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Sergio Staino: «Vorrei più collaborazione tra il Tenco e la Rai. Sanremo? Una débâcle musicale»

L’intervista al presidente del Club Tenco

Sergio Staino: «Vorrei più collaborazione tra il Tenco e la Rai. Sanremo? Una débâcle musicale»

Lucia Mora

10 Febbraio 2022 - 19.48


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di Lucia Mora

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Si è da poco conclusa la 72esima edizione del Festival di Sanremo. Ne abbiamo discusso con Sergio Staino, presidente del Club Tenco.

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In un’intervista dell’anno scorso, ha dichiarato che il Club Tenco e il Festival di Sanremo non sono più in contrapposizione. È ancora così?

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Certo. La contrapposizione è stata necessaria al momento della fondazione del Club Tenco, perché obiettivamente alla canzone d’autore mancava un luogo dove potersi esprimere in maniera più completa. Non che a Sanremo ci fosse una bruttura totale, ci son passate fin dai primi anni anche cose di qualità: tra queste, Fabrizio De André metteva anche Papaveri e papere per esempio, mi fa sempre sorridere. Ma il Club Tenco nasce soprattutto per offrire uno spazio a quei cantautori innovatori di quel periodo che non trovavano spazio, tantomeno a Sanremo. Quindi, se c’era un’opposizione, era un’opposizione culturale: uno guardava più al nazionalpopolare e l’altro tentava invece la strada della canzone colta, come in Francia (con vari autori, da Boris Vian a Georges Brassens). Avevamo anche noi cantautori del genere, ma non erano valorizzati. 

C’è chi invece considera un “tradimento” il dialogo del Tenco con il Festival.

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Accusare il Tenco com’è successo ultimamente di aver intrapreso troppi rapporti fraterni con Sanremo è una stupidaggine. È giusto invece che esistano questi rapporti, pur continuando ognuno a procedere nel proprio campo. Quando dico che non c’è più contrapposizione, lo dico perché esiste un dialogo costruttivo: a volte capita che alcuni bravissimi cantautori vadano al Festival prima che al Tenco e altre volte cantautori che sono stati a Sanremo vengono al Tenco perché hanno ancora tanto da esprimere e, in quell’ambiente, lo possono fare meglio.

In sostanza si tratta di una divisione dei compiti.

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Esatto. Anche se come Tenco siamo ancora un po’ indietro nel riuscire a qualificare da questo punto di vista le caratteristiche del Club. Il mio lavoro come presidente tende a questa valorizzazione, a questo arricchimento, non a rincorrere Sanremo che invece ha un’altra sua strada ben definita e comunque importante a livello internazionale.

Mi pare si noti molto questa divisione, soprattutto nell’ultima edizione del Festival, più votata a hit commerciali che a brani cantautorali.

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Sono completamente d’accordo. Dal punto di vista musicale, questo Festival è stato un po’ una débâcle. Però non so se imputare questa bassa qualità delle canzoni in gara – salvo qualche eccezione – a Sanremo in quanto struttura o piuttosto a un’offerta produttiva di canzoni di livello scadente. Mi pare che nella sua mediocrità il Festival intercetti e rifletta l’attuale sistema discografico, come una sorta di specchio della realtà. Se prendi le canzoni presentate all’ultimo Tenco e le confronti con quelle di Sanremo è chiaro che, giocoforza, quelle del Tenco dal punto di vista culturale sono superiori, essendoci una selezione più ferrea sulla qualità dei brani, ma se il Tenco provasse a inseguire una dimensione nazionalpopolare si snaturerebbe. Per quello esiste Sanremo, che va rispettato per la sua capacità di coinvolgere milioni di telespettatori.

Ha apprezzato il lavoro di Amadeus?

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L’entusiasmo di Amadeus mi ha commosso. Mi piace che abbia rafforzato la presenza del Tenco infilando qua e là spezzoni culturali e politici, alcuni molto belli e altri più scadenti, ma in generale compiendo una bella operazione, che ha riportato sempre tutto il discorso della canzone a un impegno, a una visione sociale, alla partecipazione. Sono questi gli aspetti che fanno crescere la cultura generale di un Paese, concentrando l’attenzione anche su questioni più colte, più difficili, non immediatamente recepibili; le stesse che noi come Tenco cerchiamo di valorizzare. Non sono d’accordo con chi generalizza su Sanremo e butta a mare l’intera questione. Bisogna muoversi sempre con molta attenzione, soprattutto quando siamo di fronte a fenomeni di massa. Penso che l’umiltà con cui ci si avvicina alla produzione creativa debba valere sia per gli autori che vanno al Tenco, sia per quelli che vanno a Sanremo.

Ha avuto modo di discutere del Festival con qualche cantautore?

No. Non ero presente al Festival e ho visto la kermesse dal televisore come tutti gli italiani, però l’ho seguita abbastanza bene. Momenti di noia c’erano, certo, ma nulla rispetto a certe edizioni del passato. Oggi c’è un impegno maggiore e questo va riconosciuto, anche dal punto di vista finanziario (dovuto chiaramente a tutto il meccanismo che c’è dietro): avessimo noi del Tenco un centesimo dei fondi che hanno a Sanremo…

A proposito del Club: progetti per il futuro?

Ce ne sono diversi. Bisogna farlo crescere, e per farlo crescere servono anche strutture economiche produttive che ci aiutino a uscire dal pur splendido ambiente del volontariato, per avere gambe più solide. Nello specifico, sto lavorando su due ipotesi: una, che è quasi in porto, riguarda l’aspetto giuridico e consiste nel trasformare l’associazione in fondazione, cosa che ci permetterebbe di attingere più a fondo a finanziamenti, a reti di volontari e così via; la seconda è partecipare come fondazione ai bandi europei per la valorizzazione della cultura, un altro aspetto importante. C’è poi una terza cosa su cui sto lavorando adesso e che cerco di portare avanti: vorrei utilizzare di più i media, soprattutto la Rai, con cui vorrei avere un nuovo tipo di rapporto. Finora, quando è andata bene, la Rai ha passato solo dei riassunti del Tenco. È già qualcosa, ma mi piacerebbe (soprattutto coi canali più attenti alla cultura come Rai 5) scendere nei particolari e fare non dico delle lezioni, ma dei programmi che insegnino, che educhino e che approfondiscano le varie figure della canzone d’autore. Un lavoro culturale ad alto livello, anche dal punto di vista della diffusione.

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