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Il Machu Picchu fu “scoperto” 111 anni fa. Ma è proprio così?

Fu Hiram Bingham, professore a Yale, a diventare famoso per aver fatto conoscere al mondo occidentale il sito archeologico. Mezzo secolo prima di lui, però, Augusto Berns si arricchì vendendo i tesori della montagna sacra

Il Machu Picchu fu “scoperto” 111 anni fa. Ma è proprio così?

Marcello Cecconi

21 Luglio 2022 - 16.49


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Machu Picchu, qué lechera! E se per chi conosce anche pochi vocaboli di spagnolo parrebbe significare “Machu Picchu, che lattiera!”, in realtà vuol dire “Machu Picchu, che fortuna!”. Credo proprio sia l’espressione giusta da rivolgere a chi è stato o sta pensando di andare sulla montagna sacra degli Inca. Era il 24 luglio del 1911, poco più di un secolo fa, quando un esploratore, così come preferiva esser chiamato il professore dell’Università di Yale, Hiram Bingham, scopri il sito archeologico di Machu Picchu in Perù.

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Machu Picchu

È uno dei più straordinari ed estesi ritrovamenti al mondo, si trova a 2430 metri di altezza sulla vetta della “vecchia montagna” (quello che significa Machu Picchu nella lingua quechua) e ospita i resti della città Inca costruita alla metà del XV secolo e abbandonata intorno al 1532, al tempo della conquista spagnola. Costruita già allora per essere sconosciuta ai più, in quanto forse destinata a residenza estiva e tomba dei sovrani, dopo l’abbandono la sua esistenza è rimasta sconosciuta per quattro secoli.

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E allora ricordiamo quando questo sito venne alla luce. Bingham, dietro indicazioni di alcuni abitanti del luogo, sospese alcune ricerche che aveva avviato da tempo intorno a Cuzco, attraversò la foresta pluviale e il tempestoso fiume Urubamba, e salì fino a circa 2400 metri. Lassù, gli si aprì la visione di questa distesa di graniti che formavano l’antica cittadella, terrazzamenti scolpiti, tombe e templi. Il tutto semisommerso da vegetazione e rampicanti.

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Iram Bingham

Bingham ci tornò l’anno dopo con un programma di scavi patrocinati dalla National Geographic Society e dall’Università di Yale. “Quelli di Machu Picchu potrebbero essere i resti più grandi e importanti scoperti in Sud America dal tempo della conquista spagnola” – scrisse nell’edizione 1913 del National Geographic dedicata interamente al sito. L’esploratore era ovviamente euforico per la riscoperta di un luogo archeologico che per estensione è inferiore solo a quelli di Pompei e Ostia Antica. Solo più tardi, nel 1948, pubblicò un libro “La città perduta degli Inca”, per narrare compiutamente questa scoperta e divenendo, per molti, ispiratore del personaggio immaginario di Indiana Jones.

La città, che fu quasi certamente costruita dall’imperatore Inca, Pachacuti, ha un valore simbolico per tutta la cultura precolombiana. Un luogo certamente sacro che ha dato luogo a diversi miti e leggende e che era invisibile dal basso e, forse per l’inaccessibilità, fu trascurata colpevolmente anche dai conquistadores spagnoli. Ma la parola “scoperta” e “città perduta” usati da Bingham sono ovviamente fuorvianti. Sono proclami con dietro quella presunzione colonialista che l’Occidente ha portato con sé e che, ancora, non ha superato del tutto. Si può accettare solo il fatto che Bingham lo aveva portato all’attenzione del mondo scientifico occidentale, anche perché gli invasori spagnoli non lo avevano menzionato nelle loro cronache. Loro ritenevano quei luoghi “vuoti” e senza valore e poco contava che fossero abitati perché gli indigeni erano esseri “incivili e arretrati”.

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Eppure le tribù del luogo sapevano bene dell’esistenza del sito tanto che Bingham, quando ci arrivò, rimase incredulo nel trovare una famiglia indigena che viveva sulla sommità della montagna. Come diceva il linguista Naom Chomsky mai si scopre qualcosa di “nuovo”, e niente è “vuoto” riferendosi alla scoperta colombiana del Nuovo Continente e, come l’America, anche il Machu Picchu non era né nuovo né vuoto in quanto era già stato “scoperto” molti secoli prima dai suoi abitanti.

E a sminuire l’enfasi del professore della Yale ci sono i documenti individuati nel 2008 in archivi statunitensi e peruviani. Infatti, prima di Bingham, c’era stato un altro occidentale a portare all’onore delle cronache il Machu Picchu. Certo non c’erano interessi accademici e scientifici ma quelli più terra terra di un grande e sconcertante affare economico. Si tratta di un avventuriero tedesco di nome Augusto Berns che nel 1867, 44 anni prima di Bingham, arrivò sulla montagna e con il benestare del governo locale, al quale andava una percentuale pattuita, spogliò gran parte del sito. Fondò una regolare impresa “Companhia Anonima Explotadora de las Huacas del Inca” per trafugare “lecitamente” le ricchezze e venderle a collezionisti, università estere e musei.

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