Molinari neo direttore di Repubblica. Boldrini: «Male la forma, bene la sostanza»

Lo studioso di mass media: «Il giornale non funzionava, è un’operazione editoriale anche internazionale. Ma è offensivo il modo in cui hanno licenziato Verdelli»

Maurizio Molinari su La7

Maurizio Molinari su La7

redazione 24 aprile 2020
di Stefano Miliani

Al vertice di Repubblica la nuova proprietà Agnelli-Elkann ha insediato Maurizio Molinari come direttore editoriale del gruppo e del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari: sostituisce Carlo Verdelli, sotto scorta per le minacce di morte, concrete, di neofascisti, e la redazione ha scioperato (clicca qui per la notizia). Alla Stampa, sempre del gruppo Gedi che era guidata da Molinari, si colloca Massimo Giannini, che lascia la direzione di Radio Capital, emittente del gruppo con sede a Roma. Nel giro di nomine, l’Huffington Post vede arrivare Mattia Feltri, caporedattore del quotidiano torinese, al posto di Lucia Annunziata.

Boldrini: «Cacciare così Verdelli? “e ‘l modo ancor m’offende”»
Per le testate coinvolte, per il peso della proprietà, assistiamo a una delle maggiori operazioni editoriali del settore in Italia. Come valutarla? «Contiene due aspetti molto differenti, uno attiene alla forma e l’altro alla sostanza», premette Maurizio Boldrini, giornalista, scrittore, docente al corso di scienze della Comunicazione all’università di Siena. Iniziamo dall’aspetto formale che, nei rapporti editoriali, è sostanza, non una galanteria da salotto all’ora del tè. «Citerei il quinto canto dantesco su Paolo e Francesca nell’Inferno, “e ‘l modo ancor m’offende”. Cacciare Verdelli alla vigilia del 25 aprile, sotto scorta per le minacce fasciste, è stato il modo più offensivo di intervenire della proprietà. Gli Agnelli potevano tranquillamente aspettare. Il consiglio di amministrazione ha deciso prescindendo dal contesto. Probabilmente ci sono problemi di mercato, al quale prestiamo poca attenzione e che hanno avuto il loro rilievo». Lo studioso individua «un altro neo: il comitato di redazione, che rappresenta i giornalisti, doveva essere avvertito presentando un progetto e un programma».

Il neodirettore firma la prima mail con l’amministratore delegato
Sul fronte formale preoccupa anche un altro dettaglio: Molinari, 56 anni a ottobre prossimo, tratteggia ai giornalisti i propositi di rinnovamento in una mail siglata come direttore editoriale insieme all’amministratore delegato del Gruppo Gedi Maurizio Scanavino. Vi chiederete, se non siete giornalisti, perché riferirlo. Lo riferiamo perché il direttore sta tra redazione e proprietà, viene nominato dal cda, può essere mandato via dal cda e può anche scontrarsi, con la proprietà, se ritiene opportuno difendere il giornale e la redazione. Non è parte della proprietà. Inviare la mail di insediamento, quindi il biglietto da visita, a doppia firma significa dichiarare una contiguità con la proprietà, non occorre leggere tra le righe.
«Se le cose sono andate così anche questo è un altro serio errore di forma – commenta Boldrini – Nella tradizione italiana l’editore presenta il direttore e la redazione ha sempre l’arma di poterlo bocciare. Sono regole democratiche, editoriali, costituzionali, dell’etica giornalistica e vanno rispettate. Detto della forma, però, bisogna ragionare sul merito dell’operazione».

Il professore: «Va applaudito chi investe così nell’editoria»
Appunto, valutare è fondamentale. «Gli ex proprietari DeBenedetti erano già diventati marginali, nello scenario nazionale. Il vecchio gruppo editoriale di Repubblica si è logorato per autocombustione, ha perso peso. Mi riferisco al gruppo dirigente, non ai giornalisti: ha ritardato il cammino dell’innovazione tecnologica. Sugli Agnelli che prendono l’intero pacchetto suggerisco, anche a noi di sinistra, di non dare giudizi provinciali. Il baricentro del gruppo Gedi viene spostato». A Torino? Oppure ad Amsterdam in Olanda dove ha sede la FCA e dove le aziende pagano meno tasse? «No, è in atto un progetto editoriale sul peso geopolitico dell’impresa. Parliamo di un gruppo internazionale con radici italiane che ha già un giornale come l’Economist e che ha investito oltre cento milioni in una delle due più autorevoli testate del Paese: credo gli Agnelli-Elkann vogliano una grande testata che pesi sul piano nazionale e internazionale. E vorranno far concorrenza all’editore Urbano Cairo: ha rilanciato e migliorato il Corriere della Sera, l’inserto culturale della Lettura fa faville, ha una tv influente come La7, ha aperto una casa editrice e una scuola in master del giornalismo, si attrezza per la multimedialità e per la crossmedialità. Il sito del Corsera si legge molto meglio. Invece il gruppo editoriale di Repubblica è rimasto impantanato sull’idea del giornale-partito, del giornale-bandiera. Una testata così deve avere le sue opinioni politiche ma non può essere di tendenza».

«Vigilare sui tagli, ma no a una sfida sull’ideologia»
Il professore teme tagli? La preoccupazione, tra i giornalisti, è palpabile. «Sarà importante sapere cosa comporterà questa operazione sul piano occupazionale. Se si prospetteranno tagli starà ai giornalisti saper rispondere. Quello che mi preme dire, e arrivo alla sostanza di cui accennavo poc’anzi, è che questa sfida non può giocarsi sull’ideologia come dice qualche lobby di Repubblica. Dispiace dirlo, e lo dico da sinistra, ma Cairo fa l’editore puro, guadagna producendo e vendendo informazione. Allora, di fronte a imprenditori che investono così in un’editoria in crisi enorme, devi dare loro del benvenuto, poi devi controllare come si comportano».

Si sposta l’asse politico? «I lettori decideranno»
Infine, Boldrini: come giudica il giornale diretto da Verdelli? «Ha condotto coraggiose campagne antifasciste e antimafia, ma ha seguito un modello più legato a tv e tabloid che al quotidiano. E non funziona, non ha funzionato». Politicamente? Il successore viene descritto da più giornalisti come “bushista”, per dire che non è di sinistra come richiederebbe la storia del quotidiano. «Che vuol dire “bushista”? Anche io ho tifato per Fidel Castro. Se Molinari sposta il tiro si vedrà se i giornalisti della testata avranno gli attributi per reagire: hanno gli strumenti. Ma non dimentichiamolo: se sposta la Repubblica verso un altro asse, decideranno i lettori come è successo ad altre testate. Resta il fatto che lui sia uno dei pochi giornalisti italiani con una visione davvero internazionale: può sprovincializzare la Repubblica dal giornale strapaesano che è diventato».