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Due giorni senza La Repubblica in edicola

L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti non ha chiuso il giornale di ieri e il Cdr ha indetto uno sciopero per oggi. Un futuro incerto per 1200 famiglie. La scarsa trasparenza di Elkann nella trattativa con gli acquirenti greci.

Due giorni senza La Repubblica in edicola
Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/
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10 Febbraio 2026 - 16.50


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di Francesco Tunda 

Oggi La Repubblica non è in edicola. E non sarà neanche domani. Questo perché l’assemblea dei giornalisti che stava discutendo sul futuro del giornale si è protratta così a lungo da non permettere la chiusura delle pagine. Non potendo mandare un giornale incompleto le rotative sono rimaste ferme. Il Comitato di Redazione ha poi indetto, proprio per oggi, uno sciopero e perciò anche domani (11 febbraio) il giornale non uscirà. Proprio nell’anno e nei giorni nei quali sta celebrando i 50 anni della fondazione del giornale la famiglia de La Repubblica è costretta a ribellarsi di fronte al comportamento poco trasparente dell’editore e a chiedere lumi sul futuro della prestigiosa testata fondata da Eugenio Scalfari. 

E’ da settimane che i giornalisti e le giornaliste de La Repubblica hanno aperto una vertenza nei confronti dell’editore, cioè da quando Exor ha aperto una trattativa per la vendita di Gedi al gruppo greco Antenna. La trattativa in esclusiva tra Gedi e Antenna è scaduta lo scorso 31 gennaio senza che la proprietà abbia ancora detto ai giornalisti se ci sia stata una proroga e fino a quando. 

Nella perentoria nota emessa dopo la decisione di proclamare lo sciopero il Comitato di redazione scrive: ”Le informazioni in nostro possesso finiscono qui. Abbiamo anche chiesto perché la scelta sia ricaduta su di un editore sconosciuto ai più e non ad altri che si erano detti interessati, ed è una domanda che rimane aperta. Ci sono (state) altre offerte? Se sì, perché non prenderle in considerazione?”.

Da mesi questa vicenda è sul tavolo delle istituzioni, della politica, dell’Agcom. Più volte e ad alta voce i giornalisti hanno continuato a bussare a tutte le porte, anche a quelle europee sottoponendo il caso all’European Board for Media Services. “Abbiamo fatto il nostro lavoro giornalistico – è scritto ancora nella nota – per tentare di fare luce sulla natura del potenziale acquirente e ciò che ne è uscito fuori non ci tranquillizza affatto, anzi. Abbiamo manifestato pubblicamente la nostra rabbia e preoccupazione. In questa trattativa – lo stiamo denunciando da tempo – manca trasparenza, necessaria e fondamentale quando in ballo c’è un prodotto che non è solo economico ma uno strumento di equilibrio di un già fragile pluralismo mediatico. Le nostre richieste di garanzie, occupazionali e democratiche, sono ad oggi cadute nel vuoto di fronte a un silenzio ostinato e irrispettoso di chi, per il ruolo che ricopre, dovrebbe darcele. L’editore John Elkann, infatti, si rifiuta di incontrare le rappresentanze sindacali”.

Ben 1.300 famiglie vivono con angoscia questa incertezza sul futuro della testata proprio mentre Gedi continua indisturbato la pratica dello “spezzatino”, svendendo pezzo per pezzo i beni di famiglia, nel disinteresse generale. E pensare che Gedi era un tempo il primo gruppo editoriale italiano. Tutto questo “mentre gli azionisti ogni anno portavano a casa dividendi miliardari” commenta amaramente il Comitato di redazione. Ancora più aspro il commento del Cdr su come “La storia di “Repubblica” e del gruppo Gedi è paradigmatica. Racconta bene lo strapotere di pochi, senza regole e senza controlli; il destino incerto dei molti che non hanno ereditato patrimoni né credono nella legge del più forte e del più furbo; le pavidità e connivenze di purtroppo molti decisori pubblici, attenti agli interessi delle oligarchie e meno al bene comune. Questa vicenda non è quindi solo nostra!”.

Dalle decisioni prese e dal tono del documento del Comitato di redazione si capisce bene che le giornaliste e giornalisti, le lavoratrici e i lavoratori non hanno alcuna intenzione di rassegnarsi o di auto-silenziarsi: “La Repubblica nasce con un forte senso di identità e appartenenza ad un sistema di valori ben definito: progressista, antifascista, per la conquista di nuovi diritti sociali e civili, contro ogni forma di razzismo. Con queste lenti abbiamo raccontato l’Italia e il mondo per mezzo secolo. La nostra battaglia è per restare fedeli a tutto questo. A chi ci ha voluto piegare, o a chi magari vorrebbe ancora farlo in futuro, rispondiamo che siamo ancora qui”.

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