Paesi più poveri: per la gran parte dei media italiani "The Last Twenty" sono invisibili

La maggioranza delle testate non tratta i problemi di queste terre determinando disinteresse nell'opinione pubblica. La ricerca dell'Università di Siena presentata durante i lavori di "The last Twenty"

Il gruppo di ricerca dell' università senese durante la presentazione del lavoro

Il gruppo di ricerca dell' università senese durante la presentazione del lavoro

Redazione 20 settembre 2021

di Manuela Ballo

 

Non solo ultimi ma anche invisibili? La risposta che poteva apparire retorica è, purtroppo, affermativa: i paesi " The last Twenty" sono invisibili e scarsamente conosciuti all'opinione pubblica italiana. E' il risultato che emerge dalla ricerca che è stata condotta da un gruppo composto da studenti del Dispoc (Dipartimento di Scienze Sociali Politiche e Cognitive), dell’area umanistica e dell’Associazione Aula 1240 dell'Ateneo senese, coordinata dai professori Maurizio Boldrini e Tarcisio Lancioni.

Ho coordinato il gruppo di ricerca al quale hanno dato il loro contributo anche le redazioni di Culture Globalist e del Canale Civico Siena. I risultati sono stati discussi ieri, domenica 20 settembre, nel tardo pomeriggio, con i partecipanti alle giornate abruzzesi-molisane che erano convenuti, per l'occasione, nel teatro di Agnone. Con il gruppo di lavoro senese hanno interloquito: Suor Elvira Tutolo, Godwin Chukwu, Mani Bertrand Honoré e Sabrina Ciolfi.

Il risultato dello studio è evidente: sia lo scarso numero degli articoli dedicati a quei paesi sia il tono usato per raccontarli mostra una scarsa conoscenza geo-politica e sociale d’interi continenti. Un giornalismo, quello italiano, che continua ad avere il vecchio marchio d'origine e cioè il vizio di considerare la politica nazionale (o al più europea) come centro permanente della propria attività professionale.


Il periodo preso in esame dai gruppi di ricerca ha riguardato il mese di giugno 2021. Non è stata una scelta casuale perché si è teso a verificare le modalità della copertura mediatica lontano da fatti che, per i loro valori, si sarebbero comunque imposti nell'agenda dei media. Si è cercato di capire quanto il sistema dei media si occupi della complessa vita quotidiana di questi venti paesi e anche il livello di conoscenza di culture e pratiche di vita così distanti da quelle occidentali.

 

I gruppi di lavoro che hanno partecipato sono così composti: sui giornali quotidiani hanno lavorato Camilla Annicelli (coordinamento), Elena La Verde  e Alice Muti Pizzetti; sulle testate online le analisi sono state compiute da Marcello Cecconi (coordinamento), Alessia Bianchi, Arianna Burroni e Giada Giacomini; ai telegiornali hanno posto attenzione Carmelo Miccichè (coordinamento), Alessia Pederiva, Annalisa Barzanti, Massimiliano Masi e Michela Potì.



L’analisi delle testate della carta stampata si è incentrata sulle differenze nei modi di trattazione emerse nei giornali presi in esame: la Repubblica, il Corriere della sera e Libero. Nelle prime due, testate nazionali indipendenti, hanno prevalso i toni di tipo informativo ed enunciativo tendente per lo più a informare i lettori su ciò che è accaduto nei paesi presi in esame.

 

Le due testate fanno spesso ricorso, grazie alle collaborazioni editoriali, ad agenzie e commenti tratti da qualificate testate internazionali. Nel terzo, giornale di tendenza, si è teso a utilizzare termini più urlati e ad applicare stereotipi sul modo di raccontare quei paesi come esotici e lontani dalle consuetudini delle civiltà occidentali.

 

Complessivamente nei tre quotidiani presi in esame, si parla prevalentemente dell’Afghanistan, della Libia e dell’Iraq. E' evidente che l'attenzione è stata rivolta ai paesi del Medio Oriente e a quei paesi come l’Eritrea e l’Etiopia che sono geograficamente e storicamente vicini all’Italia. Vengono, invece, totalmente ignorati i problemi quotidiani di gran parte degli altri paesi.

 

Anche per le testate d’informazione on-line (IlFatto.it, il Post, Fanpage, Leggo) è stato scelto di selezionare e commentare le notizie pubblicate nel mese di giugno. In particolare sono stati analizzati i lanci di Ansa.it, il giornale dei giornali, com'è definito: nell'intero mese sono stati pubblicati ottantasei articoli che hanno in comune la certezza delle fonti.


All'Aquila con gli "ultimi del mondo": "The last Twenty" dà voce ai problemi dei paesi più poveri

In mancanza di corrispondenti e usando poco i reporter, le notizie si rifanno a fonti istituzionali con l'uso di molti virgolettati. Prevale quindi la cronaca e mancano i commenti. Anche qui, come nella carta stampata, si nota una maggiore presenza per l’Afghanistan, poiché già nell’agenda nel mese di giugno per il deciso ritiro delle truppe americane ed europee.  Nessuna tendenza al "patemico" nelle narrazioni e il clamore si evidenzia solo quando vengono trattare notizie di colore come quella nella quale si tenta di difendere il tartufo italiano da quello afgano.

 

Il Post, solo tredici articoli in totale, compresa una foto notizia. In maggioranza gli articoli trattano di avvenimenti dei 20 paesi, anche con fonti da importanti broadcast internazionali, come la BBC, con una cronaca personalizzata che dimostra una tendenza alla narrazione più che alla cronaca secca.

 

Si amplia spesso la notizia con informazioni esistenti. Anche le foto-notizie, in linea con i testi preferiscono, di fatto, una narrazione coinvolgente ed emozionale. Per Fanpage, sono stati rilevati venti articoli in totale, si può dire un articolo per ognuno dei 20 paesi e, tranne alcuni casi, tutti gli articoli sono legati a fatti avvenuti in Italia (compreso l’arrivo di migranti) o comunque a fatti accaduti in quei paesi ma relativi a cittadini italiani.

Sempre cronaca con molti virgolettati e solo qualche commento che, in alcuni casi, enfatizza l’opera di Ong o italiani che aiutano la popolazione.


Per Leggo, lo scenario è davvero misero. Solo cinque gli articoli e, con esclusione di uno tutti con eventi collegati all’Italia. Si favorisce ancora la cronaca, spesso nera, che sorprenda e scateni curiosità, la vecchia regola della penny press, principio della "human interest". Su il Fatto.it è stato riscontrato mediamente un articolo per ogni paese, ad eccezione dell’Afghanistan e Burkina Faso che ne hanno un paio ognuno. La maggior parte degli articoli riguarda l’Italia con prevalenza di cronaca. Si trattano attentati terroristici, problemi migratori e abbiamo anche un paio di articoli dedicati a Macron e la decisione del ritiro delle truppe dal Ciad e dalla Repubblica Centrafrica.

 

Diversa per periodi e metodi è l'analisi quantitativa e qualitativa dei telegiornali presi in esame. Poiché i periodi non hanno riguardato, come negli altri casi, soltanto il mese di giugno, ma anche quello che va dal 10 agosto al 10 settembre. Le analisi dei due periodi hanno prodotto risultati molto diversi dati gli accadimenti avvenuti in questi stessi periodi.
Per il mese di giugno sono stati presi in esame la7 e Tg2000, invece per quanto riguarda il periodo che va dal 10 agosto al 10 settembre, la trattazione ha riguardato le notizie del Tg1 e Tg3 della Rai e il Tg5 di Mediaset.

 

Nel primo periodo si è notata una copertura mediatica riguardante i venti paesi più poveri del mondo molto scarso: di fatto, solo ventuno notizie sono state rilevate dei 180 servizi messi in onda. Ad agosto e settembre visto quello che accadeva in Afghanistan, è cambiato completamente sia lo spazio, immensamente aumentato, sia l'atteggiamento dei servizi e dei commenti. La presenza d’inviati sul posto e la ricchezza della documentazione visiva hanno portato i telegiornali a titoli d’apertura e ad ampi servizi nei quali si è fatto ricorso anche al pathos emotivo.


Questo modo di trattare la notizia è in realtà durato solo poco tempo: da quando le truppe occidentali hanno fatto rientro a casa, l’Afghanistan ha diminuito la sua presenza sui media e l’agenda si è spostata verso i temi nazionali come green pass, i trasporti e il rientro a scuola degli studenti. E' del tutto evidente che i fatti di casa nostra interessano i telegiornali molto più delle condizioni in cui vivono paesi e continenti poveri.