Silvio Fuso: «Musei civici di Venezia chiusi perché mancano turisti? Ma non sono pizzerie» 

L’ex direttore di Palazzo Fortuny e Ca’ Pesaro critica la scelta del sindaco Brugnaro: «Una strategia riduttiva e uno svilimento. I musei italiani anche nel fine settimana? Meglio aprirli»

Il palazzo di Ca’ Pesaro. Foto Wikimedia

Il palazzo di Ca’ Pesaro. Foto Wikimedia

Stefano Miliani 3 febbraio 2021
A Venezia il sindaco Luigi Brugnaro, della Lega, con il consiglio di amministrazione della Fondazione Musei Civici ha deciso di non riaprire i Musei civici fino al primo aprile perché in assenza di turisti non reggerebbero economicamente. Eppure sono raccolte strepitose. Gli abitanti della città e dintorni, da Mestre a Padova o Rovigo, per dire, per l'amministrazione non valgono? Esiste solo chi porta in dote ricchi introiti? Risponde a questi interrogativi, e alla domanda se i musei italiani nelle regioni “gialle” debbano restare chiusi nel fine settimana, Silvio Fuso, storico dell’arte oggi in pensione che tra più esperienze ha diretto Palazzo Fortuny, ad interim il Museo del vetro, infine Ca’ Pesaro. 
Il sindaco Brugnaro ha detto che i musei civici devono restare chiusi fino al primo aprile perché non ci sono turisti e non reggerebbero economicamente. I musei, tanto più quelli civici, non sono fatti per i cittadini? 
Sì, qualsiasi museo e soprattutto quelli pubblici devono avere funzioni rivolte non solo ai cittadini ma in senso di studio, educazione, formazione e approfondimento. In particolar modo i Civici soprattutto a Venezia sono lo specchio della nostra vita e devono essere rivolti ai residenti, ai veneti, agli italiani, naturalmente a tutti, non possono avere una blindatura solo per i turisti. Purtroppo è forse dato dallo svilimento della città, dalla sua disposizione turistica.
Una scelta simile non corrisponde a una città che deve essere solo “consumata” come una macchina da soldi e basta? 
Rifacendomi a una cosa triste ma di attualità, che più tamponi si fanno più positivi si individuano e più è possibile fare le cure, con scaramanzia direi la stessa cosa per i musei. Nel senso che possiamo avere un’offerta di approfondimento, inclusione, apertura anche a tutte le comunità che gravitano su Venezia, e non sono poche: ci sono gli studenti, le persone che vengono ad abitarci, europei, francesi, olandesi, tedeschi …
C’è anche una forte comunità cinese, giusto?
Io non la conosco. Quando ero a Ca’ Pesaro avevo pensato con una collega di rivolgerci alle comunità che hanno diversi codici visivi, gli indiani, o preclusioni apparentemente verso le immagini, come la comunità bengalese. Se si cercano si trovano le comunità. Ma poi c’è quella comunità che mette d’accordo tutti, anche i sovranisti: sono i turisti di prossimità, i veneti. Non ce ne rendiamo conto ma l’interesse delle comunità venete, o friulane o trentine per l’arte raccolta a Venezia è molto forte.  
Quindi condivide che la chiusura risponda a una concezione consumistica della città?
No. Se diciamo “consumistica” la vediamo anche noi solo sotto un punto di vista economico. Al di là degli obblighi dei musei è mio parere è una visione riduttiva anche come strategia, che vede soltanto quel tipo di domanda mentre l’offerta deve creare le sue domande. Le cose devono avere una loro economicità. Un conto è l’economicità dell’istituzione, un conto è che risponda solo all’idea di un guadagno o faccia concorrenza a privati tipo pizzeria. Un museo è molto diverso da una pizzeria. 
Ora i musei in molte regioni sono aperti durante la settimana ma non nel fine settimana. Più istituzioni lamentano che chi lavora non può andare in un museo nei giorni di lavoro. O è giusto che siano chiusi per contenere la pandemia? Cosa ne pensa?
Non posso dire di avere una conoscenza sociologico-medica per sapere se creerebbe assembramenti pericolosi. Credo però che, fatti salvi i dubbi degli organismi competenti e senza alzare il sopracciglio, sarebbe meglio tenere aperti i musei anche nel fine settimana. Visto che è proibito il passaggio da una regione all’altra sarebbe solo un turismo di prossimità. Se le condizioni mediche e igieniche lo consentono, e credo lo consentano perché i musei hanno una precisa capienza possibile data dalla pandemia, penso che il turismo di prossimità non porti oggettivamente code pericolose. Se si avesse un occhio di riguardo anche per intercettare, e dico una brutta parola, fruitori, appassionati, si potrebbero includere anche fasce che spesso non vengono prese in esame. Per esempio l’apertura settimanale potrebbe avere una sinergia forte con le scuole. Laddove fosse possibile dal punto di vista sanitario il museo è un presidio di civiltà e territorialità ed è un luogo generalmente molto bello. 
Quali incarichi principali ha avuto a Venezia?
Ho diretto Palazzo Fortuny fino al 2007, poi ad interim anche il Museo del vetro e poi Ca’ Pesaro. Sono uno storico dell’arte e ho seguito modelli organizzativi che il Comune a suo tempo mise in cantiere con una previdenza importante, era un comune virtuoso perché era tra i primi che aveva adottato una organizzazione per obiettivo. Non parlo quindi da un punto di vista ideologico o emozionale o di un addetto ai lavori: credo molto alla funzione civica e civile e territoriale dei musei oltre a quella estetico-artistica.

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