di Lilia La Greca
Centoventi anni fa si disputò quella che molti considerano la prima vera gara automobilistica della storia. A concepirla fu Vincenzo Florio, che sognava di organizzare una corsa in Sicilia e, grazie alla sua appartenenza a una famiglia prestigiosa — le cui residenze ospitarono anche Guglielmo II di Germania — riuscì senza particolari difficoltà a trasformare quell’idea in realtà.
La corsa – denominata Targa Florio – iniziava dal rettilineo di Buonfornello e passava lungo il mare per poi introdursi nelle stradine dei monti siciliani, percorrendo un totale di 146 km da ripetersi tre volte fino a tagliare il traguardo a Campofelice. Il primissimo ad ottenere la vittoria fu Alessandro Cagno, che concluse il percorso in circa 9 ore. All’arrivo lo attendevano trombe e un colpo di cannone per festeggiare le sue gesta. A seguire un altro italiano, il numero 10 Ettore Graziani.
Già nel 1906, tra i protagonisti di questa avventura compariva un nome destinato a diventare centrale nel motorsport: Pirelli, che proprio in quegli anni muoveva i primi passi nel mondo delle competizioni. Non a caso, nell’edizione del 1913, Felice Nazzaro, dopo la vittoria, inviò un telegramma a Giovanni Battista Pirelli per congratularsi per la qualità degli pneumatici, rivelatisi determinanti per il raggiungimento del record.
Tra gli anni Venti e Cinquanta, la Targa Florio si impose come una delle competizioni più dure e affascinanti al mondo. Non era solo una gara: era una prova di resistenza, tecnica e coraggio, che si snodava tra le curve infinite delle Madonie, su strade strette e imprevedibili. Qui, più che altrove, il pilota faceva la differenza.
In questi decenni, la corsa siciliana divenne un palcoscenico internazionale, attirando le più grandi case automobilistiche dell’epoca, da Alfa Romeo a Bugatti, fino a Maserati. Ma furono soprattutto i piloti a costruirne il mito. Figure leggendarie come Tazio Nuvolari o Stirling Moss trasformarono ogni edizione in un racconto epico, dove velocità e rischio convivevano in equilibrio precario. Vincere la Targa Florio, in quegli anni, significava entrare nella Storia.
L’apice della corsa si colloca tra gli anni Sessanta e Settanta, quando assunse una dimensione internazionale entrando a far parte del Campionato Mondiale Sport Prototipi (1955–1973). Fu il periodo delle grandi sfide tra Ferrari e Porsche, con duelli che si giocavano non solo sulla velocità, ma anche sull’innovazione tecnologica e sulla strategia. Le strade siciliane si trasformarono così in un vero laboratorio a cielo aperto, dove ogni curva poteva cambiare il destino della gara. Tra le vittorie più iconiche resta quella del 1970, quando Jo Siffert e Brian Redman trionfarono con Porsche, firmando una delle pagine più memorabili della competizione.
Eppure, mentre cresceva il prestigio, cresceva anche il rischio. Il tracciato, spettacolare e unico, diventava sempre più pericoloso per vetture ormai velocissime e difficili da contenere su strade aperte. Fu l’inizio della fine di un’epoca irripetibile, dove fascino e pericolo correvano sullo stesso filo. Infatti, l’ultima edizione “storica” della competizione si corse nel 1977, dopo un brutto incidente che vide coinvolti anche gli spettatori.
Non fu comunque la fine poiché la competizione sopravvisse come rally, valida per campionati italiani ed europei: quest’anno l’evento si terrà dal 14 al 16 maggio, partendo dal Teatro Massimo.
La Targa Florio non è soltanto una gara, ma un frammento di storia che continua a vivere nel presente: un evento che va oltre i motori, capace di intrecciare passione, tradizione e identità. Che siate appassionati o semplici curiosi, assistervi significa entrare in contatto con qualcosa di profondamente italiano: la Targa Florio non è solo competizione, ma parte integrante della nostra cultura.