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Misteri della resilienza: una parola alla moda che ha tre significati diversi (e opposti)

Si tratta di un derivato dal latino resilire, a sua volta composto di re-salio letteralmente “salto all’indietro”, e quindi “rimbalzo”. Ma poi in inglese e in psicologia...

Misteri della resilienza: una parola alla moda che ha tre significati diversi (e opposti)

admin

13 Dicembre 2020 - 17.40


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Fra le innumerevoli conseguenze che la pandemia ha prodotto nella nostra cultura, c’è anche la fortuna di una parola: “resilienza”. 

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La pronunziano politici e professionisti del talk show, la si incontra negli articoli dei giornali e negli innumerevoli commenti che circolano in rete a proposito di quanto sta accadendo. “Resilienza” insomma è una parola di moda e al fascino della moda molti non sanno resistere (personalmente la evito, ma questo sarebbe un altro discorso). 

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In ogni caso, che cosa significa? Si tratta di un derivato dal latino resilire, a sua volta composto di re-salio letteralmente “salto all’indietro”, e quindi “rimbalzo”. Propriamente dunque quando – a Roma – qualcuno resilit vuol dire che fa un salto all’indietro, anche nel senso che si ritira, che abbandona (e d’un balzo) la posizione che occupava.

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 Per esempio all’approssimarsi di un pericolo (essere schiacciato da un elefante) o di fronte a una visione orrorosa. Naturalmente chi usa “resilienza” a proposito della situazione in cui versiamo, quella provocata dalla pandemia, non pensa certo all’atto di “saltare indietro” e darsela a gambe. Al contrario. 

Resilienza viene usata nel significato che le è stato attribuito, attraverso l’inglese, soprattutto dal linguaggio tecnico: secondo il quale un qualsiasi materiale è detto “resiliente” quando ha la capacità di assorbire un urto e di reagire ad esso, ovvero viene detto “resiliente” un tessuto in grado di riprendere la forma originaria dopo che qualcosa gliel’ha fatta perdere. In questi casi il salto si tratta di compierlo se mai in avanti, dopo l’urto, non certo all’indietro

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“Resilienza” ha poi largo uso nel campo della psicologia, in cui questa virtù indica la capacità, da parte di un soggetto, di reagire ai traumi subiti ‘ristrutturando’ nel tempo la propria psiche e raggiungendo così una nuova dimensione esistenziale. Anche costui, insomma, se compie il “salto” lo compie in avanti. 

La domanda dunque si impone: in che senso il popolo italiano si sta dimostrando “resiliente” in occasione della pandemia? Dipende dalle persone. Per esempio, quelli che si tappano in casa o impediscono ad altri (tipo i nonni) di mettere il naso fuori non fosse che per una passeggiatina, terrorizzati del contagio, mi paiono resilienti nel senso latino del termine. Di fronte al Covid “saltano indietro”. 

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Al contrario quei pizzaioli che si danno da fare con l’asporto, quelli che lavorano da casa anche fuori orario, i professori che lottano con le atroci manchevolezze della rete italica per continuare a far lezione da remoto (così come gli studenti che li seguono a dispetto delle medesime atrocità digitali), questi mi paiono “resilienti” nel senso di chi salta in avanti: stanno cercando, e trovando, il modo di assorbire l’urto e raggiungere una nuova dimensione esistenziale. Quanto a quelli che incontriamo ammucchiati, agli angoli delle strade, senza mascherina e col bicchiere in mano, magari ridacchiando scioccamente, quelli non saltano né indietro né avanti. Stanno lì fermi, come del resto ci sono sempre stati. Materia inerte.

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