Obama narra vittorie, sconfitte e razzismo contro un presidente afroamericano

In “Terra promessa” da oggi nelle librerie il politico racconta i primi anni alla Casa Bianca: un diario che tocca il rapporto con Michelle e figlie e arriva a Trump

Barack Obama

Barack Obama

redazione 17 novembre 2020
Barack Obama presidente degli Stati Uniti dal 2008 al 2016, per due mandati, ha rappresentato l’opposto, radicalmente, dell’ex presidente uscente che non vuole lasciare la Casa Bianca: è la democrazia applicata e fondata su principi contrari a quanto incarna Trump il quale vorrebbe comandare, se potesse, come un dittatore e come più profili psicologici hanno delineato. Di questa distanza abissale, e dell’amarezza per la vittoria di Trump contro Hillary Clinton nel 2016, il primo presidente nero degli Usa scrive introducendo la sua biografia da oggi nelle librerie, Terra promessa (Garzanti, 848 pagine, 28,00 €, G. Maugeri, M. G. Galli e P. Lucca traduttori). Il volume esce in tutto il mondo in 26 lingue ed è il primo di due titoli sulla sua esperienza alla Casa Bianca. Obama inizierà a scrivere il secondo tomo nel 2021 dove arriverà alla fine del secondo mandato, all’elezione amarissima di Trump, al movimento Black Lives Matter.

In questo volume, lo si percepisce fin dalle prime pagine, trovano spazio speranza, delusioni, sconfitte, debolezze personali come il fumare dieci sigarette al giorno che abbandonerà su impulso di una delle due figlie. Già le figlie: la famiglia, in questo libro, ha un ruolo determinante e lo ha ancor più Michelle sia perché al suo fianco, sia perché una personalità forte di grande carisma, sia perché – Obama lo scrive – l’esercizio del potere di presidente con l’impegno totale che richiede ha talvolta innestato momenti di difficoltà nel rapporto tra lui e lei.

Nella Terra promessa, titolo tanto biblico che simbolo di quel nord America dove il mito vuole che ognuno possa raggiungere qualunque meta, l’ex presidente racconta la sua storia. Da quando era un ragazzo in cerca di identità, al background familiare alla notte del 4 novembre 2008, quando venne eletto 44esimo presidente degli Stati Uniti, primo afroamericano, fino al 2 maggio 2011 quando militari americani dietro suo ordine uccisero Osama Bin Laden in Pakistan.
Obama, scrive l’Ansa, “ci conduce fin dentro lo Studio ovale e la Sala operativa della Casa Bianca, e poi a Mosca, Il Cairo, Pechino, e oltre. Intimo e introspettivo, Obama racconta con franchezza le difficoltà di far convivere il ruolo di candidato nero alla presidenza, il peso delle aspettative di un'intera generazione mobilitata da messaggi di "speranza e cambiamento". Descrive apertamente le forze che si sono opposte a lui negli Stati Uniti e nel mondo; spiega come la vita alla Casa Bianca abbia condizionato la moglie e le figlie Malia e Sasha. Non incidentalmente, Obama parla molto anche di Joe Biden: come e perché lo scelse come vice, perché il senatore di lunga esperienza si è dimostrato un vice perfetto e complementare, quanto sia un uomo «onesto, in gamba, leale».

«La mia semplice presenza alla Casa Bianca innescò una profonda ondata di panico, la sensazione che l’ordine naturale delle cose fosse stato demolito»: cita questo passaggio Massimo Gaggi nel suo articolo sul Corriere della Sera perché rappresenta un passaggio cruciale: il simbolo di un Paese multietnico per troppi era intollerabile, il grumo di razzismo si è sempre più condensato. Ma la responsabilità non è di Obama, è di chi coltiva il razzismo anche a fini elettorali. E qui Obama ammette un errore pesante: sottovalutò le capacità mediatiche di Trump: «Le sortite dell’allora immobiliarista miliardario e star televisiva di The Apprentice venivano viste alla Casa Bianca come buffonate. Dalle anticipazioni del libro pubblicate in questi giorni dalla stampa americana emerge che Obama si rese conto solo gradualmente che la continua presenza di Trump sui media, la faccia tosta con la quale diceva cose false o ricorreva ad eccessi verbali erano semplicemente la versione estrema dei tentativi dei repubblicani di seminare ansia per la nomina di un presidente di colore», scrive il giornalista del Corsera. Il rancore, per non dire peggio, nel vedere un presidente afroamericano «che si era trasferito dalle frange estreme del partito conservatore al suo centro, una reazione emotiva, quasi viscerale alla mia presidenza, un fenomeno che non aveva nulla a che fare con le differenze politiche e ideologiche», scrive Obama. Il panico della destra per l’elezione di un nero, «è esattamente quello che Trump intuì subito quando cominciò a parlare della mia presidenza come illegittima. Il suo fu un elisir offerto a milioni di americani spaventati dall’uomo nero alla Casa Bianca».

Il riconoscere i propri errori è una componente non secondaria, nel libro (e cosa rarissima, non solo tra i politici), per lo meno da quanto si legge nelle recensioni e negli estratti pubblicati. Lo si capisce da un capitolo determinante: la riforma sanitaria. «È il racconto di un Obama che deve accontentarsi di una riforma dimezzata, travolto dalla veemenza della destra (lui stesso chiama la riforma Obamacare, termine coniato dai repubblicani con intenti denigratori), e maltrattato a sinistra quando, per salvare il salvabile, rinuncia all’opzione di un sistema pubblico», scrive Gaggi.