Quando Gimondi trovò il "cannibale" Merckx

Il campione lombardo subì lo strapotere del belga che fra le tante vittorie annovera anche il brutto momento dell’accusa di doping al Giro e le lacrime in Mondovisione al microfono di Sergio Zavoli

Merckx e Gimondi

Merckx e Gimondi

Redazione 18 maggio 2021
di Marcello Cecconi

Sul finire degli anni ’60, al Giro d’Italia debuttò un ciclista che successivamente sarà conosciuto come “il Cannibale”: il belga Eddy Merckx e il duello di quegli anni con Felice Gimondi farà battere forte il cuore dei tifosi.
 
Gimondi, professionista solo dal 1965, sorprese tutti vincendo, al primo anno, il suo Tour de France. Battè Raymond Poulidor, l’eterno secondo, l’eroe disgraziato del Tour, le perdant magnifique come dicevano i francesi che pur gli volevano un gran bene proprio per il fascino dello sconfitto. La colpa delle sconfitte di Poulidor era tutta sulle spalle dell’altro francese, Jacques Anquetil, il grande campione che aveva vinto le ultime tre edizioni del Tour e che, proprio quell’anno, aveva dato forfait per concentrarsi sulla classica Bordeaux – Parigi.

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Due anni dopo, era il 1967, in Italia il boom economico stava per esaurirsi e il Giro d’Italia festeggiava i 50 anni.  Stava per arrivare il “nuovo vento” del Sessantotto e, infatti, una protesta studentesca contro la guerra del Vietnam consigliò di evitare il centro di Milano per la tradizionale partenza. Il 20 maggio ebbe inizio il Giro con la tappa Treviglio-Alessandria e l’uomo da tener d’occhio era ancora quel Jaques Anquetil. Debuttò quell’anno al Giro Eddy Merckx, ottimo velocista che aveva vinto le ultime due Milano-Sanremo, ma non giudicato adatto per le corse a tappe. Gli italiani puntavano tutto su Felice Gimondi che, nonostante l’annullamento della diciannovesima tappa dove aveva conquistato la maglia rosa e che lo fece riflettere sul ritiro, decidendo poi di continuare tornò velocemente in vetta alla classifica alla fine di un epico duello con Anquetil sul Tonale e sull'Aprica. Grazie a quella tappa, Gimondi potè vincere il suo primo Giro d’Italia mentre l’esordiente Merckx terminò nono.

Non si dovette aspettare troppo perché Merckx potesse dare una risposta a chi non lo considerava adatto alle corse a tappe. Nel Giro dell’anno dopo, 1968, Merckx vinse le prime due tappe e poi perse la testa della classifica che riconquistò a metà Giro e proprio sulle salite delle Tre Cime di Lavaredo con delusione di Gimondi che lì, l’anno precedente, aveva costruito il suo Giro. Nonostante una buona seconda parte di gara, Gimondi dovrà accontentarsi della terza posizione dietro ad Adorni, allora gregario di Merckx che così vincerà il suo primo Giro d’Italia.

L’anno dopo, nel 1969, Merckx indossava la maglia rosa quando il Giro arrivò a Savona. Sergio Zavoli andò nella camera di Merckx, la numero 11 dell'Excelsior di Albisola Superiore, gli pose il microfono del Processo alla Tappa sotto la bocca e la domanda mise i brividi agli ascoltatori: - Signor Merckx, lei ha sempre sostenuto di non essersi mai sottoposto a doping. Cosa può dirci ora che è stata riconfermata la sua "positività" anche alle controanalisi? – Il pianto in Mondovisione di Merckx che si difendeva dalle accuse sostenendo di non aver preso niente e che si trattava di una congiura ai suoi danni, ha fatto epoca. Il giallo che nasce in quel momento non è mai stato risolto, Merckx non ha mai ammesso la sua colpevolezza né in quell'occasione né in altre per un episodio che terremotò il mondo del ciclismo e non solo.

Nei Parlamenti europei se ne parlò a lungo, l'ambasciatore italiano a Bruxelles e Pietro Nenni, nostro ministro degli Esteri, furono costretti ad affrontare e cercare di limitare il fiume di polemiche che facevano rischiare l’incidente diplomatico con una nazione che considerava e considera il ciclismo quasi come una religione di Stato. Colpevole o complotto? La parola nei titoli di testa dei giornali dell'epoca era Fencamfamina, uno stimolante che era all’interno di un prodotto importato da una ditta farmaceutica con sede in Sud Africa, il cui proprietario, per un’incredibile coincidenza, si chiamava Mercks. Il belga venne squalificato e Felice Gimondi diventò leader della corsa rifiutando però nell’occasione di indossare la maglia rosa. In una lotta tutta italiana con Michelotto e Zilioli, Gimondi centrò così il Giro d’Italia per la seconda volta in carriera. Merckx, squalificato per un mese, avrebbe dovuto rinunciare anche al Tour ma riabilitato per “aver agito in buona fede” partecipò ugualmente stracciando gli avversari.


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Nel 1970, Merckx ancora arrabbiato con l’Italia, comunica di non voler partecipare al Giro, poi dietro l’insistenza dei compagni ci ripensa e decide di correrlo. Felice Gimondi è ancora il rivale più titolato ma Merckx, con la sua classe e la voglia di riscatto, è devastante. Indossa la maglia rosa alla fine della settima tappa e nessuno riuscirà più a togliergliela. Gimondi è costretto a contentarsi della seconda posizione a più di tre minuti di distacco. 

Vincerà ancora il Giro del 1972 con Gimondi in secondo piano e anche quello 1973, 1974 con Gimondi sempre sul podio. Felice Gimondi si vendicherà nel 1976 quando né lui né Merckx partivano con i favori del pronostico. Il lombardo agguantò la sua terza vittoria al Giro, alla veneranda età di 34 anni. Per il ciclista italiano si trattò dell’ultimo grandissimo successo in carriera.