiano" è più urgente che mai

Album Capitini, di Anna Alberti, Lanfranco Binni, Gabriele De Veris e Marco Pierini, 96 pp., ill., Aguaplano Libri, Perugia 2018, € 16,00