Capitini, la nonviolenza del "Gandhi italiano" è più urgente che mai

Il 7 ottobre torna la Marcia della pace Perugia-Assisi. Un libro introduce al pensiero del filosofo e politico che ha combattuto la violenza (anche quella culturale)

Italo Calvino, Aldo Capitini e Pio Baldelli ad Assisi a una marcia della pace

Italo Calvino, Aldo Capitini e Pio Baldelli ad Assisi a una marcia della pace

redazione 1 ottobre 2018

Thomas Casadei


Quella di Aldo Capitini – di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo della morte (nacque a Perugia il 23 dicembre del 1899 e lì morì il 19 ottobre 1968) – è stata certamente un’esistenza straordinariamente operosa, all’insegna della nonviolenza e della tensione ad un mondo di pace.
Davvero preziosa è dunque la recente introduzione di Pasquale Pugliese, segretario del Movimento nonviolento, al pensiero e ai testi del filosofo: “una piccola guida” – come egli stesso la definisce – “per orientarsi in uno straordinario pensiero generativo, ancora in larga parte da esplorare. Ed alle sue implicazioni pratiche” (Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini, ebook 4,99 €, cartaceo 11,99 €, con prefazione dell'autore di questo articolo).
La sua forza e la partecipazione dal basso (prima del '68)
La forza dell’opera di Capitini sta nel tenere insieme politica, filosofia, pedagogia, letteratura, poesia e dimensione religiosa.
Le forme del suo impegno lo attestano in modo assai concreto: contrario alla dittatura fascista fu cacciato dalla sua professione di segretario della Scuola normale superiore di Pisa e fu poi promotore di un’avanzata prospettiva liberalsocialista; fondatore dei COS - Centri di Orientamento sociale per la formazione della democrazia partecipata nei territori dell’Italia liberata, prima delle elezioni democratiche; straordinario costruttore del movimento nonviolento per la pace autonomo dalle logiche della Guerra fredda, a pochi mesi della costruzione del muro di Berlino, e fautore di un’agenda di disarmo militare, culturale e politico; lucido e visionario teorizzatore - entro una serrata critica al potere autoritario e a quello che legittima profonde forme di disuguaglianza e sfruttamento del lavoro - di una originale prospettiva di superamento della democrazia rappresentativa, nel segno della partecipazione dal basso, ben prima della contestazione del ‘68: l’omnicrazia.
Quella di Capitini è certamente una lezione che può apparire straordinariamente inattuale se si resta all’interno degli schemi dominanti del presente ma può divenire straordinariamente attuale se si intende sovvertire questi “schemi”.
Gli schemi che appaiono eterni e inevitabili, in realtà, possono essere cambiati. Tali sono gli schemi della violenza.


Le parole del “Gandhi italiano”
Le parole del “Gandhi italiano” risultano particolarmente significative in una fase storica in cui le logiche della violenza paiono a tal punto espansive da restringere e rattrappire il tessuto del discorso; fasi in cui la violenza è “addosso” a ognuno di noi, oltre che al mondo. Occorre sentirla e percepirla per provare, infine, a liberarsene.
L’insofferenza profonda nei confronti della realtà alimenta in lui una “spinta al cambiamento radicale”, una costante tensione verso la “tramutazione progressiva della realtà”. In questo percorso – quotidianamente operoso e caratterizzato da una fitta rete di relazioni e legami – Capitini unisce, alla riflessione sulle “tecniche della nonviolenza”, la costruzione di strumenti di azione duraturi e ancora attivi, mezzo secolo dopo: la “Marcia della Pace per la fratellanza tra i popoli”, realizzata per la prima volta il 24 settembre 1961; la fondazione del Movimento del nonviolento, nel gennaio del 1962; la creazione, nel 1964, della rivista “Azione nonviolenta”, concepita come mezzo di formazione e informazione sulla nonviolenza in Italia e nel mondo.
Per la sua solida articolazione e, al contempo, per la sua apertura alla sperimentazione, la sua prospettiva rivela tutta la sua efficacia nel mettere a punto strategie per contrastare le tre diverse forme di violenza, individuate da Johan Galtung e che a tutt’oggi paiono rappresentare uno schema dominante, in forte e aggressiva espansione su scala planetaria e nei diversi contesti locali e urbani.
La violenza culturale
Oltre che con la violenza diretta della guerra e con la violenza strutturale del potere autoritario, occorre fare i conti con quella che il filosofo norvegese considera “la violenza più profonda, più difficile da sradicare, più persistente nel tempo: la violenza culturale”.
“Violenza sempre simbolica” essa è radicata nei mondi dell’economia, nel linguaggio e nell’arte, nella scienza e nel diritto, nei media e nell’educazione, nella religione e nell’ideologia. “La sua funzione è semplice quanto decisiva: legittimare la violenza diretta e quella strutturale”.
“La nonviolenza è lotta, una lotta continua contro le situazioni circostanti, le leggi esistenti, le abitudini altrui e proprie, contro il proprio animo e il subcosciente, contro i propri sogni, che sono pieni, insieme, di paura e di violenza disperata”.
Nell’epoca della paura e del rancore, la prospettiva della nonviolenza – intesa come costruzione “collettiva” e “corale” – elaborata da Capitini costituisce un’opzione per spezzare la “catena della violenza”.
Pratica di “umanizzazione dell’altro” – resistente dinanzi agli odierni dispositivi di “de-umanizzazione” e di “mostrificazione” – e al tempo stesso “metodo”, essa si propone come


“compiuta e intenzionale prassi di tramutazione della realtà”, una sorta di “rivoluzione permanente”.
La marcia di domenica 7 ottobre rinnova, ancora una volta, questo impegno da parte di tanti cittadini e cittadine, di tante associazioni e movimenti, da parte di tutti coloro che non si arrendono dinanzi alle logiche egemoni nel presente e osano guardare avanti, verso un diverso avvenire.


Il link al sito sul libro


Il link alla Marcia della pace 2018