Marco Ventura: "Charlie Hebdo? Il limite di espressione su una religione non è sempre chiaro"

A cinque anni dall'attentato al giornale satirico il giurista riflette su quale sia il limite tra satira e blasfemia e se il diritto di espressione sia sempre lecito

Cologne Rally, in ricordo delle vittime del 2015 di Charlie Hebdo e in supporto alla redazione

Cologne Rally, in ricordo delle vittime del 2015 di Charlie Hebdo e in supporto alla redazione

Redazione 6 gennaio 2021

di Chiara Guzzarri


7 dicembre 2015, 11:30 del mattino in rue de Turbigo a Parigi. Due individui mascherati e armati di AK-47 entrano nella sede del giornale satirico francese Charlie Hebdo al grido di ‘Allah Akbar’, dichiarando di far parte di Al-Qaeda. Aprono il fuoco contro i presenti in redazione, sparano più colpi, perdono la vita dodici persone e undici rimangono ferite. Quella triste storia di terrorismo è molto nota per le vittime e per il significato che ha assunto sul rapporto tra libertà di espressione e pratiche religiose. Quell'attentato, peraltro, è il terzo per il numero di vittime in Francia. A cinque anni dall’attacco terroristico a parlare di quello che quel gesto ha significato e del rapporto tra satira e libertà religiosa è il professor Marco Ventura.
Marco Ventura, docente in diritto canonico e diritto ecclesiastico dell'università di Siena, "è un giurista appassionato di ricerca interdisciplinare" come ricorda l'ateneo ed è autore di rilevanti studi sul fenomeno religioso.

Cosa ne pensa sul contrasto tra la forza laica della satira e il potere religioso? Dove si deve fermare la libertà d'espressione per non offendere la libertà di culto? Charlie Hebdo all’epoca giustificò la vignetta con ‘la libertà di blasfemia’. Si devono mettere dei paletti alla satira parlando di religione?
Sono pochi i sistemi giuridici al mondo in cui non c’è alcun limite ad espressioni offensive rispetto ai credenti e ai religiosi. Un sistema è quello americano, se guardiamo ai grandi paesi, in cui la libertà di espressione non incontra limiti rispetto alla tutela della libertà religiosa. Negli altri casi in un modo o nell’altro vi sono posti dei limiti. Quindi la libertà di espressione non è una libertà assoluta per quanto concerne la religione e ciò che è sensibile per i credenti. La libertà di espressione è limitata giuridicamente dalla libertà religiosa. Noi possiamo cercare di tenere confinata la satira entro alcuni parametri, ma la libertà di espressione si allarga sempre più, grazie anche ai mezzi di comunicazione.

La libertà di espressione vince sempre?
La risposta è no. Ma i limiti alla libertà di espressione a tutela della libertà religiosa sono dei limiti molto diversi da sistema a sistema e paese a paese.

Sarebbe utile che ci chiarisca l’aspetto storico e concettuale.
L’aspetto storico, soprattutto per noi europei a maggioranza cattolica, è la fine del delitto penale di blasfemia. È qualcosa che nei paesi europei è andato estinguendosi nell’arco del ‘900 - primi anni 2000. Nei paesi europei era normale che ci fosse nel Codice penale un reato ‘di blasfemia’, di offesa alla divinità e ai ministri sacri. Ma la tutela del blasfemo era una tutela unicamente riguardo alla religione di maggioranza nel paese, senza tenere di conto delle minoranze religiose. La lotta a questi delitti del Codice penale era quindi una lotta al contempo per la libertà di espressione e contro il privilegio di alcune chiese. Un caso furono per esempio i versi satanici di Rushdie, nel 1988: in quel caso le comunità musulmane chiesero al governo inglese di intervenire, ma il Codice penale proteggeva solo la religione ufficiale dell’Inghilterra. In conclusione, invece che estendere questo diritto a tutte le religioni presenti, si abolì, esponendo tutti ‘al blasfemo’, senza distinzioni. Ma mentre si aboliva il diritto del blasfemo si andavano creando nuove norme penali, introducendo il reato di incitamento all’odio. Ma non sempre è chiaro e definibile il limite di espressione su una religione e quando si può considerare incitamento all’odio, una discriminante sicuramente è quando si mette in pericolo una porzione della popolazione.

Come si può tutelare l’eguaglianza religiosa? Tutelando tutti dal blasfemo o esponendoli tutti?
In Europa si è scelta la seconda opzione. Prima dell’attentato lo stesso Charlie Hebdo finì in tribunale più volte per le sue vignette perché si incitava all’odio contro una minoranza o una porzione di cittadini.

Perché non si può ridere della religione? E perché questo divieto riguarda maggiormente alcune aree geografiche specifiche, soprattutto in oriente?
Se un musulmano dice pubblicamente di non credere più in Allah, tecnicamente non lo offende, ma è comunque considerato offensivo perché così facendo si rinnega il dono divino della fede, offendendo la famiglia, il popolo e la nazione, estendendo il concetto di offesa. Si ha una differenza fondamentale di partenza tra chi pensa che la fede sia una scelta individuale e chi pensa che la fede sia un dono datoci alla nascita a cui essere fedele. È chiaro che la libertà dell’individuo è tale che oltre alla libertà individuale si ha anche la libertà di espressione, ed implicitamente anche la libertà di espressione del credente. In contrapposizione le condizioni di fondo per cui la libertà di espressione in certe società è avvertita come pericolosa sono i sistemi protettivi, che però tolgono la possibilità di dibattito e confronto.
Le comunità musulmane sono molto forti nel conservare la perpetuazione dell’osservanza religiosa all’interno della famiglia, ma la spinta all’individualismo si fa sempre più insistente, soprattutto per chi vive nei paesi occidentali. In Europa è in corso una trasformazione, e un islam europeo potrebbe essere qualcosa di molto diverso da ciò che i radicali credono dovrebbe essere. Proprio perché si sentono esposti ad una trasformazione che va a toccare certezze per loro fondamentali, proiettano queste certezze su un passato e su fondamenti immaginari. Si costruisce un islam delle origini, dei tempi non corrotti, immaginario e lo si ricrea per certi aspetti fuori dalla società con una maggiore tradizione islamica, dove è più difficile essere smentiti.
Le vignette incriminate di Charlie Hebdo sono vignette che evidentemente non prendevano di mira i musulmani ma i fondamentalisti violenti, colpendo sull’immagine di Allah e sul loro tradimento ad esso.
Tutti i paesi musulmani oggi attraversano delle tensioni fortissime riguardo all’islam del futuro. In occidente ci si può sentire più fragili, anche per l’esposizione al non credere, rendendo più teso il confronto e spaventando chi rimane legato alla religione.

È giusto, secondo lei, giustificare la violenza con il credo?
Ovvio che no. Uccidere, o qualsiasi forma di violenza non è accettabile. Poi il discrimine tra violenza e non violenza è sempre complicato, a meno che non si abbia una visione non violenta assoluta. La legittimazione della violenza è un terreno molto delicato, qui vanno fatte delle distinzioni: la proporzionalità della reazione, uccidere dei civili, il fatto che la reazione armata vada lasciata in mano alle autorità competenti. Il caso della violenza islamista è un caso di nichilismo, dove non va isolato l’elemento religioso islamico da fattori generazioni e psicologici, e trovarne le cause non significa giustificarli. Inoltre, bisogna considerare il fattore geo-politico, oggi vi è una lotta di egemonia per politiche di violenza e di interesse tra i governi dei paesi arabo-musulmani.
È interessante pensare a chi si è arruolato per andare a combattere in Siria ed in Iraq, e il fatto che sono stati attratti più i neoconvertiti all’islam occidentali rispetto a masse di giovani del medio oriente.

Islam globalizzato, un bene o un male?
Circolazione e mobilità sono fortemente potenziata dai mezzi di comunicazione di oggi, che contribuiscono alla formazione di reti terroristiche, ma che rappresentano l’opportunità di ascoltare più voci e opinioni per i musulmani non violenti.