Bonito Oliva: «Sovranismo e populismo sono malattie, la Biennale un antidoto»

Il critico sulla Biennale d'arte di Venezia al via l’11 maggio: «Due artiste italiane soltanto? Non è un problema. Di buon auspicio il Leone d’oro al cosmopolita Jimmie Durham»

Achille Bonito Oliva (fonte youtube)

Achille Bonito Oliva (fonte youtube)

redazione 3 maggio 2019
Stefano Miliani

Nel 1993 Achille Bonito Oliva architettò una Biennale Arte a Venezia che scompaginò schemi consolidati e allargò abbondantemente i luoghi e i confini fisici e mentali della manifestazione d’arte contemporanea più ambita nel globo. Critico d’arte tra i più fantasiosi ed estrosi, con un passato anche da poeta visivo, sensibile da sempre a nuovi linguaggi e sconfinamenti (comparve nudo sulla rivista Frigidaire), autore di saggi che toccano la politica culturale e la storia, il critico e curatore riflette sulla Biennale d'arte di Venezia 2019 in vista dell’apertura al pubblico l’11 maggio.

Nato a Caggiano in Campania nel 1939, sull’edizione numero 58 Bonito Oliva non azzarda previsioni e darà poi i suoi giudizi dopo averla vista. Per il momento osserva: per la sua natura cosmopolita e internazionale «la Biennale può essere il modello di un antidoto, un ribaltamento del populismo e del sovranismo diventati una malattia internazionale, non solo italiana, non solo europea, presente in tutti i continenti».

La mostra di quest’anno, aperta al pubblico dall’11 maggio al 24 novembre, è diretta dal critico, curatore e saggista nato a New York nel 1957 Ralph Rugoff. La sua selezione in tutti i continenti abitati comprende 79 artisti che collocano loro opere sia nel Padiglione centrale ai Giardini sia all’Arsenale: gli autori quindi raddoppiano con una formula finora inedita. Altra novità: il numero di artiste donne e artisti uomini è paritario. Vi si aggiungono il Padiglione italiano curato da Milovan Farronato su incarico del Ministero dei beni e attività culturali, sempre all’Arsenale, e i padiglioni nazionali dislocati anche in città oltre che nei due spazi-cardine.

Il curatore Rugoff ha intitolato la mostra «May you live in interesting times», “che tu possa vivere in tempi interessanti”. A cosa prelude?

Trovo che sia un titolo che indica una Biennale dedicata allo spettatore: lo spettatore decide se è un’imprecazione o un augurio. È la proposta di una mostra come esperienza diretta per lo spettatore.

Che tipo di mostra si aspetta?

Mi aspetto di andarla a vedere. Nel senso che mi aspetto una manifestazione in grado di documentare un sentire del nostro tempo incerto, complesso, in cui in effetti conta molto la responsabilità personale, cioè l’assumere una posizione rispetto alla negatività dei nostri tempi.

Nella mostra principale ci sono due artiste italiane e non di più: la trentasettenne Ludovica Carbotta e la quarantaseienne Lara Favaretto. Per lei dovrebbero esserci più italiani o non ha importanza? Angela Vettese sul Sole24Ore di domenica 30 aprile ha scritto: «La mostra sarà ovviamente internazionale e lascerà l’enfasi sulle culture locali ai padiglioni. Chi si è scandalizzato perché nella lista delle presenze compaiono pochi artisti italiani avrà, appunto, una mostra specifica a cura di Milovan Farronato».

Due italiane soltanto? Non è affatto un problema. La Biennale è per vocazione cosmopolita, è internazionale, non si può fare il conto patriottico e numerico degli artisti italiani.

In Europa, in Italia, crescono le pulsioni sovraniste: una mostra come quella veneziana può essere un argine o aiutare a riflettere?

Già come primo direttore nel 1993 superai il limite territoriale dei padiglioni nazionali. Infatti invitai i commissari dei rispettivi paesi a ospitare artisti di altri paesi, scongelai una biennale a mosaico creando un tessuto espositivo giocato sulla continuità e sul dialogo. Quindi tutto questo è un valore acquisito: spero di trovare una biennale aperta e senza muri né divisioni.

Può in qualche modo costituire un antidoto?

Può essere il modello di un antidoto, di un ribaltamento di questo populismo e di questo sovranismo diventati una malattia internazionale, non solo italiana, non solo europea, in crescita in tutti i continenti. È una tentazione tipica dei periodi di crisi erigere muri, arroccarsi, difendere gli egoismi locali e azionare argomenti sterili.

Se scattano polemiche?

Se si fa polemica sulla Biennale vuol dire che ha toccato temi e realtà che ci riguardano da vicino. L’arte non deve essere solo una metafora o un’espressione linguistica platonica di una nuova forma. L’arte si confronta con la realtà, è una domanda sul mondo, non è una risposta, e la domanda penetra nella coscienza dello spettatore, può mettere in movimento un dibattito. Come dico spesso l’arte contemporanea è un massaggio del muscolo atrofizzato della sensibilità collettiva e questo genera un movimento consapevole.

L’ente veneziano presieduto da Paolo Baratta ha assegnato il Leone d’oro alla carriera a Jimmie Durham, Artista, performer, saggista e poeta nato negli Stati Uniti nel 1940. Come giudica la scelta?

Benissimo anche perché lo frequento da molti anni, ci vediamo spesso a Napoli. Durham è un artista di matrice indiana, ha sangue cherokee, vive in Italia, a Napoli, quindi è un artista serenamente cosmopolita sia per scelte di vita che per scelte culturali. Il premio a lui è un buon auspicio.

Il sito della Biennale di Venezia