Migrazioni, pangolini, drag queen: il World Press Photo misura la salute del pianeta

A Roma la mostra sul premio di fotogiornalismo che racconta il nostro tempo: dalla natura in pericolo ai conflitti agli squarci di bellezza

Belinda Qaqamba Ka-Fassie, drag queen nella township di Khayelitsha a Città del Capo. Foto di Lee-Ann Olwage, Sud Africa, World Press Photo 2020

Belinda Qaqamba Ka-Fassie, drag queen nella township di Khayelitsha a Città del Capo. Foto di Lee-Ann Olwage, Sud Africa, World Press Photo 2020

redazione 30 giugno 2020
di Stefano Miliani

Dei pangolini in procinto di venire macellati in un mercato cinese vengono tirati per la coda: un anno fa ci avremmo fatto meno caso, adesso pensiamo al Coronavirus; negli Stati Uniti un gruppetto di neonazisti con tatuaggi in gita su un lago leva il braccio (e non purtroppo è una battuta dei Blues Brother sui "nazisti dell'Illinois") mentre a molte miglia di distanza sfrontati proprietari di tigri sfoggiano i loro animaletti come trofei in piscina in una scena assurda; più in là vediamo il dolore dei parenti delle vittime del volo decollato da Addis Abeba nel marzo 2019 e precipitato al suolo; ancora: assistiamo ai devastanti incendi australiani in una lotta che ha sterminato migliaia di animali e distrutto case e vite umane; vediamo le migrazioni dal Venezuela impoverito verso la Colombia; troviamo impressionante, talvolta dolce spesso spaventato, lo sguardo degli orangotango in pericolo nella loro Indonesia; nella neve in Alaska stupisce la maestosità di un ghiottone; in una township di Città del Capo incontriamo l’orgoglio di una drag queen nera che sfida le discriminazioni.

Diritti negati, diritti calpestati, ingiustizie. È il nostro mondo, tra cronaca, disastri e speranze. Come ogni anno la sequenza di immagini del “World Press Photo” documenta e al tempo stesso va al di là del documento: la rassegna ci racconta il nostro pianeta e i suoi drammi politici, sociali, ambientali, con squarci di bellezza che rasserenano e fanno tirare un sospiro prima di vedere come noi uomini trattiamo la terra o i nostri compagni di specie.

Il “World Press Photo”, come saprete, è il premio internazionale di foto giornalismo fondato nel 1955 dove la cronaca si traduce in immagini che diventano storie del nostro tempo grazie a fotoreporter coraggiosi, intraprendenti, magistrali nell’uso dell’obiettivo. La mostra-racconto del “World Press Photo 2020” si dipana fino al 2 agosto al primo piano del Palazzo delle Esposizioni di Roma e raccoglie i 139 scatti finalisti (scelti fra 74mila lavori) di 44 fotografi selezionati fra 4.282 professionisti partecipanti e provenienti da 125 paesi. Quasi tutto il globo, in pratica.

Infine è giusto ricordare che la giuria ha incluso sei italiani tra i finalisti: Fabio Bucciarelli, Luca Locatelli, Alessio Mamo, Nicolò Filippo Rosso, Lorenzo Tugnoli e Daniele Volpe. Un appunto all’allestimento: la mostra non scandisce i settori del premio (ambiente, sport, storie d’attualità e via dicendo) mentre la scansione è chiarissima e utile in catalogo, con il volume che raccoglie più immagini di quelle esposte. Come in ogni edizione, ogni immagine è accompagnata da una breve storia di chi e perché viene ritratto e inquadrato: vale a dire noi umani, spesso in mezzo ai drammi provocati da altri umani, e l’ambiente naturale che danneggiamo.

Come già divulgato dalla fondazione, come foto dell’anno ha vinto Yasuyoshi Chiba con uno scatto sulle proteste contro il regime sudanese (clicca qui per la notizia).

L’esposizione romana è ideata dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam, è promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography. Catalogo Skira, pp. 240, euro 27.50.

Il sito del Palazzo delle Esposizioni