Lo storico Baravelli: «Giusto il 25 aprile “divisivo”, il fascismo è anti-costituzionale»

Lo studioso ricorda l’esperienza di Ferrara, dove insegna, e la Liberazione: «L’esito di quella guerra civile è la democrazia, media e una parte politica danno voce alle pulsioni fasciste»

Vittime dell’Eccidio del castello estense del 15 novembre 1943 a Ferrara

Vittime dell’Eccidio del castello estense del 15 novembre 1943 a Ferrara

redazione 21 aprile 2020
di Stefano Miliani

L’Istituto di storia contemporanea di Ferrara per il 25 aprile senza piazze ha organizzato fino al 27 aprile un calendario online di incontri, web-serie, letture, film, sul proprio sito (clicca qui). Ha aperto il ciclo Andrea Baravelli, professore di storia contemporanea dell'università di Ferrara, esperto in particolare di storia della comunicazione e delle istituzioni politiche, sull’avvento del fascismo ha pubblicato La vittoria smarrita (Carocci, 2006, pp. 232, € 19,10). Alla destra che rifiuta la Festa della liberazione perché «divisiva» lo storico risponde: «È giusto lo sia. Si potrà parlare di storia condivisa solo quando quel mondo accetterà l’esito di quella guerra civile che è la nostra Repubblica e la democrazia. Le pulsioni fasciste, sempre esistite, sono state sdoganate da una parte politica: sono pulsioni anti-costituzionali».

Professore, cos’ha detto nel suo intervento?
Ho detto che la Liberazione a Ferrara, l’antifascismo e la Resistenza qua sono ancora materia di studio molto interessante perché la situazione politica della provincia ferrarese è stata ed era molto particolare già negli anni ‘30 e ‘40: la forza di diffusione e di tenuta del regime fascista, anche di quello repubblichino è molto particolare.

Nel senso?
Ferrara è una provincia emblematica della nascita fascismo negli anni ’20. La forza di Italo Balbo e degli agrari è paradigmatica dell’evoluzione del fascismo in tutto il Ventennio: non a caso è uno dei pochissimi luoghi in cui gli assetti di potere intorno a Balbo si mantengono solidi, non ci sono ispezioni del partito che cambiano i vertici. È un potere legato a interessi precisi, alla forza della grande proprietà agraria.

Come si è manifestata in città la Resistenza?
Aggiungiamo un altro elemento fondamentale. Ferrara vive anche un evento traumatico come l’«eccidio del Castello Estense» (il 15 novembre 1943 i repubblichini fucilarono undici oppositori, ndr). È un unicum, un punto di partenza della guerra civile italiana, avviene nei giorni in cui si costituisce il Partito fascista repubblicano che sulla città ha impatto devastante: ne parla anche Giorgio Bassani. Ebbe un effetto fortissimo di intimidazione sulla popolazione civile e sui possibili di focolai di una resistenza antifascista. Bisogna partire da questo elemento non per svalutare l’anti-fascismo ferrarese ma anzi per valutare positivamente chi ha avuto la forza e la capacità di andare oltre questa intimidazione più forte di qualsiasi altro luogo del nord.

La caratteristica della resistenza ferrarese?
Partendo da quanto ho appena detto, un altro elemento da non sottovalutare è che fin dall’inizio qui il fronte antifascista è molto apolitico. I diversi partiti antifascisti trovano qui una composizione molto più forte che altrove: sono ravennate e lì la città ha una storia totalmente diversa sia per la forza anche militare della Resistenza sia perché i partiti si differenziano subito e anche in maniera netta tra loro: le formazioni comuniste sono trainanti e molto distanti dai socialisti e dagli altri. Invece a Ferrara l’antifascismo ha una unità difficile da trovare altre parti.

Con il 25 alle porte, la destra riprende fiato per attaccare. Citando un florilegio di insulti web ripreso da repubblica.it: «Butteve giù dal balcone… fasè meio!», «Partigiani: ieri assassini infami, oggi infami assassini», «Il 25 Aprile è il giorno in cui i vili si proclamarono eroi», «partigiani scimmie». Senza dimenticare chi ha simboli o immagini sui propri profili che rimandano al nazismo.
Niente di nuovo sotto il sole. Una frazione ha sempre rifiutato gli esiti della Resistenza e della guerra civile con vincitori e vinti. Diciamolo apertamente: l’esito della tragica guerra civile è la nostra Repubblica e la sua Costituzione. Una frazione avversa c’è sempre stata. La differenza è che dagli anni ‘90 e con la forte accelerazione degli anni ’20 del Duemila quel rifiuto della Costituzione repubblicana e delle fondamenta antifasciste che legittima la Repubblica stessa è stato amplificato dai media e da una parte politica che l’ha fatto proprio. Abbiamo assistito allo sdoganamento di pulsioni fasciste esistenti. Aggiungo che sono pulsioni anti-costituzionali perché si arriva a delegittimare la Costituzione stessa. È un discorso che viene da lontano. Perciò non darei più di tanto voce a simili esternazioni che non sono di oggi.

La destra accusa il 25 aprile di essere una giornata “divisiva”: non è giusto e necessario che sia così?
È giusto sì. Giocano sulle difficoltà di interpretazione, sul contenuto delle parole, creando confusione ad arte. Nessuno storico dirà che può esistere una memoria condivisa: non si può condividere. Il figlio di un repubblichino ucciso dai partigiani parlerà sempre dei partigiani come assassini anche se suo padre è stato un torturatore. La memoria condivisa non esiste: una storia può essere condivisa ma vuol dire accettare le responsabilità. Si potrà parlare di storia condivisa quando parte di quel mondo accetterà l’esito di quella guerra civile. E l’esito, lo ricordo, è un regime di libertà, progresso e conquiste mai avvenute prima: quelle sono soltanto parole che alzano cortine fumogene.