Paolo Roversi, delitto e pericolo con social network

"Cartoline dalla fine del mondo" inquadra l'unica vera realtà metropolitana d'Italia, Milano.Torna il protagonista dei libri dello scrittore, l'hacker e giornalista Radeschi

Milano, palazzo dell'Arengario

Milano, palazzo dell'Arengario

redazione 23 gennaio 2018

Enzo Verrengia


 


«L’idea di utilizzare i social network come cassa di risonanza per i suoi delitti è una mossa che ci lascia indifesi. Voglio dire: quando un video diventa virale – come nel caso del primo omicidio e come sta accadendo anche col secondo – non c’è più modo di toglierlo dalla rete. Possiamo farlo eliminare da YouTube o Twitter o Facebook, certo, ma il video rimarrà comunque da qualche parte nel ventre oscuro del web, sempre disponibile. Internet può diventare la nostra memoria sporca se non stiamo attenti». È lo stralcio di un monologo nel quale si concentra l’essenza di Cartoline dalla fine del mondo, di Paolo Roversi. Non un “semplice” thriller, quanto piuttosto un affresco digital-narrativo del mondo allo sbaraglio del terzo millennio. Le parole gravi e concitate che esplicitano alla perfezione lo status assunto dal ciberspazio vengono dal protagonista ricorrente di Roversi, Enrico Radeschi. Più che giornalista e hacker, come da sintesi del suo ruolo letterario, lo si dovrebbe definire l’equivalente attuale dei menestrelli medievali, che transitavano nel villaggio non ancora globale per riferire le conformazioni della realtà.
Radeschi è anche una credibile variazione peninsulare del giornalista investigativo all’americana, quello de Il sudario non ha tasche, di Horace McCoy. Come lui, racconta in prima persona, con un linguaggio molto “maschio”, ma non macho. All’inizio di Cartoline dalla fine del mondo è addirittura braccato: «Non te lo insegna nessuno e, soprattutto, non devi sbagliare nulla. Anche solo un piccolo errore e comprometterai tutto quello che hai fatto per cancellare le tue tracce». La lezione della scuola dei duri californiana viene qui aggiornata all’unica autentica realtà metropolitana d’Italia: Milano. Roversi è uno dei pochissimi a trovare di suo una cifra che eguagli quella di Scerbanenco per affabulare sul capoluogo lombardo vicino all’Europa (vedi Lucio Dalla). Ci riesce perché Radeschi è Duca Lamberti 4.0. All’empatia e all’umanità irrinunciabile dell’ex medico divenuto poliziotto ufficioso, il personaggio di Roversi aggiunge la competenza tecnologica, indispensabile nella città tecnologica per eccellenza. Soltanto a lui può rivolgersi il “normale” vicequestore Loris Sebastiani per venire a capo di una catena omicida cominciata sotto il quadro-simbolo di Pellizza da Volpedo “Il Quarto Stato”, nel palazzo dell’Arengario, che compete con il Duomo nella piazza centrale di Milano. C’è stato un party raffinatissimo, finito con un cadavere che non è semplicemente vittima di un’inesplicabile violenza. Perfino un funzionario di polizia privo di suggestioni culturali intravede un “codice” dietro l’attacco di questo ciclo assassino. Ed è Sebastiani a richiamare Radeschi dal suo esilio mediterraneo per averne il supporto nella caccia a Mamba Nero, più di un serial killer. Per l’antieroe di Roversi, inseguito dal rimorso di avere provocato involontariamente la morte di una ragazza, sarà una redenzione da incubo, che l’obbligherà a calarsi dapprima negli inferni virtuali, nella “coscienza sporca” del profondo web, poi in quelli ben concreti di una Milano che è un mosaico disfatto di etnie e personalità disturbate. Sul filo di una perversione che dopotutto tale non è, se Radeschi vi decifra un disegno apocalittico, da fine del mondo, appunto, come il titolo suggerisce senza fare spoiler.


 


Paolo Roversi, Cartoline dalla fine del mondo (Marsilio, pp. 272, euro 17,50)