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La Sapienza mette in rete l'archivio video del Centro Teatro Ateneo di Roma

Intervista al professor Ferruccio Marotti: Portai Eduardo alla Sapienza e una docente urlò "I guitti all'università no!"

intervista a Ferruccio Marotti
intervista a Ferruccio Marotti

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21 Giugno 2022 - 16.17 Globalist


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di Alessia de Antoniis

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Il 21 giugno, a Bologna, si terrà il secondo di sette appuntamenti per promuovere l’Archivio Storico Audiovisivo del Centro Teatro Ateneo (CTA) dell’Università La Sapienza di Roma. Curatore del progetto il professore Ferruccio Marotti.

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I primi due appuntamenti sono all’insegna di due opere, restaurate e digitalizzate, di Jerzy Grotowski: “Il principe costante” e “Akropolis”.

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Nel 1967 Peter Brook apre un articolo dicendo “Grotowski è straordinario. Perché?”. Nel 2022 ancora Grotowski.

Professor Marotti, perché ancora oggi Grotowski è straordinario?

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Perché rappresenta uno dei momenti più alti del teatro necessario del XX secolo. In quei due spettacoli è racchiusa la rabbia impotente di fronte a quello che era avvenuto nella guerra del Vietnam, con l’imperialismo americano da una parte e la repressione russa dall’altra. C’è il grido di dolore dei campi di concentramento nazisti in Polonia. Grotowski in persona mi ha raccontato più volte di aver temuto di essere imprigionato. Aveva chiesto a Peter Brook del cianuro da usare qualora lo avessero arrestato. Questa era la situazione umana di Grotowski in quegli anni. Quelli che portiamo in scena sono spettacoli degli anni Sessanta, durante i quali si preparava quella stupenda ma fallita rivolta ideale che fu il Sessantotto. Per questo ho voluto aprire la rassegna con Grotowski.

La vicenda del principe costante nasce nel ‘67, quando a Spoleto registrai l’audio de “Il principe costante”. Anni dopo, quando Grotowski mi mostrò il film quasi distrutto, proposi di accoppiare il sonoro.

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Oltre quarant’anni dedicati al Cta. Qual è la sua storia e come nasce il progetto di digitalizzazione dell’archivio?

Il Cta è nato perché il rettore voleva ricostruire quel luogo che era stato teatro di scontri pesanti ai tempi delle rivolte studentesche. Era una specie di cloaca dove nel ‘68 la polizia faceva convergere le manifestazioni studentesche per accerchiare i manifestanti e dove si tenevano le assemblee. Quando iniziai a insegnare teatro, mi impossessai di questo spazio abbandonato. Ci pioveva dentro. Il rettore voleva recuperare quei locali per il rettorato.

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Il teatro oggi, in una società sempre più travolta dal mondo delle immagini, è un fenomeno di nicchia. Per arginare questa marginalizzazione, ho voluto digitalizzare tutta l’attività svolta al Cta. “Il principe costante” e “Akropolis” fanno parte di questa digitalizzazione. Ma il lavoro non è ancora finito.

Spero, grazie ai fondi del pnrr, di riuscire a terminare l’opera. Su tremila video, ne sono stati digitalizzati duemila. Molti vanno ancora montati. Ad esempio le prove dello spettacolo di Dario Fo del 1985 su Arlecchino: duecento ore di registrazione da ridurre a quattro. C’è un grande lavoro di edizione da fare per mettere l’archivio a disposizione del pubblico. Ci sono poi le riprese integrali degli spettacoli di Peter Brook e tanto altro. È un’utopia, ma si vive anche di utopie.

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Grazie a lei tanti grandi del teatro sono passati al Cta…

Negli anni Settanta invitai Benno Besson, allievo preferito di Bertolt Brecht, per far mostrare agli studenti cosa fosse il teatro straniato. Ho ospitato da Julian Beck a Peter Stein.

Molti attori oggi conosciuti sono passati dal Cta: da Paola Cortellesi a Pierfrancesco Favino. Da Toni Servillo a Martone.

Suo anche il merito di aver portato Eduardo come professore alla Sapienza…

Quando Eduardo De Filippo decise di ritirarsi dalle scene, grazie a sua moglie, Isabella Quarantotti, riuscii a convincerlo a tenere una lezione all’università. Era l’aprile dell’81. Un evento epocale. Gli studenti battevano sulle porte mentre la polizia impediva l’accesso, perché il teatro era stracolmo. Accettò poi di diventare professore a contratto per tre anni. Durante la votazione al consiglio di facoltà, ci furono diciotto colleghi che votarono contro. Una collega si alzò in piedi e gridò “i guitti all’università no!”. E uscì sbattendo la porta. Questo era il clima che si respirava a quei tempi nei confronti del teatro. Proposi anche Grotowski: non lo conoscevano e passò all’unanimità. Nel 2013 sono andato in pensione e nel 2014 il CTA è stato chiuso. Il teatro per il quale avevo ottenuto 12 miliardi di lire di finanziamento per il restauro, oggi viene aperto qualche giorno l’anno. È una camera in affitto: 700 € al giorno per un seminario, dai 700 ai 1000 € al giorno per spettacoli e prove. Questa è la triste vicenda del Centro Teatro Ateneo.

L’appuntamento del 2 ottobre in occasione del Festival Romaeuropa di Roma, è intitolato “Il silenzio dell’attore e la Phonè: Bene e Gassman”. Anche l’incontro tra Vittorio Gassman e Carmelo Bene, due attori con un ego smisurato, fu opera sua…

Quando Gassman e Carmelo Bene si incontrarono, si scontrarono due visioni opposte di essere attore: uno, l’attore della grande tradizione italiana, e l’altro, la macchina attoriale personificata.

Il teatro è fatto anche dagli attori con un ego smisurato. Il teatro è tante cose. L’importante è che il teatro sia necessario: che non sia di puro intrattenimento, ma che faccia riflettere sull’essere umano. Gassman e Bene sono due figure eccezionali che hanno partecipato a questo grande dibattito durato trent’anni, che è stato il CTA e di cui, grazie al ministero della Cultura, rimarrà una testimonianza video accessibile online gratuitamente. Il fine è che, chiunque abbia interesse, possa avvicinarsi a questi grandi momenti del teatro italiano e internazionale. Credo che il teatro, per quanto ormai piccola parte del grande universo dello spettacolo, sia comunque qualcosa di importante nella vita umana.

Nel materiale di archivio del CTA, anche gli incontri tra Eduardo e Carmelo Bene. Per un paio di anni collaborarono. Poi finì

Carmelo Bene era, come si direbbe in teatro, un mariuolo di alto bordo. Ma Eduardo si era invaghito del modo di recitare di Carmelo: gli piaceva l’uso dei timbri della sua voce, il fatto che lavorasse anche con trentaquattro microfoni diversi. La macchina attoriale era qualcosa che affascinava Eduardo, uomo dell’altro secolo, ma aperto alla modernità. Fecero alcuni spettacoli insieme: Carmelo recitava Dante ed Eduardo le sue poesie. Come si dice in napoletano “non ci accucchiavano molto”, ma erano stupendi. A un certo punto, Bene cerco di truffare Eduardo. L’accordo era che Eduardo aveva una percentuale molto più alta dei ricavi, se non ricordo male intorno all’80%. Ma, in occasione di uno spettacolo, Carmelo fece un contratto diverso invertendo le percentuali. Eduardo non tollerava queste cose. Quando se ne accorse bloccò tutto. Ricordo che ero a casa di Eduardo quando arrivò l’agente di Carmelo Bene: si mise a piangere scongiurando Eduardo, che disse: “non mi interessa più”. E chiuse definitivamente la questione. Carmelo, che era una persona geniale ma anche un furfante, disse allora che Peppino era il grande attore e non Eduardo. Questa la triste vicenda.

Eduardo ai giovani diceva: “dovete avere il coraggio di scrivere, perché il teatro deve guardare verso l’avvenire e non al passato”. Oggi in Italia manca proprio la nuova drammaturgia…

La sua idea era di una drammaturgia che catturasse la realtà. Agli studenti diceva: andate sugli autobus, nei mercati, e ascoltate la gente. Quella è la realtà che dovete ricostruire. Negli anni che ha insegnato all’università, ha cercato di fare questo. Non è stato compreso dagli studenti perché era difficile. Ma fu un’esperienza stupenda..

Il materiale che verrà messo in rete sarà utile a nuove generazioni di studenti che potranno seguire le lezioni di Eduardo?

Con Eduardo eravamo d’accordo che si potesse distribuire gratuitamente tutto il suo materiale. Gli eredi hanno invece creato difficoltà. Le cose che io ho fatto vivo Eduardo, o quando curatrice dei suoi interessi era Isabella, la vedova, posso utilizzarle. Quello che non ho montato allora, non posso usarlo perché gli eredi non lo permettono. Speriamo che cambino idea.

Come diceva Eduardo “la vita è passata in un momento ed è stato bellissimo”.

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