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“Food for profit”: l’opinione pubblica inizia a interessarsi (veramente) del problema

Il successo che il documentario indipendente sta riscuotendo dimostra la crescita dell’attenzione circa il problema degli allevamenti intensivi. Ecco di cosa parla e perché il tema che affronta non può più essere ignorato

“Food for profit”: l’opinione pubblica inizia a interessarsi (veramente) del problema
Food for profit
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Agostino Forgione Modifica articolo

5 Aprile 2024 - 12.55


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È sicuramente stato uno dei docufilm più attesi e chiacchierati di questi primi mesi dell’anno, con una eco mediatica, soprattutto via social, travolgente. Io ne sono venuto a conoscenza relativamente tardi, a dire il vero, come spesso mi accade per i fenomeni virali. A parlamene per prima un’amica che, in un primo momento, chiedendomi se avessi intenzione di vederlo ha incontrato, inevitabilmente, il mio sgomento.

Parlo ovviamente di “Food for profit”, il documentario di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi che indaga sul tema degli allevamenti intensivi, affrontandolo a tutto tondo. Un’inchiesta che ho apprezzato particolarmente, senza troppe circonlocuzioni, non tanto per mettere in luce temi inediti quanto per rappresentare un ampio sguardo sulla suddetta tematica. Nel caso abbiate modo di vederlo, vi consiglio di farlo.

L’assunto di base dalla quale muove la pellicola, sul quale, tra l’altro, ho già scritto, è uno: mangiamo troppa carne, molta più di quanta realmente ce ne serva per star bene. Ciò, inevitabilmente, si ripercuote sull’intera filiera necessaria a farci arrivare nel piatto molta carne a basso costo.  Una catena che coinvolge svariate sfere, toccando aspetti che possono sembrare sconnessi tra loro ma che in realtà si intersecano tutti in un unico e aggrovigliato gomitolo. Tralasciando quelli che sono i punti tendenzialmente più noti, come ad esempio le condizioni riservate agli animali nel corso del loro ciclo di vita negli allevamenti intensivi, ce ne sono altri di certo meno conosciuti.

Uno di questi, giusto per citarne alcuni, riguarda le condizioni di chi lavora in allevamenti e macelli. Anche qui in Italia, spesso, per assolvere a tali mansioni vengono preferiti gli immigrati. Ciò principalmente per via della loro maggiore discrezione e propensione a lavorare in nero. Discrezione che si declina in una minore possibilità di denunciare quanto accade comprese le condizioni di lavoro. Spesso ghettizzati in dormitori e strutture esclusivamente loro dedicate – un po’ come accade con i lavoratori agricoli stagionali – gli immigrati sono sovente tenuti sotto controllo affinché non parlino con giornalisti o affini.

Altro tassello del mare magno di problematiche circa i modelli di allevamento intensivi è quello dell’immunoresistenza, minaccia che abbraccia pericolosamente il tema della sanità. Come noto, da decenni il massiccio e smodato uso di antibiotici sta facendo sì che i virus mutino e “si adattino” ai principi attivi che dovrebbero combattere. Ciò porta a doverne sempre cercarne di nuovi, mettendo a continuo repentaglio la salute pubblica.  La soluzione sarebbe quella di usarli solo quando davvero serve, ma spesso se ne abusa, in particolar modo nel settore zootecnico. Il tutto per sopperire, nel più dei casi, a condizioni igieniche inadeguate.  

Altro nodo cruciale, affrontato abbastanza organicamente nel documentario, è quello di come vengono usati i fondi stanziati per mezzo delle famigerate Pac. Le politiche agricole comuni, nate con l’obiettivo di tutelare gli agricoltori e allevatori europei anche per mezzo di sostegni economici, a oggi avvantaggiano principalmente le grandi aziende. Un progetto nato come inclusivo che tuttavia, molto spesso, viene piegato dagli interessi del mercato. A percepire la maggioranza dei fondi devoluti dal green deal, infatti, risultano essere per lo più i grandi allevatori. Una conclusione in contrasto con i più basilari assunti della decarbonizzazione, per cui dovremmo sviluppare e sovvenzionare maggiormente modelli produttivi alternativi che si oppongono alle attuali logiche di mercato.

I piccoli allevatori, invece, sembrano essere quelli maggiormente trascurati e che ricevano meno fondi. Il motivo?  Di certo il forte lobbying che le grandi aziende sono in grado di esercitare nelle stanze dei bottoni di Bruxelles, accaparrandosi la maggioranza delle sovvenzioni e dirottando le decisioni politiche. Un controsenso dunque, considerato che la natura e i fini del green deal dovrebbe essere esattamente opposti.

La pellicola di Innocenzi e D’Ambrosi mostra, in conclusione, come affrontare il tema degli allevamenti intensivi sia un imperativo dal quale non possiamo più fuggire. Per quanto possa apparire noioso o ripetitivo, dobbiamo convincerci della necessarietà di mettere in discussione e conseguentemente modificare le nostre abitudini di consumo.

L’opinione pubblica da sempre ha avuto ed è in grado di esercitare una forte influenza sulla politica, ma è necessario che tutti i cittadini prendano consapevolezza dell’esistenza del problema. Consapevolezza che necessariamente deve riverberarsi in scelte d’acquisto differenti, anche a costo di mangiare meno carne pagandola di più. In ballo non c’è solo la qualità del prodotto in sé, probabilmente l’aspetto meno rilevante della questione, ma il nostro domani. 

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