Una donna fa il rettore ma 'rettrice' si usava già nel XIII secolo

La Sapienza, Università di Roma, ha eletto Antonella Polimeni come rettrice? rettora? rettore? donna rettore? rettore donna? rettore e donna?

Antonella Polimeni rettrice della Sapianza di Roma

Antonella Polimeni rettrice della Sapianza di Roma

Gabriella Piccinni 15 novembre 2020

La Sapienza, Università di Roma, ha eletto Antonella Polimeni come … rettrice? rettora? rettore? donna rettore? rettore donna? rettore e donna? In poche ore il dubbio linguistico ha fatto il giro delle redazioni. Poi, puntuale come un orologio che accumula ogni giorno qualche minuto di ritardo, si è stancamente riaperta la stessa discussione che si era svolta in occasione dell’elezione di Virginia Raggi e Chiara Appendino nel ruolo di ‘sindaco di Roma e di Torino’ o della nomina di Laura Boldrini a quello di ‘presidente della Camera’. 


Ho utilizzato volutamente i due termini maschili - sindaco e presidente - perché è nella pretesa neutralità dei ruoli istituzionali che continua ad annidarsi gran parte delle ambiguità che ci impediscono, ancora oggi, di adeguare serenamente il linguaggio ai cambiamenti della società.


L’Accademia della Crusca si è più volte espressa positivamente sull’uso di forme come “sindaca”, “prefetta”, “ingegnera”, spiegando con pazienza che usare la forma maschile in riferimento alle donne non è un fatto linguistico, ma culturale. Per dirla in modo più diretto maestra, infermiera, modella, cuoca, nuotatrice, cameriera, ragioniera, segretaria non suscitano alcuna resistenza e nemmeno un leggero fastidio, semplicemente perché si riferiscono ad attività da tempo ampiamente praticate dalle donne, e dunque insediate stabilmente anche nel nostro orecchio. Però, fermi tutti!, maestra va bene ma solo se ci riferiamo alla nostra amata insegnante elementare, la ‘signora maestra’, mentre quel femminile esce più difficilmente dalla bocca come versione al femminile di quel “è il mio maestro” con cui nelle Università si riconosce un pilastro della propria formazione. Nascondendo - nemmeno troppo bene - un pregiudizio di genere. 


Insomma, anche se ormai disponibili ad accettare la femminilizzazione dei mestieri più comuni, gli italiani continuano a tenere il freno tirato, talvolta tiratissimo, continuando a trovarsi a disagio quando si tratti di riconoscere il femminile laddove avvengono le cose che contano davvero. Dove c’è potere, dove c’è prestigio. Come ripete Francesco Sabatini, presidente onorario della Crusca, perché la lingua cambi devono prima di tutto cambiare le cose. 


Il fatto è che le cose erano già ‘cambiate’ tanto tempo fa, solo che noi l’abbiamo dimenticato. E per risvegliarne il ricordo, a chi è abituato a raccogliere informazioni dai documenti medievali verrebbe voglia di organizzare visite guidate ai grandi archivi e alle biblioteche dove è conservata la memoria dell'Italia medievale e sommergere l'ignoranza sotto una valanga di pergamene, di statuti, di libri di conti, di poesie, di racconti. 


Là facilmente gli italiani e le italiane scoprirebbero che sono esistite molti secoli fa: la RETTRICE di un ospedale, la MINISTRA che ne ha fatto le veci, la PELLEGRINAIA che ne ha amministrato una corsia, la BADESSA o la PRIORA che hanno governato abbazie o priorati, la CAMARLENGA o la CASTALDA che ha tenuto i conti e conservato i beni, la PRECETTRICE di una Casa gerosolimitana, la Governatrice che ha assistito i poveri, la MEDICA e la CERUSICA che hanno curato i malati, la MAESTRA che ha insegnato ai piccoli, la TUTRICE di un orfano, la LAVORANTESSA che riscuoteva il suo salario, e anche l’AVVOCATA e la PROCURATRICE, la SCULTORA, l’ARCHITETTRICE. Per tacere di nomi importanti come quello di Eleonora d’Arborea GIUDICESSA, cioè governatrice di un giudicato nella Sardegna medievale, di Giovanna REGINA di Napoli, di Matilde di Canossa grande CONTESSA di Toscana che ha amministrato un’area geografica ben più vasta della attuale regione che oggi porta quel nome. Per chiudere con l’invocazione alla Madonna AVVOCATA nostra. La figura dell’IMPERATRICE è finita addirittura nei tarocchi. 


Si può aggiungere qualche notazione storica anche su quel tutti e tutte, modo di dire spesso relegato con fastidio nella categoria del ”politicamente corretto”. Gli antenati, ancora un volta, ci vengono in aiuto. «Sono MOLTI E MOLTE in questa lingua, volgari, e non litterati », scrive padre Dante nel Convivio, nei primi anni del Trecento. “Caverà di pensieri MOLTI E MOLTE che vivono male contenti”, ripete il mercante Francesco di Marco Dantini meno di cent’anni dopo, completando con un’onestissima ammissione di fronte alla quale è davvero difficile storcere il naso: “perché io òe de’ difetti, e così ànno TUTTI E TUTTE, io me l’ portto in pace” (Dato che ho dei difetti, come tutti e tutte, sono in pace con me stesso).


Insomma non abbiamo più molte giustificazioni. Se la qualifica di rettrice ancora oggi ‘ci suona male’, il problema non sta tanto nell’orecchio di chi ascolta, che si abituerà presto, ma nella bocca di chi parla e nella testa di chi, per tanto tempo, ha smesso di nominare delle donne nel “ruolo di rettore”.