La Biennale: gli architetti hanno responsabilità verso il pianeta

La mostra 2018 sta per finire e discute di risorse naturali e della Terra. Un tema che investe le città, i borghi e, volendo, l'abusivismo

Sala della Biennale di Architettura

Sala della Biennale di Architettura

redazione 22 novembre 2018

Ste. Mi.
L’immagine a corredo di questa notizia proviene dal sito della Biennale di architettura 2018. È un’immagine significativa: riprende visitatori in mezzo al verde in una sala della mostra che raccoglie idee e progetti a cura di due donne, Shelley McNamara e Yvonne Farrell. La rassegna veneziana ai Giardini e all’Arsenale volge al termine questa domenica 25, l’ente  ha predisposto due incontri, sabato 24 e domenica 25, muovendo da un pensiero che il suo presidente Paolo Baratta ha manifestato su Twitter e spiega in qualche modo perché quella foto non rappresenta, per dire, un progetto di un’archistar o un edificio avveniristico costruito da qualche parte del mondo: “Il nostro obiettivo non è fare un convegno di architetti ma di parlare al pubblico. Vogliamo provocare, sollecitare e indurre il desiderio di architettura. L’architettura è uno strumento vitale della società civile”.


Dalla società civile all'abusivismo: lo snodo etico
È appunto nella “società civile”, con tutto quanto comporta, che va iscritto un filone dell’edizione 2018, andando dai cambiamenti climatici alla mobilità ai piccoli borghi alla sostenibilità. Va compreso, sotto questo ombrello, il Padiglione Italia del Ministero dei Beni e Attività Culturali Mibac curato da Mario Cucinella con il suo staff, dal titolo “Arcipelago Italia” e focalizzato sui centri lontani dalle metropoli senza nessuna favola da “Mulino bianco”, per intendersi. Ed è un tema che investe in primo luogo l'Italia. L'architetto che ha costruito la villetta in Sicilia travolta dal fiume là dove non doveva sorgere, al di là di eventuali responsabilità penali che spetta alla magistratura appurare, non ha una responsabilità etica? L'abusivismo non ha costi umani e sociali che prima poi qualcuno paga? Perfino con la vita?
Il pianeta Terra come “cliente”
Come gli architetti, e tutti noi perché con l’architettura abbiamo tutti a che fare, ci viviamo dentro, non possano eludere il tema di come rapportarci con il consumo energetico lo vuole discutere l’incontro di sabato 24 novembre al Teatro alle Tese all’Arsenale, alle. 14.30, dal titolo “Meeting on Architecture: The Earth as a Client”. L’idea di pensare al pianeta Terra come “cliente” a dire il verso può suscitare rigetto, perché tutto ma proprio tutto viene interpretato come “cliente”, frutto di transazioni economiche dove vince chi più ha, tuttavia in architettura il cliente è chi commissiona un lavoro, quindi ognuno di noi, ogni essere vivente, è, anzi dovrebbe essere, “cliente” degli architetti. Che hanno quindi forti responsabilità. Il sottotitolo infatti approfondisce: “L’incontro porrà l’attenzione sulla profonda responsabilità dell’architettura di confrontarsi sia con le risorse naturali sia con le risorse create dall'uomo, nel nostro mondo presente e futuro. Il meeting offre l'opportunità di mettere in risalto i doni gratuiti della natura, la luce solare e la luce lunare, aria, gravità, materiali, risorse naturali e artificiali all'interno dell'architettura”.


All’incontro parlano le due curatrici, Shelley McNamara e Yvonne Farrell, più Barry Bergdoll, Rafael Moneo, Mary Robinson, Simone Rots, Xu Tiantian. Infine domenica 25 novembre sempre al Teatro alle Tese alle. 14.30 l’appuntamento finale: “Freespace” con Baratta, Shelley McNamara e Yvonne Farrell.



Le cappelle della Santa Sede restano?
All’Isola di San Giorgio Maggiore, alla Fondazione Cini, quest’anno il Vaticano ha debuttato con suo Padiglione alla Biennale Architettura (alla mostra dell’arte aveva già presenziato) curato da Francesco Dal Co e Micol Forti e con Commissario il cardinale Gianfranco Ravasi, personalità attenta a un rinnovamento culturale della Chiesa anche nell’architettura, nell’estetica (e quindi nel pensiero) dell’istituzione e delle persone. Anche qua torna il tema del verde: dieci cappelle che, come ricorda il sito web della Biennale, derivano “da un modello preciso, la “cappella nel bosco” costruita nel 1920 da Gunnar Asplund nel Cimitero di Stoccolma”. Così dieci architetti sono stati “invitati a costruire altrettante cappelle, riunite nell’area alberata che si trova nell’isola di San Giorgio Maggiore. Questa richiesta ha implicato per gli architetti una sfida inusuale, poiché le loro cappelle sono isolate in un ambiente naturale del tutto astratto, connotato unicamente dal suo emergere dalla laguna. Nel bosco dove sorge Vatican chapels non vi sono mete e l’ambiente è soltanto una metafora del peregrinare della vita”.


Il cardinal Ravasi ha auspicato pubblicamente che le Cappelle possano restare sull’isola. Dall’ufficio stampa avvertono che ancora non è stata fatta una scelta ufficiale, pur se indiscrezioni uscite sulla stampa danno per certa una loro permanenza. Devono decidere la Santa Sede, la Fondazione Cini, il Patriarcato di Venezia. Per la cronaca, gli architetti che hanno ideato le dieci Vatican Chapels sono Andrew Berman, Francesco Cellini, Javier Corvalan, Eva Prats e Ricardo Flores, Norman Foster, Teronobu Fujimori, Sean Godsell, Carla Juacaba, Smiljan Radic, Eduardo Souto de Moura, Francesco Magnani e Traudy Pelzel. Unica avvertenza dalla Fondazione Cini: se diluvia il parco può risultare “inagibile e pericoloso per i visitatori” e quindi resta chiuso.
Il sito della Biennale Architettura


L'agenda della Biennale Architettura