Il luogo manifesto e quello nascosto del pregiudizio. La campagna contro la discriminazione Lgbt

In televisione è partita la campagna pubblicitaria lanciata dall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) del Dipartimento per le Pari Opportunità. Ma c'è qualche dettaglio da rivedere

Giornata contro l'omotransfobia

Giornata contro l'omotransfobia

globalist 7 giugno 2021

di Giovanni Manetti*

 

Mentre al Senato si discute la cosiddetta “Legge Zan” - o meglio, mentre si “tenta” di discuterla tra molti contrasti e ambigui rallentamenti – in televisione è partita la campagna pubblicitaria lanciata dall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) del Dipartimento per le Pari Opportunità, consistente in uno spot radiotelevisivo e in una diffusione di messaggi sui social, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica verso la cultura del rispetto e della non discriminazione nei confronti delle persone con orientamento sessuale diverso da quello considerato standard.

La campagna, che è iniziata in corrispondenza temporale con la Giornata  Internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, celebrata lo scorso 17 maggio, ha lo scopo, dichiarato dagli organizzatori stessi, di “far riflettere sugli stereotipi e sui pregiudizi per prevenire e contrastare ogni forma di odio e violenza nei  confronti delle persone LGBT”. 

Si tratta di una tipica campagna di “pubblicità sociale”, e, come tale, è basata sul meccanismo semiotico della “provocazione”, la procedura consistente nel fatto per cui viene costruito un “simulacro” negativo di comportamento da parte dei soggetti rappresentati nel testo dello spot rispetto ad un determinato problema, che coinvolga il destinatario in un ipotetico carico di colpevolezza, nel caso che  si identificasse nell’immagine proposta. D’altra parte, all’enunciatore, ovvero al soggetto che è responsabile della produzione e proposta dello spot, viene attribuita una carica di competenza morale (cioè la capacità di discriminare tra ciò che è giusto e ciò che non lo è), che lo pone in una posizione superiore. Ma, affinché il messaggio etico raggiunga il suo effetto è necessario che pure al destinatario in carne e ossa non venga negata una importante dose di quella competenza morale, pena il fallimento della comunicazione.

Lo spot presenta una storia, suddivisa in tre sequenze, in cui questo meccanismo astratto si figurativizza in ben definiti spazi, tempi e persone che agiscono. La storia infatti inizia con una ripresa dal basso che mostra un uomo nell’atto di accingersi a scender le scale di una stazione della metropolitana.

La macchina da presa si sofferma, con inquadrature parziali, sul suo controllare l’orologio, sul suo inserire e ritirare il biglietto ai tornelli, sul suo percorrere lo spazio che lo porterà a sedersi vicino ad una ragazza che sta leggendo un libro e contemporaneamente ascolta musica con le cuffie. Proprio qui si costituisce il luogo topico che vedrà prima un confronto e poi uno scontro tra i protagonisti della storia. Infatti la ragazza, accorgendosi di questa nuova presenza, volge il volto verso l’uomo e costringe lo spettatore pure a posare il suo sguardo in modo più attento verso di lui. Ed allora il confronto tra i due personaggi appare in tutta evidenza: mentre la ragazza è carina e ben curata, l’uomo mostra un aspetto piuttosto trasandato, con la barba incolta e i capelli non curati, fattori che gli conferiscono un’aria vagamente selvatica. E a questo punto la fisiognomica ha già contribuito a definire l’ethos contrapposto dei due personaggi.

 

Ma lo scontro deve ancora avvenire ed è quello che succede nella seconda sequenza. Una ragazza, altrettanto carina e dall’aria pulita come la prima si incammina lungo il marciapiede della stazione verso la panchina dove sono seduti i due precedenti personaggi. Si sofferma sorridendo davanti alla ragazza seduta, le toglie con un gesto che indizia una precedente confidenza le cuffie e infine si piega su di lei per baciarla. 

Inizia a questo punto la terza sequenza, quella cruciale.

L’uomo seduto accanto è sorpreso da questo gesto, ma il suo atteggiamento passionale passa ben presto dalla sorpresa all’indignazione, che viene manifestata sia da un gesto con la mano che indica ripulsa, sia da una smorfia mimica di disgusto, sia infine con l’alzarsi per allontanarsi da una scena che non condivide. E’ qui che interviene l’azione etica dell’enunciatore dello spot, che condanna l’uomo a rimanere raggelato e bloccato nell’atto di allontanarsi, mentre tutto ciò che lo circonda continua il suo flusso vitale. La voce over ribadisce quel che già le immagini dicono: “Nella vita c’è chi si muove e chi rimane bloccato nei propri pregiudizi”, fino a che non viene enunciato lo slogan finale, che costituisce il “sugo della storia”, come avrebbe detto un grande che di pregiudizi se ne intendeva: “Discriminare è un limite. Rifiuta l’omo, lesbo, transfobia!”.

Niente da dire: lo spot è ben organizzato e chiaro nei contenuti che vuole trasmettere. Ma forse un piccolo appunto gli si può muovere. E riguarda proprio l’uso della fisiognomica che costruisce la contrapposizione dei personaggi. Siamo sicuri che nella realtà il pregiudizio e la discriminazione abbiano così evidenti segni o non avviene piuttosto che spesso si annidino in soggetti del tutto normali e insospettabili? E allora, perché non sottolinearlo? La fisiognomica, dopo tutto, è una pseudoscienza.

 

*semiologo dell'università di Siena