Il testo di Ágnes Heller: «Tutti i bambini nascono stranieri»

«Cosa significa “essere esiliati” o andare a casa?». Lo chiede la pensatrice europea in questa lezione magistrale che pubblichiamo su concessione della rivista “Testimonianze”

Ágnes Heller. Foto Wikimedia

Ágnes Heller. Foto Wikimedia

redazione 20 giugno 2020
Cosa significa sentirsi a casa? Cosa significa essere esiliati? Tanto più nel mondo globalizzato di oggi? Se lo chiedeva e lo chiedeva agli ascoltatori Ágnes Heller il 24 ottobre 2018 all’Università statale di Milano nella lezione magistrale su “Cosmopolitismo: filosofia, rifugio, destino”, all'interno di un progetto curato da Laura Boella, che ha tradotto il testo e lo ha gentilmente concesso alla rivista “Testimonianze” che a sua volta lo ha concesso a “Globalist.it”.

Il doppio numero “Testimonianze” appena pubblicato (numero 530-531, € 12,00, in pdf € 6,00, per acquistarlo cliccate qui  e andate alla finestra “shop e abbonamenti”) ha infatti un’ampia sezione monotematica dal titolo “Le passioni di Ágnes” (alle pagine 22-170). Curata da Francesco Comina, Vittoria Franco, Severino Saccardi e Stefano Zani su Ágnes Heller a un anno dalla sua scomparsa, questa ampia pagina monografica contiene tra altri interventi due interviste e tre testi della pensatrice ungherese e cittadina europea quale lei si definiva.


“Testimonianze” è una rivista eccellente imperniata sul dialogo tra culture e religioni e fondata nel 1958 da Ernesto Balducci, figura autorevole e umanissima dal pensiero eterodosso rispetto a gran parte della Chiesa, intellettuale che aveva eletto la pace, concreta, non astratta, il confronto tra pensieri diversi, tra i temi della sua esistenza infaticabile terminata nel 1992 a 70 anni.

La lezione di Ágnes Heller: Ma nel «mondo globale» siamo davvero cosmopoliti?

Dove siamo a casa? Nel luogo in cui siamo nati? O dove stiamo diventando adulti? O dove abbiamo trovato rifugio? O forse ovunque o da nessuna parte?
Quando diciamo «casa», a che cosa ci riferiamo? A un villaggio o a una città, a una casa, a una strada, alla nostra prima scuola, ai nostri primi amici, a una lingua, a qualche abitudine? A luoghi e a persone che ci sono familiari, dove capiamo gli accenni senza spiegazioni e note a piè di pagina? Il «calore» del cuore, è questo il significato di casa? Memorie, belle e brutte?
Cosa intendo quando dico: «Sto andando a casa?» Intendo la mia strada, la mia casa o il ritorno al mio paese, alla città in cui sono nata, un luogo o memorie condivise? Cosa significa «essere esiliati»? Lasciare la terra natale, la mia «matrigna», fuggire la carestia, la persecuzione, la discriminazione come molti migranti che negli ultimi 200 anni hanno cercato la fortuna in America? O essere puniti con l’esilio, banditi dalla città amata, abbandonare la speranza del ritorno, come Ovidio, quando fu esiliato da Roma? O essere esiliati da una città, da una patria amata che non esiste più, come gli Ebrei che furono esiliati dalla città santa di Gerusalemme per quasi duemila anni, restando spesso alieni, stranieri nella loro terra natale? La nostra casa è la terra in cui i nostri avi sono vissuti e che conosciamo a malapena, il luogo delle nostre origini?
La maggioranza delle persone hanno conservato questo sentimento originario, persino «arcaico», di «casa» anche nell’epoca della globalizzazione. Si può cambiare habitat molte volte, ma il luogo dell’«origine», delle prime esperienze, del primo amore, non ci lascia andare. Il primo dolore è altrettanto importante del primo piacere, la prima paura altrettanto importante della prima speranza.

Tutti i bambini nascono stranieri e ci vuole tempo e sforzo per familiarizzarsi con le norme e le regole dell’ambiente, con le consuetudini e la lingua quanto basti per capire ed essere capiti, anche mai interamente. Questa prima esperienza viene ripetuta ogni volta che si cambia habitat. La ragazza di campagna che arriva per la prima volta in una grande città si sente a disagio, non sa come comportarsi, come parlare. Lo stesso vale per chiunque lasci il paese natale per un altro, qualunque sia la ragione. Egli è uno straniero per gli altri e per se stesso, impegnato nel duro sforzo di comprendere gli usi linguistici, le azioni, le abitudini, gli altri abitanti di un mondo che sfida.

Per le persone che non condividono la vita quotidiana con la popolazione media di un luogo, di un paese o di una città, ma vivono in comunità o condividono un mondo spirituale con pochi altri, il luogo, l’habitat della loro dimora diventa sempre meno importante. Questa fu l’esperienza di taluni nell’epoca dell’Ellenismo, quando alcuni costumi greci furono condivisi dalle classi superiori. Persone nate in luoghi diversi, figli di gente molto diversa, si sentivano «a casa» molto lontano gli uni dagli altri, parlavano tutti greco e quindi si sentivano familiari, visitavano i templi degli stessi dei, frequentavano gli stessi anfiteatri e i bagni comuni dei maschi, come tutti nell’Impero ellenistico e romano. Alcuni di essi appartenevano a specifiche scuole filosofiche, tra cui quelle dei filosofi stoici. Essi avevano in comune la saggezza fondata sulla convinzione che la cosa migliore sia vivere in accordo con la natura. La natura, il cosmo sono gli stessi ovunque si metta piede. Perciò essi potevano vivere allo stesso modo in accordo con la natura ovunque. Essi non erano a casa in una città o in un’altra, ma nella natura, nel cosmo. Si chiamavano infatti cittadini del cosmo: cosmopoliti.