Chi sono i poveri e a che servono?

Chi si occupa di storia ha imparato quanto sia antica l’ipocrisia o l’incertezza delle definizioni della povertà fabbricate dai ricchi che comandano o da chi ne traduce in forma scritta il pensiero e le idee.

Povertà

Povertà

Giacomo Todeschini 10 novembre 2020

I poveri aumentano. Le statistiche, ma anche l’esperienza quotidiana, dicono che il numero dei poveri nel mondo e anche in Italia è cresciuto enormemente. La Banca Mondiale ritiene “poveri” coloro che vivono con meno di un dollaro e novanta al giorno. Secondo questa logica i poveri nel mondo sono circa un miliardo (intorno al 13 per cento della popolazione mondiale). In Italia i “poveri” stando a questo criterio di misurazione sono circa 9 milioni, più o meno il quindici per cento della popolazione.


Com’è ovvio questo criterio e questa logica sono al ribasso.


Se infatti non si parla solo di povertà ma piuttosto di “rischio di povertà”, allora i “poveri” italiani diventano più di diciotto milioni, il trenta per cento della popolazione italiana, e quelli del mondo oltre due  miliardi, circa un terzo della popolazione mondiale.


L’espressione “rischio di povertà” è di grande interesse, e mostra con notevole chiarezza quanto profonda e storicamente complessa sia la maniera di valutare la povertà sviluppatasi in Europa o negli Stati Uniti negli ultimi cent’anni. Non a caso di recente è diventata ufficiale l’espressione “a rischio di povertà o di esclusione sociale” che, evidentemente, suggerisce una difficoltà da parte dei poteri governativi e statistici di stabilire una misura esatta della privazione o del disagio e dell’esclusione sociale che ne derivano. Si suppone dunque che la povertà economica, difficile ovviamente da misurare in termini assoluti, poiché relativa a situazioni di potere d’acquisto diverse a seconda dei contesti sociali o regionali o culturali, possa manifestarsi anche in termini, diciamo così, non esclusivamente economici, ossia come esclusione e cioè separazione effettiva dal Corpo socio-economico.


I “poveri” insomma possono essere considerati, da questo punto di vista, persone che magari hanno qualche entrata economica (insufficiente in ogni caso per vivere decentemente), e forse anche una casa, ma poco o nulla a che fare con la società che li circonda, quella di chi sta bene o quasi bene, e che si sente parte costitutiva e sostanziale del mondo.


I linguaggi ufficiali descrivono e prevedono una società che fa tranquillamente a meno dei “poveri” o di chi sia “a rischio di povertà”, che non prevede un loro significato che non sia quello di gruppo da soccorrere e dalla quale i “poveri” sono separati per gusti, consumi, passioni e interessi.


Chi si occupa di storia ha imparato quanto sia antica l’ipocrisia o l’incertezza delle definizioni della povertà fabbricate dai ricchi che comandano o da chi ne traduce in forma scritta il pensiero e le idee. Dal medioevo all’età moderna, la privazione, di denaro, di onore, di reputazione, di appartenenza sociale e familiare, era indicata per mezzo della parola latina paupertas a sua volta derivata dal termine pauper a sua volta connesso a una radice linguistica indoeuropea, pou, che indicava allo stesso tempoun piccolo animale, un soggetto debole, qualcuno o qualcosa di piccolo, sicché da questa radice sono derivate al tempo stesso parole come poco (paucus, paulus), bambino (puer o “pais” in greco), ma anche pulcino (pullus). Il “povero” è stato dunque per secoli  considerato un “minore”, al punto che la parola che lo designava si riferiva in realtà, ben più che alla sua mancanza di denaro o di beni economici, alla sua piccolezza, alla sua mancanza di potere e di status, una piccolezza paragonabile a quella dei bambini, dei pulcini e degli animaletti più deboli. Un oggetto semivisibile più che un soggetto. Nel medioevo in effetti l’opposto di “povero” (pauper) non era “ricco” (dives), ma piuttosto “potente” (potens). Il povero, socialmente impotente, politicamente insignificante, poteva quindi avere un senso se pregava per i ricchi ringraziandoli delle loro elemosine e della loro protezione.


Ma questa minorità sociale oltre che economica nascondeva in se stessa un’ambiguità poi esplosa in epoca moderna e che sarebbe perdurata sino ai giorni nostri. I poveri, i quasi poveri, quelli a rischio di povertà, proprio perché così piccoli e così invisibili, perché così difficili da inserire nel sistema di significati politici ed economici di chi governava e contava, sarebbero risultati una folla di presenze incomprensibili, all’origine di un disordine e di situazioni pericolose da aggiustare, contenere e utilizzare. Il vasto stuolo dei “poveri” ossia di chi non aveva e non contava sarebbe dunque stato per secoli rinchiuso, minacciato, combattuto, protetto, curato, istruito e addomesticato al meglio acciocché si trasformasse in gregge di docili animali da lavoro.


Fino ad oggi: epoca nella quale né l’economia politica né la solidarietà meglio intenzionata, né tanto meno il sistema di mercato, riescono a scoprire il significato e l’utilità di chi è povero o di chi sta per diventarlo.