Toh, chi si rivede, il fotoromanzo: torna in edicola "Sogno"

È stato il primo "settimanale di romanzi d' amore a fotogrammi". Effetto nostalgia o strategia editoriale? La storia di un formato

Sofia Loren, protagonista del fotoromanzo

Sofia Loren, protagonista del fotoromanzo

redazione 20 ottobre 2020

di Marcello Cecconi

 

Toh chi si rivede! "Sogno", il fotoromanzo. Sì, avete capito bene, "Sogno", il vero primo fotoromanzo, o meglio, il primo “settimanale di romanzi d’amore a fotogrammi”, come si autocertifica in copertina, è tornato da luglio in edicola. Sarà interessante tenere sotto osservazione il progetto del navigatissimo Mario Sprea, un’intera vita dedicata al fotoromanzo, per capire se riesumando questa testata sfrutta soltanto "l'effetto nostalgia", nel qual caso il progetto si esaurirebbe a breve, o intenda ripresentare, in maniera intelligente, l’immaginario e il linguaggio di queste genere.

Il fotoromanzo ha accompagnato diverse generazioni per tutto il periodo della Guerra Fredda.  Esportato in tutto il mondo, divenne simbolo d’italianità come la pizza e gli spaghetti. Fu un plastico esempio di quell’ibridazione di media tanto cara a McLuhan, in un colpo solo si fondono libro, rivista illustrata, fotografia e cinema. Vedremo se il progetto attuale di Sprea saprà distogliere, per qualche minuto, sguardo e frenesia di pollici da quella minuscola tastierina virtuale, che il “tenersi a distanza” della pandemia ha reso ancor più compulsivi.

Il ritorno di "Sogno" in edicola ci dà l’occasione di ripercorrere brevemente la sua storia e quella di questo particolare genere di giornalismo. Il settimanale "Il mio Sogno" fu edito dalla Novissima di Roma, forte dall’arrivo in società di Angelo Rizzoli, e andò in edicola l’8 maggio del 1947. Si materializzava così, nella capitale, l’idea del giovane scrittore-fotografo Stefano Reda, che bruciava sul filo di lana la Mondadori che, a Milano, sprecò troppo tempo nel valutare un’analoga proposta del “fumettaro” Luciano Pedrocchi che prese il nome di "Bolero Film" e andò in stampa esattamente 17 giorni dopo.

Sia a Reda che a Pedrocchi l’idea scaturiva dall’aver assistito all’uscita e all’immediato sorprendente successo di "Grand Hotel", storie d’amore disegnate a fumetti, che stava facendo gongolare i tre fratelli, Cino, Mimmo e Alceo del Duca, esperienza da vendere nel mondo del romanzo d’appendice, ormai alla fine del suo glorioso percorso.  Reda e Pedrocchi avevano capito quanto il legame tra i quadri ben disegnati di Grand Hotel e il pubblico fosse avvenuto tramite l’immaginario cinematografico del melodramma, dell’esotismo e del neorealismo rosa.

Le tre riviste ebbero un successo travolgente. Era nato un nuovo prodotto costruito intorno a un testo-immagine, che esprimendo un immaginario di sentimenti e interazioni sociali, arrivava a un pubblico giovane, in gran parte femminile, costituito più da operai, contadini e piccolissima borghesia, che da media e alta borghesia. Era un nuovo pubblico che non trovava risposte negli altri settori della comunicazione e, del resto, la televisione era ancora di là da venire.

A causa della semplicità espressiva, dei toni fortemente emotivi e della superficialità delle storie, fu considerato dall’élite culturale, religiosa e politica come una delle prime forme di “comunicazione deviante”, anche se, molti letterati, politici e uomini di Chiesa dovranno poi rivedere le loro posizioni. Infatti, il PCI, che sin dall’inizio aveva abiurato il genere, ne fece uso propagandistico dalla campagna elettorale del 1958 e anche "Famiglia Cristiana" l’anno dopo iniziò a usarlo per fini pedagogici mettendo in scena, a puntate, la vita di alcuni santi.

All’inizio degli anni Settanta, "Sogno" sarà acquistato dalla Casa Editrice Lancio, che venendo dal mondo della pubblicità sa cogliere meglio gli spunti di un mercato in trasformazione, aumentando qualità e numero delle testate. La Lancio, insieme a Grand Hotel e Bolero film, consolidò il successo del fotoromanzo nonostante l’arrivo della televisione catto-pedagogica, la Rai di Bernabei. A decretarne la fine sarà, negli anni Ottanta, sarà la “neotelevisione” che con le telenovelas e le serie tv d’importazione catturerà lo stesso tipo di pubblico.

Comunque il fotoromanzo su carta non scompare mai del tutto. "Grand Hotel" non ha mai smesso di andare in edicola anche se in un mercato di ispirazione vintage. Anche i quotidiani hanno tentato di farne uso, magari di sberleffo satirico-politico, come il Riformista, tentativo che nella turbolenza attuale del mondo dei quotidiani non è sopravvissuto che qualche mese.

Ora ci prova Mario Sprea. In bocca al lupo.