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Cristiana Dell'Anna: "Felicissima di aver interpretato la mamma di Erry nel film di Sibilia"

Cristiana Dell’Anna interpreta il ruolo di Marisa Frattasio nel film di Sydney Sibilia “Mixed by Erry”, confermandosi una delle attrici più interessanti del panorama cinematografico.

Cristiana Dell'Anna: "Felicissima di aver interpretato la mamma di Erry nel film di Sibilia"
Cristiana Dell'Anna
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Maria Calabretta Modifica articolo

3 Marzo 2023 - 09.41 Globalist.it


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Cristiana Dell’Anna ha lavorato nel cast di Un posto al sole nel doppio ruolo delle sorelle gemelle Micaela e Manuela Cirillo. Ha recitato nella serie televisiva Gomorra nel ruolo di Patrizia Santoro, confermandosi un’attrice di grande talento. Grazie alla popolarità arrivata con queste serie tv molto amate dal pubblico, le vengono proposti ruoli importanti, in particolare quello da coprotagonista, accanto a Sergio Castellitto, nel film Rocco Chinnici – E’ così lieve il tuo bacio sulla fronte diretto da Michele Soavi. Nel 2022 ottiene la nomination al David di Donatello per l’interpretazione in Qui rido io di Mario Martone nel ruolo di Luisa De Filippo. Anche Paolo Sorrentino la vuole nel cast del suo film E’ stata la mano di Dio. E il regista iraniano Mehidi Avazar la scegli per il suo film Toscana nel ruolo di Sophia.

Talentuosa, caparbia, assolutamente poliedrica e di grande spessore umano, Cristiana Dell’Anna interpreta il ruolo di Marisa Frattasio nel film di Sydney Sibilia “Mixed by Erry”, confermandosi una delle attrici più interessanti del panorama cinematografico.

Come è nata la tua passione per la recitazione? Quando hai capito che quella sarebbe stata la tua strada?

Credo di aver sempre saputo cosa fare. Per me, fin da piccola, leggere libri, leggere storie, sentirmele raccontare è stato molto importante, anche perché ero una bambina molto solitaria e mi attraeva fortemente quel mondo in cui potevo immergermi. Restavo incantata da mia madre quando mi raccontava le favole. Immagino che questi elementi hanno giocato tantissimo nella formazione della mia identità. Fare l’attrice non l’ho mai considerato un mestiere, perché  “il che cosa voglio fare da grande” spesso non corrisponde alla realtà dei fatti. Sapevo semplicemente che amavo recitare, come amavo fare tantissime altre cose. Ero appassionata di musica, di danza e ho sempre avuto una inclinazione artistica. 

Una inclinazione assecondata dalla tua famiglia? 

All’inizio è stata un po’ deviata da un ideale borghese tipico della mia città, secondo cui un figlio che decide di fare l’artista è perduto perché dovrebbe scegliere un mestiere meno aleatoro, come diceva mio padre. Poi sono stati felici per me e sono sempre un punto di riferimento importante.

Hai deciso di trasferirti a Londra per studiare arte drammatica. Che debito hai nei confronti di quella esperienza? 

Ho un enorme debito verso quella esperienza, perché mi ha formata, non soltanto come attrice, ma anche come donna.  L’Inghilterra mi ha offerto tante opportunità, è il luogo in cui sono riuscita a ritrovare me stessa, dove ho avuto lo spazio e il tempo per sbagliare e per imparare da quegli errori. Quindi devo tutto alla formazione britannica, da un punto di vista artistico e di pensiero. Non credo di poter essere oggi l’attrice che sono se non avessi vissuto quella esperienza. Quando sono sul set penso spesso alle cose che ho imparato lì, in Accademia, e nella vita di tutti i giorni. 

Che rapporti hai con la tua città natale?

Con la mia città natale ho un rapporto un po’ conflittuale, ma solo perché Napoli ha una sua natura specifica, unica. Il mio è un conflitto continuo, perché Napoli è terra e fuoco, è caos, è voler restare e voler andar via, è un andirivieni su e giù, è una montagna russa di emozioni. Quando ci sei l’adori, però nello stesso tempo vorresti cambiarla, vorresti migliorarla, poi credi che è bella così. Insomma, è un continuo amarla e odiarla, volerla e non volerla. Del resto, anche le manifestazioni di rifiuto verso la mia città sono una dimostrazione di amore profondo, perché non si può mai odiare profondamente se non si è mai amato profondamente. Napoli è così.

Sei stata diretta da registi famosi. Ci racconti la tua esperienza con Sydney Sibilia? 

E’ stata una esperienza bellissima. Sydney è un regista straordinario. E’ uno dei pochi che mi ha lasciato la massima libertà sul set, che è una cosa rara. Avere la fiducia del regista è quanto di meglio si possa sperare. E poi è simpaticissimo. Andare sul set e divertirsi, vedere il suo sorriso, ascoltare le sue battute è impagabile. Sono molto fortunata, perché ho potuto lavorare con grandi registi. E lui è davvero un grande. 

Quando è scoppiato il caso dei Fratelli Frattasio tu eri una bambina. Prima di leggere il copione ne avevi sentito parlare ?

Ero piccola quando il caso dei fratelli Frattasio è esploso, ma ne ho sentito parlare più avanti e conservo anche io qualche loro cassetta. Il falso era parte della nostra vita. Poi, quando mi hanno proposto il copione, sono andata a leggere, ad approfondire ed effettivamente ho scoperto che  la loro è una storia pazzesca, persino commovente. Almeno io mi commuovo. Credo che in qualche modo siano degli eroi antieroi. Questi ragazzi avevano un sogno che non sono riusciti a realizzare e non per colpa loro, ma perché le circostanze non li hanno favoriti.

Nel film ti cali nei panni di Marisa Frattasio, come è stato interpretare questo ruolo? 

Sono stata felicissima di interpretare il ruolo della mamma di Erry, di aver portato un po’ di luce sulla storia dei fratelli Frattasio per analizzarla meglio, per non ridurre sempre le cose a buono o cattivo, per capire quanto c’è di buono in una azione, anche fraudolenta come la loro, che nasconde una realtà difficile. Contrabbandavano cassette e di fatto rendevano fruibile a tutti le canzoni, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, dove c’era meno possibilità di accedere alla musica, perché probabilmente costava troppo anche all’epoca. Io lo ricordo bene, non c’erano solo i falsi musicali, ma anche i falsi dei cartoni animati e dei film quando non si potevano comprare le video cassette. C’è sempre,  in realtà, un tentativo intrinseco di riscatto nell’eroe meridionale che cerca in tutti i modi di emergere e di farlo con i mezzi che ha. 

Prossimi progetti?

Ne ho tanti ma non posso parlare, sono blindata (e sorride).  Devono uscire tre film e un quarto americano di Alejandro Monteverde su Francesca Cabrini, la suora di Sant’Angelo Lodigiano che ha aperto il suo primo orfanotrofio a Codogno, poi è stata missionaria a New York per aiutare gli emigrati italiani e non solo, e ha fondato una serie di  istituzioni caritatevoli in tutto il mondo. E’ un personaggio particolarissimo, una figura importante per la storia americana, ma anche per quella femminile.

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