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Tina Anselmi fu la prima donna ministro, 50 anni fa però

Il ricordo di una donna che ha trasformato le istituzioni e una riflessione su ciò che significa, oggi, custodire le conquiste di chi ci ha preceduto.

Tina Anselmi fu la prima donna ministro, 50 anni fa però
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30 Luglio 2026 - 11.27


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di Lilia La Greca

Ieri, mentre mi preparavo, continuavo a chiedermi come si possa rendere giustizia a una donna come Tina Anselmi. Come si racconta una persona che è stata partigiana, ministra, sindacalista, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 e protagonista di alcune delle più importanti riforme della Repubblica, senza trasformarla nell’ennesimo elenco di incarichi e date?

Forse il problema è proprio questo. Per troppo tempo abbiamo raccontato le donne attraverso i loro “primati”. La prima a entrare in un luogo. La prima a ottenere un incarico. La prima a rompere un soffitto di cristallo. Ma di Tina Anselmi colpisce soprattutto un’altra cosa: una volta entrata, quella stanza l’ha cambiata.

Ieri era il 29 luglio e, forse, non tutti sanno che esattamente cinquant’anni fa l’Italia nominava la sua prima ministra della Repubblica. Tina Anselmi diventava ministra del Lavoro e della Previdenza sociale nel terzo governo Andreotti. Oggi potrebbe sembrare un passaggio quasi inevitabile, il risultato naturale di un lungo percorso di emancipazione femminile. Nel 1976 non lo era affatto. In un Paese in cui la Costituzione aveva riconosciuto l’uguaglianza tra uomini e donne quasi trent’anni prima, il potere continuava ad avere un volto prevalentemente maschile.

Eppure Tina Anselmi non arrivò lì perché qualcuno decise di fare spazio a una donna. Ci arrivò perché aveva alle spalle una vita che rendeva quella nomina quasi inevitabile.

Aveva diciassette anni quando assistette all’impiccagione di trentuno giovani partigiani a Bassano del Grappa. Raccontò più volte che fu quello il momento in cui comprese di non poter restare spettatrice della storia. Entrò nella Resistenza come staffetta partigiana con il nome di battaglia “Gabriella”. Finita la guerra, continuò a fare quello che aveva imparato in quegli anni: mettersi al servizio degli altri. Prima nel sindacato, poi nella Democrazia Cristiana, infine in Parlamento.

È curioso pensare che oggi Tina Anselmi venga ricordata soprattutto come “la prima ministra”. Perché, in realtà, la sua grandezza non risiede nell’essere arrivata prima degli altri, ma in ciò che fece una volta arrivata.

Da ministra del Lavoro contribuì all’approvazione della legge sulla parità di trattamento tra uomini e donne nel mondo del lavoro. Da ministra della Sanità fu tra le protagoniste della nascita del Servizio sanitario nazionale, uno dei pilastri dello Stato sociale italiano. Quando poi le venne affidata la presidenza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, dimostrò che la politica poteva ancora essere sinonimo di rigore, indipendenza e senso delle istituzioni.

Una cosa che mi fa sorridere e, allo stesso tempo, riflettere è che a volere Tina Anselmi alla guida della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 fu Nilde Iotti, allora presidente della Camera. Se ci si pensa, in quella scelta è racchiusa una piccola lezione di politica. Le due donne appartenevano a mondi profondamente diversi: una comunista, l’altra democristiana. Oggi saremmo quasi portati a immaginarle come rivali, perché siamo abituati a raccontare la politica, e ancora di più le donne in politica, attraverso la lente della competizione. E invece accadde il contrario. Nilde Iotti riconobbe in Tina Anselmi l’autorevolezza, il rigore e il coraggio necessari per guidare una delle inchieste più delicate e controverse della storia repubblicana.

C’è una domanda che mi accompagna da quando ho iniziato a scrivere questo articolo: se oggi Tina Anselmi fosse seduta davanti a me, come vorrebbe essere ricordata? Come la prima donna ministro della Repubblica? Come la presidente della Commissione d’inchiesta sulla P2? O, semplicemente, come una donna che ha cercato di lasciare il Paese un po’ più giusto di come lo aveva trovato?

E allora mi fermo un attimo davanti allo specchio.

Guardo la ragazza che sono, con la libertà di studiare, di scrivere questo articolo, di scegliere il lavoro che sogno, di costruirmi una carriera, di essere economicamente indipendente, di alzare la voce quando qualcosa mi sembra ingiusto. E penso che nulla di tutto questo sia nato per caso. È il risultato di donne come Tina Anselmi, Nilde Iotti, Liliana Segre e di tante altre che hanno allargato, passo dopo passo, lo spazio della nostra libertà.

Tina Anselmi lo aveva capito prima di molti altri: il lavoro non è soltanto un mezzo per guadagnarsi da vivere. È dignità, autonomia, possibilità di scegliere. Per questo, da ministra del Lavoro, si batté affinché uomini e donne avessero pari diritti, perché una donna non fosse costretta a scegliere tra la propria realizzazione e la propria identità, perché il talento non fosse misurato in base al genere.

Ma nello stesso istante penso anche che i miei occhi non sono poi così diversi da quelli di una ragazza afghana. Avremmo potuto nascere nello stesso giorno e avere gli stessi sogni. Solo che io posso immaginare un futuro, lei forse no. Io posso studiare, lavorare, decidere chi diventare. Lei potrebbe vedersi negare tutto questo ancora prima di provarci.

In realtà, fatte ovviamente le dovute proporzioni, non serve guardare così lontano. Perché anche qui, in Italia, c’è chi rinuncia a un’opportunità lavorativa per paura di essere discriminata, chi guadagna meno a parità di ruolo, chi è costretta a lasciare il lavoro dopo una maternità, chi nasconde i lividi sotto una felpa prima di entrare in ufficio o all’università.

Mi piace pensare che Tina Anselmi, Nilde Iotti e tutte le donne che hanno combattuto prima di noi non ci chiederebbero di celebrare le loro vittorie. Ci chiederebbero piuttosto di non considerarle mai definitive. Perché ogni diritto conquistato comporta una responsabilità: quella di continuare a difenderlo e di estenderlo anche a chi, oggi, non può ancora esercitarlo.

Vorrei, quindi, concludere con una citazione della stessa Anselmi “Dico alle mie nipoti: fate la guardia, perché le conquiste non sono mai definitive”. Quindi e mi rivolgo soprattutto ai più giovani: studiate, credete nel vostro lavoro, nel  vostro valore, e continuate a costruire il sentiero per chi verrà, perché il modo più autentico di ricordare donne come Tina Anselmi  non è celebrare ciò che hanno fatto ieri. È avere il coraggio di continuare la loro strada, oggi. 

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