Patrizia Asproni: «Basta convegni guidati da soli uomini, evitiamoli»

La presidente di Confcultura: «Se donne competenti non vengono invitate al tavolo dei relatori non andiamoci: è un problema di cultura e politico in crescita»

Tutti uomini come relatori. Una foto ironica lanciata dalla campagna #boycottmanels

Tutti uomini come relatori. Una foto ironica lanciata dalla campagna #boycottmanels

redazione 17 settembre 2019
di Stefano Miliani

Basta convegni e conferenze in cui i relatori al tavolo sono tutti e soltanto uomini. E non è un appello senza effetti pratici. Patrizia Asproni, presidente sia dell'associazione ConfCultura sia del Museo Marino Marini di Firenze, manager che per tutta la vita si è occupata di gestione e conoscenza del patrimonio culturale, all’ennesimo invito a una sessione a guida integralmente maschile ha risposto «no grazie». La manager, conosciuta in tutta Italia, non respinge solo quell’appuntamento e avvisa: non parteciperà a incontri dove manchi una presenza paritaria e invita le altre donne a fare altrettano. Come spiega, le donne competenti vengono escluse a priori, perfino inconsciamente, non in malafede, il che è ancora più grave. Perfino nei territori della sinistra e della cultura. La battaglia ha un parallelo nei paesi anglosassoni: esiste l'hashtag #boycottManels dove "manels" coniuga "panels" con "men".

Asproni, cosa è successo?
Sono stata invitata all’ennesimo convengo sui beni culturali e dove chi siede al tavolo dei relatori sono tutti uomini. Chi viene invitato ad ascoltare si rivela nella maggioranza donne. Si dice che dobbiamo scegliere le persone per merito: qui il discorso della competenza cade. Oltre tutto chi siede a quel tavolo, come in tanti casi e in quel settore, non è più competente di altre donne.

Nei beni culturali le donne in effetti sono la maggioranza, non la minoranza. Anche in posizioni di vertice.
Sì, ma sono sempre meno quelle che siedono al tavolo della presidenza, mentre è importante stare a quel tavolo: quello che dici viene ascoltato e provoca cambiamenti, succede qualcosa. In questi luogo le donne stanno diminuendo, non è scontato che siano presenti.

Quindi si assiste addirittura a un calo?
Ho pubblicato su Facebook un articolo del Washington Post in cui due donne scrivono che nei convegni e nelle conferenze, nei panel delle policy pubbliche, stanno scomparendo le donne: anche negli Stati Uniti c’è una regressione. Il che accade mentre aumentano le donne con accesso all’istruzione, che si laureano, che portano risultati. Scatta un meccanismo di cooptazione rinchiuso su sé stesso.

È una scelta deliberata?
La cosa peggiore su cui riflettevo con altre donne è che il meccanismo è quasi inconscio, non ad escludendum, non è in malafede. Ed è peggio.

Perché?
È peggiore perché non c’è un’intenzione malvagia, si verifica una normale presa d’atto. Se chiedo, come mi è successo, perché sono tutti maschi all’inizio rispondono di non aver trovate donne competenti. Poi sciorino nomi evidenti e rispondono sempre “ah, è vero, non le abbiamo cercate, non ci sono venute in mente”. Allora qualcosa non funziona proprio.

Questo meccanismo è presente anche nelle donne?
No, c’è forte consapevolezza. Il mio post che ha scatenato la voglia di dire basta è un indizio in una serie di indizi che sono prove.

Vuole le quote rosa nei convegni?
No, in rappresentanza voglio il 50%. Punto. La metà che spetta alle donne. Non nascondiamoci dietro le ipocrisie delle competenze, voglio il giusto livello di attenzione alle donne, preparate, di altissimo livello, che sono ovunque. Bisogna metterci la testa: non voglio una legge ma voglio fare un appello: non andiamo noi donne ad assistere a convegni e conferenze dove non siamo rappresentate in maniera sostanziale.

Nella cultura non dovrebbe essere scontata questa presenza paritaria? Tanto nelle arti, nella letteratura, nello spettacolo, nessuno potrà sostenere la tesi di una minor capacità, presenza o competenza femminile.
È questo il grave, il vulnus vero. Non dico quale convengo ha atto deflagrare questa mia risposta ma in platea la maggioranza sono donne. Allora se mancano gli astanti, con chi parli? Se le donne si rifiutano? È il problema di gender: le donne siano sedute al quel tavolo, se non ci sono non ci vai, alla fine chi sta lì uomo se la canta e se la suona.

È un problema anche nelle rappresentanze politiche, anche a sinistra, anzi nelle sinistre e nel movimento. Lo si è visto bene guardando chi saliva al Colle nella recente crisi di governo.
È chiaro che c’è una regressione antropologica: la politica è così e nessuno si preoccupa, è normale che al Quirinale vadano tutti maschi, è normale che il candidato segretario dei partiti sia maschio. Pensiamo alla forzatura con trucchi ignobili delle liste elettorali sull’alternanza maschio femmina per cui vengono eletti più maschi. In Parlamento abbiamo una rappresentanza femminile quantitativamente vergognosa: è un problema Paese, di cultura, di mentalità. Eppure gli economicisti dicono chiaramente che la presenza delle donne aumenta il pil, l’occupazione aumenta, nei cda una donna porta un diverso punto di vista, su questo non ci piove. Non voglio essere come un uomo, sono una donna, e non voglio essere “meno”, questo segno “meno” è molto grave. E costituisce un handicap anche per gli uomini.