Luciano Spalletti. "Anche il più grande dei calciatori deve pensare al bene della squadra" | Culture
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Luciano Spalletti. "Anche il più grande dei calciatori deve pensare al bene della squadra"

Dall'Empoli alla Nazionale Italiana di Calcio passando per San Pietroburgo. Quasi un diario del mister di Certaldo

Luciano Spalletti. "Anche il più grande dei calciatori deve pensare al bene della squadra"
Spalletti quando era allo Zenit
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21 Dicembre 2023 - 14.24


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di Damiano Nifosi

Questa è una delle esercitazioni svolte dalle studentesse e dagli studenti che stanno frequentando il laboratorio di giornalismo, tenuto dal Professore Maurizio Boldrini. Sono da considerarsi, per l’appunto, come esercitazioni e non come veri articoli.

Dai primi passi con l’Empoli, al trionfo storico di Napoli, ed infine la Nazionale italiana: siamo stati a Certaldo, a casa di Luciano Spalletti, per ripercorrere insieme le varie tappe della sua lunga ed illustre carriera.

Mister, lei ha iniziato la carriera da allenatore a soli 34 anni, nella squadra dove ha concluso quella da calciatore, ossia l’Empoli. Cosa ricorda di quegli anni?

Impossibile dimenticarsi qualcosa di quegli anni: finita la carriera da calciatore, mi venne naturale continuare a lavorare nel mondo del calcio, anche grazie al supporto di un grande presidente come Fabrizio Corsi, mio coetaneo. Il calcio prima era uno sport dove l’anzianità contava molto più di adesso, i giovani allenatori non erano visti di buon occhio, quindi posso solo ringraziarlo per la fiducia cieca che ha riposto in me.

Fiducia che comunque lei ha dimostrato di meritarsi, prima con la salvezza ai play-out di C2, poi con la storica doppia promozione consecutiva: si può dire che le basi di questo Empoli le ha gettate lei?

Non voglio prendermi meriti che non mi spettano: le basi le hanno indubbiamente gettate la dirigenza e il presidente Corsi. Tuttavia, probabilmente grazie a quella doppia promozione, l’Empoli è riuscito a diventare una presenza quasi stabile in Serie A, ed oggi conta uno dei migliori settori giovanili d’Italia: questi per me sono motivi d’orgoglio verso una squadra, ed una città, a cui devo molto.”

Effettivamente il suo amore per Empoli non è certo nascosto: di recente l’abbiamo vista visitare lo stadio e riabbracciare Corsi. Immagino abbiate parlato di calcio…

(Ride, ndr) Fabrizio è un grande amico, ma posso confermare che abbiamo parlato solo di calcio: gli ho fatto i complimenti per la gestione societaria e lui me li ha fatti per l’annata di Napoli e per la qualificazione. Parlare con un uomo di calcio come lui fa sempre un gran bene, si imparano punti di vista diversi che servono sempre in questo mondo.

Dopo Empoli, la prima grande squadra che le ha offerto un contratto fu la Roma. Quello che sembrava essere un salto troppo grande si è poi rivelato il catalizzatore della sua carriera…

Dopo l’avventura a Udine mi contattò Franco Sensi, che a Roma è considerato una leggenda: mi fu impossibile rifiutare. Il blasone della squadra non fu motivo di paura ma solo di grande incitamento, sapevo di dover dare il massimo in ogni momento: i risultati poi mi diedero ragione. Avevo a disposizione un gruppo affiatato di uomini già in grado di fare squadra, lavorare così diventa molto più facile. L’Inter in quegli anni ci superò in campionato, ma sempre contro di loro vincemmo due Coppe Italia: tutto sommato un bilancio positivo, specialmente per il mio palmares che prima di Roma era vuoto (ride, ndr).

Poi però spuntano i primi attriti, che culminano con le sue dimissioni.  

Quando si alza l’asticella, la dirigenza si aspetta sempre un certo livello di prestazioni che la mia squadra non poteva più garantire. Dopo 3 anni ottimi ho preferito rinunciare al posto, anche per non sporcarne il ricordo. Ho delle immagini vivide degli ultimi giorni impresse nella mente: avevo già accettato l’offerta dello Zenit (San Pietroburgo, ndr) e l’avevo comunicato ai miei uomini, ma un gruppetto di loro voleva ribellarsi alla società. Dissi loro di non sprecare tempo, ritenevo di aver già dato tutto.

Sua moglie fu contenta della scelta dello Zenit?

Tamara, per mia fortuna, è sempre stata al mio fianco, supportando le mie scelte: il cambio di scenario, da Italia a Russia, non è indifferente, ma lei ha saputo adattarsi benissimo e per questo la ringrazio. Le cose andavano molto bene a San Pietroburgo, la squadra mi seguiva e la dirigenza mi stimava, lavoravo quasi da team manager più che da allenatore: poi, come ogni storia calcistica, qualcosa si ruppe e il rapporto si logorò fino all’esonero.

Dopo l’esonero molti si aspettavano un ritorno in pompa magna: invece lei si è preso un anno sabbatico. Cosa l’ha spinta a prendere questa scelta?

Principalmente la mancanza di offerte allettanti: il lavoro dell’allenatore necessita di un determinato livello di passione che tu ci devi mettere, altrimenti non se ne fa niente. Andare in una squadra che non mi dava stimoli sarebbe stato poco rispettoso, in quanto non avrei potuto dare il meglio. E poi, l’allenatore deve formare l’uomo prima del calciatore, ci vuole sintonia e vicinanza con i tuoi giocatori: meglio prendersi un anno e valutare le offerte con calma, a mente fredda.”

E la sua scelta, ancora una volta, ha pagato: nel 2016 la richiama la Roma…

Fui contattato per risollevare una situazione scomoda, i giocatori non rendevano al meglio e la squadra stava scendendo in classifica: bastarono pochi piccoli aggiustamenti per tornare in carreggiata. Probabilmente la mia conoscenza dell’ambiente ha aiutato.

Nonostante i suoi ottimi risultati, la sua seconda esperienza a Roma è ricordata per altro: è famoso il suo screzio con Totti. Ci sa dire di più a riguardo?

Francesco (Totti, ndr) è stato un calciatore, e prima di ciò un uomo, fondamentale per la figura della Roma. Naturalmente, e giustamente, lì è considerato una leggenda, ma anche il più grande dei calciatori deve pensare al bene della squadra in primis, e solo dopo a sé stesso. Pretendeva di giocare solo per il suo status, ed un allenatore non può permettere una cosa simile, ne va del morale della squadra. Lui poi se l’è presa sul personale, ma non ho mai avuto nessun tipo di problema con lui se non quello della sua troppa esuberanza.

Sembra che però sia tutto sistemato ormai (mostra una foto dell’incontro tra Spalletti e Totti, dove si abbracciano)

Francesco è molto maturato come persona dopo la fine della carriera da giocatore: ci siamo più volte confrontati, esponendo i nostri punti di vista, e ne sono sempre uscite delle ottime chiacchierate. Si merita di stare nell’organigramma della Roma, ha le conoscenze necessarie e soprattutto sa cos’è meglio per quell’ambiente. Scommetto che a breve lo potremmo vedere nella dirigenza…

L’apice della sua carriera è naturalmente il biennio dove lei ha guidato il Napoli: che esperienza è stata per lei?

Napoli vive il calcio in maniera diversa dagli altri: lì è una vera e propria religione. Mi volle De Laurentis (il presidente del Napoli, ndr) che mi portò subito a fare un giro in città: mi colpì la passione del popolo, non ho mai visto niente del genere. I giocatori invece erano demoralizzati dopo due ottime annate, ma senza trofei: li riportai in Champions League, poi…

…poi il famoso secondo anno, quello dello storico scudetto col Napoli, il suo primo scudetto e il terzo per la squadra. Il culmine di un sogno per lei?

Le emozioni che ho provato quell’anno non saranno mai pareggiabili. La gente mi fermava per strada pregandomi di vincere lo scudetto, c’è chi inneggiava al miracolo di Maradona che ci guidava dall’alto. I miei uomini erano completamente galvanizzati, avremmo potuto vincere anche contro gli alieni se ci avessero sfidato: quando hai un sostegno così forte, andresti in guerra per la tua gente.

Infine, la sua ultima esperienza: la Nazionale. È un sogno di tutti gli allenatori secondo lei?

Beh, il calcio di club e quello delle nazionali è completamente diverso, e non è detto che un ottimo allenatore di club sappia esserlo anche per la sua Nazionale. Detto ciò, almeno per me, allenare la Nazionale è un sogno che si avvera: ad essere sinceri, dopo l’annata di Napoli, non avrei mai potuto tornare ad allenare una squadra di Serie A. Ora siamo completamente concentrati per l’Europeo, vogliamo fare bella figura, per fortuna Mancini (ex allenatore della nazionale, ndr) mi ha lasciato un gruppo volenteroso ed affamato di successi.”

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