Pace contro nazionalismi, sognare nei Balcani è possibile

Politica, calcio e scrittori: una raccolta di saggi curata da Raffaella Coletti e un viaggio nella letteratura balcanica di Diego Zandel raccontano una terra complicata e affascinante

Il ponte ottomano di Mostar distrutto nel 1993 nella guerra dell’ex Jugoslavia e ricostruito nel 2004

Il ponte ottomano di Mostar distrutto nel 1993 nella guerra dell’ex Jugoslavia e ricostruito nel 2004

redazione 4 agosto 2018

Rock Reynolds
In fondo, è solo una partita di calcio. L’hanno detto in tanti quando, il 14 ottobre 2014, a Belgrado, nel corso dell’incontro di calcio Serbia-Albania valevole per le qualificazioni ai Campionati Europei del 2016, un drone con la bandiera della Grande Albania interruppe il gioco. Come pure, il 22 giugno di quest’anno, nel corso del match Serbia-Svizzera per le qualificazioni ai Campionati Mondiali del 2018, quando un giocatore svizzero dopo aver segnato il gol della vittoria mimò il simbolo dell’aquila albanese. Qualcun altro, quando la guerra divampava nei Balcani, semplicemente faceva finta di niente: della serie, se la vedano loro. In fondo, sono europei di serie B. Qualcuno deve averlo almeno pensato. E dalla disgregazione dell’ex-Jugoslavia sembra passato un secolo. Eppure il sangue versato e la catena d’odio che ancor oggi sembra così difficile spezzare hanno riportato l’orologio del nostro continente indietro di una cinquantina d’anni, quando sui Balcani si combatté aspramente per respingere i carri armati tedeschi e pure i nostri fanti inopinatamente mandati da Mussolini.
Fortunatamente, qualcosa è cambiato e molto altro potrebbe cambiare, ora che Croazia e Slovenia sono a buon diritto membri dell’Unione Europea e altre nazioni nate dalla disgregazione del grande Stato voluto da Tito potrebbero esserle presto. Ecco, dunque, che il cosiddetto Processo di Berlino, l’iniziativa diplomatica volta all’allargamento dell’Unione Europea ai paesi dei Balcani occidentali, soprattutto su iniziativa tedesca, si pone come principale baluardo di stabilità di questa zona per anni martoriata dalla guerra e poi afflitta da una lunga crisi economica.


La questione orientale con prefazione accorata di Piero Fassino
L’interessante raccolta di saggi La questione orientale (Donzelli Editore, pagg 143, euro 25), a cura di Raffaella Coletti, racchiude lucide analisi sociopolitiche ed economiche, con qualche riferimento alle prospettive belliche e pure culturali dell’area. Anticipata da una bella, direi accorata prefazione di Piero Fassino, La questione orientale ha, forse, l’unico difetto di essere un testo non semplicissimo, in quanto scritto da ricercatori e concepito per un pubblico accademico. Ma l’argomento è quanto mai scottante e intrigante. I temi affrontati vanno dalla memoria relativa ai conflitti degli anni Novanta al ruolo della società civile di ciascun paese nella rielaborazione della stessa, all’integrazione, alla libertà di stampa, alla radicalizzazione e all’estremismo di diverse frange poco propense al dialogo, alla crescente e ingombrante presenza di Russia, Turchia e Cina sullo scacchiere economico della zona.
Il nazionalismo frena la riconciliazione
Il processo di riconciliazione per alcuni di questi paesi, soprattutto per la Serbia, è complicato, frenato costantemente da un nazionalismo molto radicato – a cui, peraltro, fa da contraltare l’altrettanto forte nazionalismo croato – e dalla diffidenza, se non vera e propria opposizione, nei confronti delle scelte del Tribunale dell’Aia, ritenute vessatorie da molti cittadini serbi. Non a caso, le sentenze del Tribunale dell’Aia sono considerate una farsa dalla Serbia, dove il senso dell’orgoglio nazionale ferito è tuttora molto forte e fare autocritica non porta certo consensi.
Vige, insomma, ancor oggi uno scontro tra interpretazioni ultra-nazionaliste del conflitto dei Balcani e sforzi volti a rielaborare il passato attraverso iniziative di giustizia di “transizione”, con il tentativo di “porre la questione delle responsabilità all’interno dei propri paesi”.
L’ingresso nella Ue può servire
“Diversi elementi hanno contribuito a far arenare il percorso. Sul fronte dell’Unione europea l’imponente allargamento a Est si è rivelato un processo faticoso sotto diversi profili: le difficoltà di gestione di un’Europa allargata e il delicato bilancio tra gli interessi dei nuovi e vecchi Stati membri sono alcuni degli elementi che hanno reso la prospettiva di ulteriori adesioni sempre meno attraente.” E a fare il resto è stata la crisi economica che ha investito, a titoli vari, l’intero continente? Certo, si potrebbe anche aggiungere che alcuni dei paesi che hanno chiesto l’adesione o vorrebbero farlo intendono approfittare del clima arroventato, forse addirittura avvelenato, per entrare nell’Unione Europea sventolando la propria bandiera, un vessillo di battaglia all’insegna di xenofobia, omofobia, nazionalismo becero, se non vero e proprio razzismo. Per questo, Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia restano paesi candidati da osservare con attenzione, con Bosnia Erzegovina e Kosovo potenziali nuovi richiedenti. Chissà che, invece, sia proprio la futura adesione di queste nazioni che, in un recente passato, hanno visto i propri territori e le proprie popolazioni lacerati da guerre terribili, a fare da collante per l’Unione e a riportare serenità tra gli ex-nemici, là dove finora nemmeno la pace ufficiale e l’intervento del Tribunale dell’Aia avevano avuto successo.
Ovviamente, è fondamentale affrontare problematiche da cui dipende l’intera riuscita della complessa operazione di allargamento dell’Unione Europea. In certi paesi dell’area balcanica c’è una grande difficoltà ad avere una stampa libera e un pluralismo dell’informazione, retaggio del regime socialista in cui la stampa era uno strumento per consolidare il potere e rafforzare il consenso ed era concentrata nelle mani di pochi soggetti imprenditoriali asserviti ai governi nazionalisti del dopo-Tito e, di certo, non conformi agli standard democratici ritenuti ineludibili per giovani stati interessati a entrare stabilmente nell’Unione Europea.
Un ulteriore ostacolo è celebrare determinate ricorrenze significative per un paese, sapendo bene che esaltano il sentimento nazionalista attraverso la sottolineatura di un’importante vittoria militare oppure di una cocente sconfitta, se non di un vero e proprio massacro, per far emergere se non la potenza bellica di un popolo, quanto meno il suo stoicismo di fronte alla prepotenza del vicino. Insomma, anche la scelta di date importanti del recente conflitto come feste nazionali non aiuta la riconciliazione. Se poi a soffiare sul fuoco del nazionalismo è qualche atleta di spicco, le difficoltà a voltare pagina aumentano.
Ecco che, dunque, la cultura e, soprattutto, i libri sembrano colmare un vuoto importante. Infatti, “sono spesso le iniziative di carattere artistico a riuscire a penetrare efficacemente la sfera pubblica ponendo le questioni più scomode… sollevando responsabilità e dando voce a punti di vista spesso silenziati”, come dice in maniera molto chiara Marco Abram.
Viaggio nella sorprendente letteratura balcanica
Ancor più chiara è l’analisi del panorama letterario balcanico che ci regala Diego Zandel nel suo Balcanica – Viaggio nel sud-est europeo attraverso la letteratura contemporanea (Novecento Libri, pagg 245, euro 16,50). Zandel, stimato narratore e in qualche modo allievo del compianto Predrag Matvejević, a cui il libro è dedicato, è figlio di profughi italiani dell’Istria e ha conosciuto di persona il dramma del confino e della separazione forzata da affetti e terre natie. La sua passione per il mondo balcanico e la sua cultura è profonda e negli anni si è arricchita di nuove esperienze umane e letterarie.
Consapevole della forza deflagrante della lingua e della parola, conobbe la Fiume del dopoguerra, quella in cui si parlava ancora il serbocroato, lingua che oggi i croati non indicano più in quel modo, non possono indicare più in quel modo “per la prepotente operazione nazionalistica imposta del presidente Tudiman di togliere tutti i serbismi dal linguaggio sostituendoli con termini tratti per lo più dal paleocroato”. Attraverso un’organica distinzione in schede nazionali, Zandel ci accompagna in un viaggio culturale che potrebbe riservarci non poche sorprese, con la scoperta di talenti letterari a noi ancora ignoti e con il resoconto di momenti tristissimi della storia recente, come l’assedio di Sarajevo o il massacro di Srebrenica, che emerge dalle parole di vincitori e vinti.
Perché, come scrisse il premio Nobel bosniaco Ivo Andric nel suo splendido Ponte sulla Drina, la cultura è il ponte di una vita ricca di umanità, dove i “figli dei cristiani nati sulla riva sinistra… attraversano il ponte dai primi giorni di vita… Ma anche tutti gli altri bambini, anche quelli che nascono sulla sponda destra e i musulmani… trascorrono la maggior parte della fanciullezza in prossimità del ponte, come hanno fatto, un tempo, i loro padri e i loro nonni”.



La questione orientale, a cura di Raffaella Coletti, Donzelli Editore, pp. 143, euro 25


Diego Zandel, Balcanica – Viaggio nel sud-est europeo attraverso la letteratura contemporanea, Novecento Libri, pp. 245, euro 16,50