Berlingò: Franceschini ricucia il legame tra territori e soprintendenze

L’archeologa che conosce i beni culturali: cosa deve correggere il neo ministro della sua riforma e di quella di Bonisoli

Il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma

Il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma

redazione 4 settembre 2019
Sul ritorno di Dario Franceschini alla guida del ministero della cultura da Irene Berlingò, già soprintendente Reggio Calabria, già presidente di Assotecnici, archeologa che conosce bene il ministero dei Beni e attività culturali, riceviamo e pubblichiamo.

Irene Berlingò: riforme e controriforme
Si è parlato molto della controriforma del Ministero della Cultura targata Bonisoli, ma ora che al Collegio Romano torna Dario Franceschini, l’autore della riforma oggetto di tante attenzioni, tutto assume un sapore diverso.

Correttivi inutili a un cambiamento fatale
Prima che sia spazzata via, comunque qualche parola conviene spenderla lo stesso, soprattutto sull’inutilità di apporre dei correttivi, per così dire, ad un cambiamento epocale e che si è rivelato fatale per i beni culturali in Italia. Non si mettono le mani su una materia così delicata se non se ne sia profondi conoscitori, la qual cosa nessuno pretende da un politico, però sapersi affidare a chi conosce la macchina, questo sì, un bravo amministratore sa molto bene quanto questo sia importante per la buona riuscita di qualsiasi intervento. Ma evidentemente non è questo l’obiettivo che si persegue molto spesso in politica e così anche in questo caso.
Il fulcro di questo provvedimento era posto sulla centralizzazione del ruolo del Segretario generale e nella creazione delle direzioni territoriali delle reti museali, affidata alla Direzione Generale Musei.

Impostazione centralistica fin dalla nascita del ministero
Per quanto riguarda il primo punto, questo indirizzo non si discosta affatto dall’impostazione centralistica di stampo amministrativo che caratterizza il dualismo delle anime presenti in questo dicastero fin dalla nascita, dal momento in cui Spadolini creò la potente Direzione generale del personale ma con personale raccogliticcio proveniente da altri ministeri, che nulla ha mai voluto sapere sulla specificità tecnica del ministero e che anzi l’ha sempre avversata. E a questo si devono i maggiori problemi in materia e ciò non sfugge a chi conosce la storia del Collegio Romano (sede del ministero, ndr); perciò risulta nel solco della migliore tradizione non solo questo eccesso di accentramento, spacciato per un’esigenza di governance più forte ma anche, nota alquanto umoristica per chi conosce le segrete stanze, la possibilità di accentramento nelle mani del Direttore Generale Organizzazione di tutte le funzioni attribuite al Serv. I di tutte le direzioni generali, vale a dirsi di tutti gli uffici che gestiscono soprattutto il personale e i servizi comuni.

La direzione di Bonisoli sui contratti: altra nota dolente
Altra nota dolente, nel solco di questa tradizione, è la creazione della direzione generale contratti e concessioni, con funzioni di stazione appaltante, soprattutto alla luce della cosiddetta Sblocca Cantieri ormai legge (D.L. 32 del 18 aprile 2019 convertito con L. n. 55 del 14 giugno 2019 entrata in vigore il 18 giugno 2019), che abroga (quasi) tutte le linee Guida dell’Anac e di cui si ricorda soprattutto l’affidamento diretto, che prevede la mancata pubblicazione di un bando e l’indizione di una successiva gara, in deroga al principio di trasparenza e di concorrenza. Inutile sottolineare inoltre che il metodo degli affidamenti diretti, nonché l’innalzamento delle relative soglie, aumenta il rischio di infiltrazioni illecite.

Il secondo punto riguarda la creazione delle direzioni territoriali delle reti museali, affidata alla Direzione Generale Musei. Ha ragione Bonisoli a dire che questa modifica non scardina la riforma Franceschini e qui si entra nel vivo della questione.

L’integrazione tra musei e territorio spezzata da Franceschini
Il sistema italiano era unico al mondo per l’integrazione tra musei e territorio e naturalmente non si parla qui dei grandi musei di collezione come gli Uffizi, per intenderci, e che è giusto che siano dotati di autonomia scientifica e amministrativa, ma di tutta la miriade dei musei statali, anche più piccoli, che rappresentano solo una frazione del patrimonio culturale visitabile nel nostro Paese (ben 4.889 musei, di cui 478 statali, 293 aree archeologiche e 536 monumenti, dati Istat 2017 pubblicati a gennaio 2019). Ebbene questi musei, di cui in gran parte archeologici, afferivano prima della riforma alle soprintendenze, una volta divise per materia e oggi “olistiche” (cioè le soprintendenze uniche). Senza cadere nella trappola della polemica sull’olistico che ha stravolto la discussione, facendo perdere di vista il fulcro del problema, questi musei soprattutto archeologici costituivano un presidio sul territorio per i cittadini, un punto di riferimento a cui segnalare eventuali problemi o la necessità di sorveglianza sul terreno per lavori agricoli da parte del personale Mibac (chi scrive ha lavorato a lungo nei musei territoriali) ed erano legati alle soprintendenze per depositi, archivi e personale, oltre che per motivi scientifici.

Si era creato uno scompiglio inaudito
Orbene, questo legame strettissimo è stato spezzato per sempre, si potrebbe dire, portando uno scompiglio inaudito nel patrimonio di conoscenza accumulato in decenni e decenni di attività scientifica. Il danno che è stato fatto non è quantificabile e probabilmente non interamente riparabile: l’unica cosa che avrebbe potuto fare la gestione Bonisoli sarebbe stato il tentare di ricucire questo rapporto, riunificando alle soprintendenze, per iniziare, i musei archeologici, non a caso i più penalizzati in quanto l’archeologia incide sulla tutela territoriale, senza creare un altro carrozzone inutile, altro che scardinare la riforma!

L’archeologia la più penalizzata
Anche in questo caso la polemica si è fermata ai casi singoli dei musei privati dell’autonomia, senza entrare nel vivo della questione, cioè della mancata ricucitura della tutela del territorio, anche qui però senza verificare se questa autonomia abbia portato dei benefici per esempio negli ingressi dei visitatori (ad esempio il Museo Nazionale di Villa Giulia nel 2006 totale visitatori 83mila, nel 2017 totale visitatori 71mila). E non un è un caso che la più penalizzata sia l’archeologia, con un calo quasi del 50% delle pratiche in trattazione nelle soprintendenze, che trattano quasi esclusivamente ormai pratiche architettoniche e paesaggistiche.

Cosa salvare della controriforma Bonisoli
Ma c’è un qualcosa che si potrebbe salvare di questa controriforma? Si, la centralizzazione della materia vincolistica, che così si gioverebbe di una visione unitaria a tutto vantaggio dei cittadini, come succedeva fino ad un ventennio fa.
Insomma dal quadro fin qui delineato si evince molto chiaramente cosa si potrebbe raccomandare all’ex-neo ministro Franceschini che si riprende anche la delega al Turismo, dopo che il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio l’aveva avocata al Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo (Mipaaft): la ricucitura del territorio alle soprintendenze, partendo dalla riunificazione dei musei al territorio e quindi alle soprintendenze, senza badare a chi continua a considerare il Mibac (o Mibact) come un covo di talebani, solo per l’esistenza di non-tecnici che brandiscono le leggi come la falce.