«Contro i nazifascisti gli antifascisti erano uniti. Pensiamo a Ragghianti»

Uno storico dell'arte che fece la Resistenza. Ne Parla Paolo Bolpagni, direttore della Fondazione che promuove studi sulla scia dello studioso

Carlo Ludovico Ragghianti con la moglie Licia Collobi. Foto Fondazione Ragghianti, Lucca

Carlo Ludovico Ragghianti con la moglie Licia Collobi. Foto Fondazione Ragghianti, Lucca

redazione 22 maggio 2019
Stefano Miliani

Carlo Ludovico Ragghianti rappresenta un modello esemplare di un intellettuale che ebbe l’azione civile, lo studio e la riflessione etica e politica come fondamenti del suo vivere, ricercare e agire. Nato a Lucca nel 1910, morto a Firenze nel 1987, tra gli storici dell’arte del ‘900 più capaci e audaci (comprese prima di molti l’importanza del cinema e poi della tv), storico dell’arte, fu antifascista fin dagli anni ’30: fece la Resistenza, finì nelle carceri di Mussolini, fondò le Brigate Rosselli del Partito d’Azione, presiedette il Comitato di Liberazione Nazionale in Toscana e il governo provvisorio che portò alla cacciata dei nazisti da Firenze l’11 agosto 1944. Dopo la guerra si impegnò anche sul fronte dell'educazione e della scuola.
A Lucca è attiva la Fondazione Centro Studi sull'Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, forte del lascito innanzi tutto culturale dello studioso e di sua moglie, istituzione nel Complesso monumentale di San Micheletto forte di una biblioteca ricchissima di volumi che promuove mostre e soprattutto studi e ricerche di storia dell’arte. La dirige Paolo Bolpagni che venerdì 24 alle 18 introduce il libro Mostre permanenti. Carlo Ludovico Ragghianti in un secolo di esposizioni curato da Silvia Massa ed Elena Pontelli (Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull’arte, 20 euro, [email protected], tel. 0583 497205). Fino al 2 giugno l’istituto ospita la mostra «L’artista bambino. Infanzia e primitivismi nell’arte italiana del primo Novecento», curata da Nadia Marchioni. Poiché domenica 26 si vota con troppi fascisti dichiarati o camuffati alle porte, poiché il candidato sindaco leghista a Firenze Ubaldo Bocci aveva rigettato le manifestazioni del 25 aprile (per poi tentare una parziale retromarcia indietro dopo le polemiche), da lì partiamo ribaltando l’ordine delle domande poste al responsabile dell’istituto lucchese.

Bolpagni, Ragghianti fu antifascista e fece la Resistenza. Eppure c’è chi, a destra, e nella Lega, ha considerato il 25 aprile una data “divisiva” da non festeggiare. Per lei cosa rappresenta?

È un dibattito avvilente e surreale. Il 25 aprile segnò la fine della guerra civile in cui si opponevano i fautori del nazifascismo da una parte e dall’altra i fautori della liberazione con tutte le sfumature. Tra loro c’erano azionisti, liberali, monarchici, cattolici, comunisti, socialisti. Con idee diverse erano d’accordo sul dover liberare l’Italia dal giogo opprimente del fascismo e dall’occupazione nazista. È una data divisiva tra chi sta dalla parte della democrazia e liberta e chi sta dalla parte del nazifascismo. Io sto dalla parte della libertà e della democrazia e non mi piace chi non ci sta. Poi si può discutere se quel giorno è stato monopolizzato dall’estrema sinistra e di fatti vergognosi quando viene fischiata la brigata ebraica, ma se si contesta il 25 aprile si è contro la libertà e la democrazia. Mettere sullo stesso piano i nazifascisti e chi li combatté è un insulto all'intelligenza e alla storia.

Ragghianti partecipò in prima persona alla Liberazione di Firenze.

Fu a capo del governo provvisorio, Firenze si liberò prima dell’arrivo degli alleati grazie alla resistenza partigiana: a maggior ragione in città come Firenze o Milano si deve ricordare anche l’eroismo di quelle persone che combatterono i nazisti e i fascisti.

A Milano prima del 25 aprile una forza di estrema desta ha dispiegato uno striscione inneggiante a Mussolini vicino a piazza Loreto.

È inquietante.

Ora quegli estremisti di destra possono mostrarsi con tranquillità mentre anni fa non avrebbero potuto farlo, non le pare?

È possibile. È tutto molto preoccupante. Ma chi ha fatto la Resistenza ci ha avvertito: badate, la libertà non è per sempre, va conquistata giorno per giorno, le generazioni successive devono mantenerla. Lo dicevano figure autorevoli come Pietro Calamandrei, tra i fondatori del Partito d’Azione come Ragghianti: quella azionista rimane una grande tradizione che andrebbe recuperata.

Si dissolse? Come?

Ha concimato positivamente al punto di vista ideale anche altre forze politiche: chi andò con i repubblicani, chi con i socialisti, chi voleva una sinistra non comunista, laica che professava la libertà insieme alla giustizia. Ragghianti fondò le Brigate Rosselli che erano del partito d’azione, mentre le Brigate Matteotti erano socialiste e le Garibaldi dei comunisti.

Quanto alla Fondazione, il libro sulle “mostre permanenti” di cosa parla?

Due studiose, Silvia Massa ed Elena Pontelli, hanno schedato e catalogato tutte le mostre curate da Ragghianti: una quantità impressionate, sono centinaia. Hanno documentato anche i progetti non realizzati. Dopo Lucca presentiamo il libro il 4 giugno a Firenze e il 12 giugno a Milano. Poi a giugno esce il libro degli atti del convegno svoltosi nel dicembre del 2017 Carlo Ludovico Ragghianti e l’arte in Italia tra le due guerre. Nuove ricerche intorno e a partire dalla mostra del 1967 Arte moderna in Italia 1915-1935. Ho curato il volume, finanziato da noi e dall’università di Pisa, con Mattia Patti.

Da quelle pagine cosa emerge?

Dal mio testo emerge che il catalogo non coincide con ciò che fu esposto. Non appena lo leggeranno a molti storici dell’arte prenderà colpo. Fu una mostra emergenziale dopo l’alluvione. Il volume propone scoperte su singoli artisti, sui rapporti di Ragghianti con artisti, collezionisti, galleristi, su come lo studioso si dimostrò molto innovativo anche nella comunicazione, non solo nella concezione scientifica. Dopo in autunno esce una breve monografia dell’ex borsista Giorgia Gastaldon che inaugura la collana dei “Quaderni della Fondazione Ragghianti”. Il tema sarà Carlo Ludovico Ragghianti e il Museo Internazionale d’Arte Contemporanea di Firenze: storia di una visione per una città.