Ooops, tra “ralenti” e “time-lapse” qui viaggiamo nel tempo

Parma apre l’anno di capitale italiana della cultura con Mattarella alla rassegna “Time Machine”. Ecco cosa scrive la co-curatrice Marie Rebecchi

Godard Histoire(s), alla mostra “Time Machine”, Parma2020

Godard Histoire(s), alla mostra “Time Machine”, Parma2020

redazione 9 gennaio 2020
Avete presente il “ralenti” spesso determinante nello sport? O i “time-lapse” con cui online osserviamo fenomeni atmosferici in tempi compressi? Sono tecniche che manipolano lo scorrere del tempo e che hanno modificato anche il nostro di attendere, guardare, vedere. Domenica Sergio Mattarella inaugura una mostra che sigla l’avvio dell’anno di Parma capitale italiana della cultura e che affronta questo tema: a Palazzo del Governatore si tiene la mostra “Time Machine. Vedere e sperimentare il tempo”, aperta al pubblico da lunedì 13 fino al 3 maggio 2020.
“Time Machine esamina il modo in cui il cinema e altri media fondati sulle immagini in movimento hanno trasformato nel corso degli ultimi 125 anni la nostra percezione del tempo, attraverso una serie di tecniche di manipolazione temporale – riferiscono gli organizzatori - Dall'accelerazione al ralenti; dal fermo immagine al time-lapse; dalla proiezione a ritroso, al loop e alle infinite varianti di quella operazione cinematografica fondamentale che è il montaggio”.
Ha ideato la rassegna multimediale l’assessore alla cultura di Parma, Michele Guerra, la curano Antonio Somaini, docente di teoria del cinema, dei media e della cultura visuale alla Sorbona, Eline Grignard e Marie Rebecchi. Su gentile concessione degli organizzatori pubblichiamo il testo in catalogo della co-curatrice Rebecchi.

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Marie Rebecchi: Il tempo elastico e l’intelligenza della macchina cinematografica


Se si attraversa lo specchio, la lastra di confine tra il reale e l’immaginario, come narra Lewis Carroll nelle prime pagine di Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò (1871), appare di colpo l’immagine di un sogno: uno spazio-tempo labirintico, un favoloso Paese delle meraviglie, che solo i “grandi specchi velati” fuoriusciti dalle memorie d’infanzia di Jorge Luis Borges, possono rifletterne l’immagine.
Per vedere e sperimentare un altro tempo, un tempo che non esiste, astratto, già trascorso e dimenticato, futuro e a venire, presente ma invisibile a occhio nudo, bisogna azionare una macchina del tempo: inventare un medium per scavalcare il reale e viaggiare al di là del presente. Penetrare uno specchio, assumere una sostanza allucinogena, immergersi in una piscina di lacrime, perdersi in un labirinto, guardare dentro un caleidoscopio, leggere la letteratura fantascientifica di H.G. Wells, vedere il tempo e la storia accorciarsi, accelerare, smontarsi e rimontarsi durante una proiezione cinematografica.

La mostra Time Machine: Vedere e sperimentare il tempo (… ) e la pubblicazione che l’accompagna (Skira), prendono spunto da due eventi che rimontano all’anno 1895: la prima pubblicazione del libro The Time Machine: An Invention, di H.G. Wells e la prima presentazione pubblica, del Cinématographe dei Fratelli Lumière, la sera del 28 dicembre al Grand Café sul Boulevard des Capucines di Parigi.

Da un lato, la letteratura europea fantastica e fantascientifica della seconda metà del XIX secolo (da Voyage au centre de la Terre di Jules Verne, 1864, a Erewhon: or, Over the Range di Samuel Butler, 1872, passando per i viaggi nel Paese delle meraviglie di Carroll) ha nutrito e preparato l’immaginario fantascientifico di Time Machine di Wells, che a sua volta ha contribuito a costruire il mito dell’anno 1895, convenzionalmente il primo nel calendario della storia del cinema; dall’altro, l’incontro delle nuove leggi della fisica con la tecnologia dei nuovi media ha reso possibile la visione di un altro tempo: un tempo elastico, in uno spazio ristretto. Quello del cinema. È a Friedrich Kittler, teorico della letteratura e dei media, che dobbiamo l’ipotesi secondo cui grazie all’invenzione di tre fondamentali media tecnici – grammofono, cinema e macchina da scrivere –, e alla loro diffusione negli ultimi tre decenni del XIX secolo, ha inizio l’era dei nuovi media tecnici (Mediengründerzeit).

Ciò che una macchina del tempo, progettata non solo per viaggiare in un’altra epoca ma anche per plasmare e manipolare il tempo, deve essere in grado di fare è, ad esempio, portare a visibilità un tempo lunghissimo, come quello della preistoria, in un lasso ristretto di tempo. I primi esempi di questa manipolazione del tempo sono da ricercare nella cultura visiva dell’evoluzionismo a cavallo tra XIX e XX secolo, e, in particolare, in una serie di film, realizzati all’inizio del XIX secolo da F. Martin Duncan, naturalista inglese e pioniere della microcinematografia, volti a tradurre con il linguaggio delle immagini in movimento le teorie darwiniane sull’origine della specie e la selezione naturale.

Anche Franck Percy Smith (1880-1945), precursore del documentario naturalista, si unisce alla tradizione di coloro che hanno tentato di escludere le scienze biologiche dal dominio di un’élite per aprirle alle classi popolari, contribuendo così alla diffusione dei film di divulgazione scientifica.
Nella lista dei film del catalogo Duncan, il viaggio nel tempo si percorre secondo due diverse direzioni: quella dell’evoluzionismo, come time travel scientifico nel tempo profondo delle origini (si pensi al film The Amoeba, the beginning of life, 1905), e quella delle tecniche di manipolazione del tempo, come “spatiotemporal trip” foto-cinematografico, reso possibile dalla fotografia ultra-rapida (high-speed photography) e dalla tecnica del time-lapse.

Il bisogno di scomporre il movimento per vedere gli istanti del suo svolgersi nel tempo, la necessità di rendere disponibili all’occhio umano, e a quello perspicuo dello scienziato, i fenomeni ultraveloci (dallo “splash” di una goccia che sprofonda in uno specchio d’acqua e latte, all’impercettibile traiettoria di un proiettile che perfora una bolla di sapone) e quelli ultra lenti (dal germogliare e l’appassire di un fiore, alle fasi di sviluppo di un embrione), sono alla base degli esperimenti e delle invenzioni tecniche che conducono alcune delle figure più interessanti del panorama scientifico della seconda metà del XIX – Jules Janssen, Etienne-Jules Marey, e Lucien Bull suo allievo – all’invenzione delle prime tecniche di manipolazione del tempo attraverso la fotografia e il cinema: dal fucile fotografico alla cronofotografia, dalla fotografia ultra-rapida in grado di registrare fenomeni velocissimi, alla fotografia e al cinema capaci di riprodurre i movimenti ultra lenti (time-lapse). Ecco la “magia” di un cinema che ha iniziato a rivelare l’inconscio del visibile e l’esattezza scientifica dell’invisibile.

Il modo in cui il cinema, pensato come Time Machine, manipola il tempo lento e impercettibile dei movimenti di una pianta, dello sviluppo di un embrione o delle nuvole nella volta del cielo, permette d’immergerci in una dimensione spazio-temporale sconosciuta, una quarta dimensione, che Lewis Carroll pensava raggiungibile solo attraversando lo specchio, e antropomorfizzando il tempo con gli occhi stregati di Alice.