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Attentato a Togliatti: tre pallottole per una rivoluzione mancata

Settantaquattro fa Antonio Pallante tentò di uccidere il segretario del Pci. L’Italia a un passo dalla guerra civile. La sopravvivenza del leader e la sua volontà ad evitare il peggio aiutarono il Paese a superare la crisi. Il ruolo di Gino Bartali.

Attentato a Togliatti: tre pallottole per una rivoluzione mancata

Marcello Cecconi

14 Luglio 2022 - 12.31


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Il 14 luglio 1948 il giovane Antonio Pallante scorse il “Migliore” dietro la porta a vetri di via della Missione mentre stava uscendo dall’uscita secondaria di Montecitorio. Palmiro Togliatti, insieme a una signora, passò così rapidamente davanti a lui da non lasciargli il tempo di estrarre il revolver e sparargli di fronte. Il ragazzo rimase per un attimo interdetto poi, appena Togliatti l’ebbe superato, si riprese e sparò quattro dei cinque colpi del tamburo. Tre andarono a segno e Togliatti cadde sul selciato mentre la sua compagna, di partito e di vita, Leonilde Iotti tentava di fargli da scudo urlando: ”…hanno ucciso Togliatti, hanno ucciso Togliatti!”

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Palmiro Togliatti subito dopo l’attentato (Foto Fondazione Gramsci)

Il movente del giovane e irrequieto studente siciliano con simpatie note per “l’antipolitica” del Partito dell’Uomo Qualunque, lo dichiarò lui stesso: voleva dare una lezione a chi sognava di condurre la penisola nell’emisfero sovietico. E chi meglio di Togliatti cresciuto a pane e Lenin a Mosca e segretario di quel Pci che aveva lasciato il governo perché ripudiava il piano Marshall?

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Questo fu uno di quegli attentati che, se fossero finiti in maniera differente, avrebbe condotto a quella storia alternativa che piace a tanti narratori. Ma stiamo ai fatti. Erano le 11 e 40 di 74 anni fa quando Pallante sparò ma Togliatti non morì. Nonostante la gravissima perdita di sangue il Prof. Valdoni, al Policlinico romano, riuscì a estrarre i proiettili limitandone i danni. La notizia diffusa dalla radio e da l’Unità uscita in edizione straordinaria fece esplodere la rabbia fra i comunisti già stretti in un contesto sociale da ebollizione.

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L’anno prima De Gasperi e soci si erano gettati a capofitto nelle braccia degli americani che erano visti come la peste bubbonica dai comunisti italiani fedeli alla linea di Mosca. La cosa aveva causato la fine dell’idillio post Liberazione con l’uscita del Pci e Psi dal “campo largo” della coalizione governativa. A ciò si aggiunse la delusione per i risultati delle prime elezioni repubblicane che tre mesi prima si era abbattuta sui partiti e i militanti di sinistra riportandoli al tempo dei sospetti.  A peggiorare la situazione, proprio quella mattina, il socialdemocratico Carlo Andreoni in un editoriale del quotidiano del suo partito, l’Umanità, aveva accusato Togliatti di tradimento aggiungendo fra l’altro che la maggioranza degli italiani avrebbe dovuto avere il coraggio di «inchiodarlo al muro», «e non solo metaforicamente».

La Cgil proclamò lo sciopero generale anche contro il parere della Cisl che infatti di lì a poco si sarebbe distaccata. Gli operai lasciarono il posto lavoro in massa e in molte città le proteste nelle piazze crebbero: si chiedevano le dimissioni del Governo De Gasperi. Per molti militanti comunisti sembrava scoccata la scintilla della rivoluzione e il giorno successivo si cominciarono a vedere i cortei con la presenza di armi rispolverate dagli anni del recente conflitto e della lotta partigiana. Ci furono scontri con la polizia del ministro degli interni Mario Scelba che causarono 16 morti fra militari e civili, con decine e decine di feriti e migliaia di arresti con l’esercito per le strade a gestire la situazione. Incidenti gravi in grandi città come Roma, La Spezia, Napoli, Genova, Milano, Torino e Taranto ma anche in piccoli centri come Piombino e Abbadia San Salvatore. Qui il sollevamento popolare terminò con l’uccisione di due poliziotti e la risposta dura e decisa delle forze dell’ordine salite sull’Amiata con i carri armati.

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La prima intervista di Togliatti dall’Ospedale

Prima che la parola guerra civile diventasse sostanza ci fu, la sera stessa, il miglioramento della condizione di Palmiro Togliatti e le sue prime parole che rassicurarono dirigenti e militanti. “Calma, mi raccomando, calma, non facciamo sciocchezze” – disse a Longo e Secchia subito dopo l’intervento. Insomma l’uomo che avrebbe dovuto scatenare la rivoluzione fece di tutto per evitarla con il solido aiuto di Enrico Di Vittorio, leader carismatico della Cgil, che in pochi giorni riuscì a far ritornare la tranquillità nelle fabbriche occupate. In quel luglio, ormai lontano, il gruppo dirigente del Pci, nonostante l’influenza sovietica, superò la prova di una sostanziale adesione alle regole e ai meccanismi di funzionamento della Costituzione repubblicana.

E poi c’è la narrazione speciale, quella relativa al toscanaccio Gino Bartali che quel luglio, aggiudicandosi il Tour de France a 34 anni, avrebbe contribuito a stemperare gli animi. Non si può certo negare quanto fu ampia e sentita la partecipazione di massa e l’orgoglio nazionale di fronte a questo miracolo atletico in uno sport popolare soprattutto fra le classi meno elevate. La realtà, però, ci fa fare i conti con le date. La vittoria di tappa che portò Bartali a indossare la maglia gialla a scapito di Louison Bobet fu quella di Aix-le-Bains del 16 luglio, due giorni dopo l’attentato, e la vera apoteosi in giallo a Parigi solo il 25 luglio.

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