Essere responsabili e scegliere da che parte stare: questo ci insegna Liliana Segre

“Ognuno deve prendersi le sue responsabilità”. Ai giovani: “Siate persone libere”. Per i suoi 90 anni ricordiamo cosa ci dice la senatrice a vita: i nostri atteggiamenti quotidiani cambiano la storia

Liliana Segre a "Che tempo che fa"

Liliana Segre a "Che tempo che fa"

redazione 10 settembre 2020
di Francesca Fradelloni

L’odio quando ti investe, non ti molla più. Ti entra nel corpo e ti lascia inerme, ti stende a terra, ti mangia il cuore e il cervello. “Non ci si libera più dello stupore per il male altrui, neanche da vecchi. Lo diceva Primo Levi. Quello, però, che mi ha salvata è il sentirmi sempre una persona e non un numero, quel numero tatuato sul braccio come una bestia. Erano gli altri che mi avevano ridotto a un pezzo, stück”. Liliana Segre ad Auschwitz ci è finita a 13 anni, perché ebrea, oggi ne compie 90, è senatrice a vita, mai stanca di raccontare la tragedia del nazifascismo. Lei, però, inerme non è stata mai. Questo l’ha salvata. Come l’amore. “La mia fortuna è stata incontrare l’amore. È per questo che credo che la Commissione contro l’odio sia una necessità per ridare energia vitale a questo Paese”. Infatti l’istituzione della “Commissione straordinaria del Senato per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio”, approvata dall’aula con 151 voti favorevoli e 98 astenuti (tra le file di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia), bloccata dall’insorgere della pandemia, è diventata una priorità per la senatrice, spesso insultata. Le minacce la costringono ad avere la scorta delle forze dell’ordine. Lei che come missione della sua vita ha “il raccontare”, non dimenticare, far conoscere ai più giovani la conseguenza delle leggi razziali, della dittatura nazifascista. E ai ragazzi e alle ragazze di tutto il mondo ha detto tanto: “Siate persone libere”; “Non dite mai non ce la faccio”; “Prendete per mano l’Italia”; “Non abbiate paura di fare le scelte”. Quelle parole-guida che l’hanno sostenuta. Anche quando da giovane sembrava vecchia, senza sesso, senza seno, senza età, senza mestruazioni, senza mutande. Senza saper mangiare perché il coltello e la forchetta dov’era stata non esistevano più. Per loro, deportati, mangiare non era “essen”, come si dice in tedesco, ma “fressen” che è il verbo che si usa per gli animali, le bestie. Come quando tornò alla vita ed era diventata bulimica, neghittosa, ribelle e come tale era criticata anche da quelli che le volevano bene. Non era più la ragazza borghese che era stata, con una buona educazione familiare.

“Considerato che Hitler mi voleva uccidere e che io invece sono addirittura diventata mamma e poi nonna, mi sembra che alla fine ho vinto io”. Si chiudeva così il toccante discorso che Liliana Segre tenne a Lugano il 3 dicembre del 2018 all’Università della Svizzera italiana, il paese che l’8 dicembre del 1943 respinse lei, suo padre, e suoi due cugini, impedendole di trovare ospitalità e fuggire alla deportazione. La fuga si fermò ad Arzo. Liliana Segre fu rispedita in Italia, dove fu successivamente arrestata e deportata ad Auschwitz.

Responsabilità, è l’insegnamento di Liliana Segre. Responsabilità è la parola d’ordine. Mai indifferenti. Da donna, mamma, figlia, penso che sia questo l’insegnamento. Essere attivisti, sempre. Prendere posizione, sempre. “Non dimenticherò mai la faccia di quel soldato svizzero che ci respinse, non dimenticherò mai la Milano del 30 gennaio del 1944 quando un camion si fermò nel cortile del carcere di San Vittore, fummo caricati con calci e pugni. Milano era deserta e indifferente, nessuno, e dico nessuno, si oppose a quel mezzo che trasportava pure bambini. Ognuno deve prendersi le sue responsabilità, bisogna sempre scegliere da che parte stare”. Ed è proprio qui che sta il nodo della questione a cui dovremmo dare attenzione oggi. Ciò che avvenne tra il 1938 e il 1943 non avvenne nel vuoto. C’era un mondo, una società, delle relazioni sociali e lavorative, c’era un sostrato nelle città, nei paesi. È in quei momenti che i nostri atteggiamenti quotidiani cambiano la storia, segnano la vita, lasciano posto alla morte. Scegliere è sempre importante, la vita democratica richiede impegno, informazione, non superficialità, conoscenza. È un antidoto perché non capiti più di essere perseguitati, solo per il motivo di essere nati.

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