La Pietà fiorentina di Michelangelo in restauro. Ma non diventerà “bianca”

La restauratrice della scultura Paola Rosa: non elimino la “patina”. Natali: no agli integralismi di certi restauratori

Particolare della Pietà di Michelangelo al Museo dell’Opera del Duomo, Firenze. Foto Alena Fialová

Particolare della Pietà di Michelangelo al Museo dell’Opera del Duomo, Firenze. Foto Alena Fialová

redazione 23 novembre 2019
di Stefano Miliani

La Pietà fiorentina di Michelangelo, con Nicodemo dal volto dell’artista mentre sorregge Cristo morto, è una delle sculture più tormentate e cariche di sofferenza e speranza della storia. E che più hanno ispirato altri artisti nei secoli a venire. «Quel braccio sinistro spezzato di Gesù ha fatto scuola, lo trovi anche in Giacometti», osserva a globalist Sergio Risaliti, direttore del Museo del Novecento e di altre istituzioni del Comune, critico d’arte, autore di più volumi sul Buonarroti. Orbene: la scultura, capolavoro non finito scolpito tra il 1547 e il 1555 circa, ovvero quando Michelangelo aveva tra i 72 e gli 80 anni, viene restaurata. O per dirla con più precisione: viene pulita con giusta cautela. Se ne occupa la restauratrice Paola Rosa per conto dell’ente proprietario, l’Opera di Santa Maria del Fiore, che nel 1981 trasferì la scultura dal Duomo al museo per proteggerla dalla massa di visitatori in chiesa e conservarla in un clima più adeguato. Il restauro avviene in un cantiere aperto sotto gli occhi del pubblico.
Paola Rosa la restauratrice: «Non eliminerò la patina»
Restaurare Michelangelo, questo Michelangelo, significa mettere mano a uno dei caposaldi della cultura figurativa occidentale. Perché non è finita, per la sua forma quasi piramidale, per le imperfezioni (il braccio sinistro e la gamba destra di Cristo), per la drammaticità in cui l’artista rifletteva sulla morte e sulla salvezza, per infinite altre ragioni.
Tra gli esperti di norma si scatena un dibattito: il restauro eliminerà la patina lasciata dal tempo sulla superficie? L’intervento eliminerà quel colore ambrato, quasi cupo, probabilmente provocato dai lavori per farne un calco a fine ‘800 oltre che da secoli di fumo di candele nella chiesa? No, quella patina non verrà toccata, assicura nell’incontro stampa Paola Rosa: «La scultura in passato è stata oggetto di semplici operazioni di routine mai documentate né trascritte negli archivi. Questo è il primo restauro dichiarato: verrà descritto nei minimi particolari e sotto la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Firenze, Pistoia e Prato. Non stravolgeremo la visione dell’opera ma la rispetteremo». Di cosa ha bisogno la scultura? «Non ha particolari problemi per cui recupereremo i valori estetici attraverso una cauta, e sottolineo cauta, pulitura senza eliminare la patina. E cercheremo anche di individuare le cave di provenienza».

Natali: «Certi restauratori parlano di deiezioni, io dico merda d’insetto»
Nella parte posteriore, la zona della schiena di Nicodemo per intendersi, i tecnici fanno notare una superficie come a pois. «Qualsiasi domanda attinente alle ragioni del restauro è risolta dallo sguardo diretto su cosa c’è su questo marmo, sul retro e sul davanti, i rapporti tra le parti sono falsati», interviene sempre a globalist Antonio Natali, già direttore degli Uffizi, consigliere dell’Opera del Duomo. «La scultura non deve perdere l’apparenza ambrata, che non è del marmo ma delle patine, però molte responsabilità sulle paure del restauro sono sottese alle parole di molti restauratori e critici del restauro che per pudore linguistico parlano di “deiezione degli insetti”. Da maremmano traduco con merda di mosca perché se lo dici tutti capiscono che va tolta».

Per lo storico dell’arte e uno dei più avvertiti conoscitori dell’arte fiorentina tra fine ‘400 e ‘500 mantenere quelle “deiezioni” è il frutto malsano di certi «integralismi». Quindi perché intervenire su questo Michelangelo? «Basta girarvi intorno per prendere atto come in ogni lato ci siano elementi di discrasia che vadano in favore di un recupero di leggibilità, un recupero poetico. Se in una poesia una parola è celata da una deiezione d’insetto per cui nell’Infinito di Leopardi si va a salti nelle parole e non sarebbe più quella poesia». Qui non mancano pezzi, la scultura è salda. «Ci sono cose in sovrappiù sulla superficie, quello che il tempo accumula con la cera e il fumo delle candele, con il respiro umido che consolida lo sporco. Queste cose vanno vagliate. Dopo le analisi chimiche e ottiche si potrà stabilire cosa sia una superfetazione e cosa sia parte della storia dell’opera».

Il restauro dovrebbe finire per l’estate 2020. Lo finanzia l’associazione Friends of Florence.