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È cambiata l’aria culturale e politica. Se non ve ne foste accorti guardate la Rai

L’improvviso cambio di rotta del giornale di Rai 1 e quello più sperimentato del Tg2. I telegiornali trasformati in contenitori che si contraddistinguono non tanto per la scelta delle notizie da passare ma per quelle non passate.

È cambiata l’aria culturale e politica. Se non ve ne foste accorti guardate la Rai
Meloni e l’ex direttore del Tg2 Sangiuliano, ora Ministro della Cultura
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8 Marzo 2023 - 18.12


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di Marcello Cecconi

“Le prime due testate del Servizio Pubblico sono ormai ridotte a trombettieri della destra e mi pare evidente il tentativo della maggioranza di rimandarne sine die l’insediamento per continuare a spadroneggiare in totale spregio del pluralismo”. Così il Pd, attraverso un proprio membro della vecchia Commissione di Vigilanza Rai Vinicio Peluffo, ha attaccato il Tg1 e Tg2 e il Governo che da più di quattro mesi dalla sua costituzione non ha ancora rinnovato la Commissione che così “non può esercitare i suoi poteri di controllo”.

Il cambio di atteggiamento quasi immediato delle prime due testate del servizio pubblico è apparso subito evidente anche senza particolari cambi di timonieri. E se il Tg1 di Monica Maggioni ha mostrato la sua fluidità politica immediatamente dopo le elezioni si può dire che il Tg2 diretto dal 2018 da colui che sarebbe divenuto Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e adesso dal suo vice, Nicola Rao, si era preparato da più tempo fiutando, e in qualche modo anticipando, il cambiamento politico e culturale.

Un cambiamento che ormai da qualche tempo si stava annunciando e affermando nel paese e che si è concretizzato con il boom di Fratelli d’Italia che, per la prima volta nella storia della Repubblica, ha fatto della destra conservatrice il primo partito nazionale salassando Forza Italia e Lega che così debilitate son diventati partner più malleabili.

Nonostante ciò la polemica si è ancor più scaldata proprio intorno a Silvio Berlusconi, il “caimano” di difficile addomesticamento, che con la sua dichiarazione contro il viaggio a Kiev di Meloni ha causato quella risposta di Zelensky rimbalzata su tutte le testate del mondo ma che non ha trovato posto nel servizio del telegiornale di Rai 1. “Io credo che la casa di Berlusconi non sia mai stata bombardata, mai siano arrivati con i carri armati nel suo giardino, nessuno ha ammazzato i suoi parenti, non ha mai dovuto fare la valigia alle 3 di notte per scappare”. Queste le parole del Presidente ucraino oscurate da servizio del Tg1 e che la sua direttrice, Monica Maggioni, ha giustificato come un semplice errore redazionale.

I dati Agcom di gennaio raccontano che i partiti della coalizione governativa, nel mese della par condicio elettorale che ha preceduto il voto regionale in Lombardia e Lazio e dell’Assemblea nazionale costituente del Pd, hanno occupato il 60% del tempo in confronto a tutti gli altri movimenti o coalizioni. In particolare Giorgia Meloni è la più presente con il 21,91% al Tg1 con seconda posizione di Antonio Tajani con l’11,00% seguito dal Presidente Mattarella con l’8,9% e Liliana Segre con il 4,6% grazie alla Giornata della Memoria del 27 gennaio.

Il primo politico esterno alla coalizione è Giuseppe Conte con l’1,5% del tempo, poi Carlo Calenda per 1,3% del tempo mentre il primo del Pd in classifica è Pier Ferdinando Casini con l’1,2%. La classifica del Tg2 vede ancora la Meloni in testa con il 19% mentre per l’opposizione si trovano nei primi venti la Baldino dei 5Stelle e Calenda di Azione, mentre per trovare uno del Pd bisogna scendere ancora.

Al di là dei dati indiscutibili, la percezione chiara che si ha è quella di un cambiamento di rotta più evidente proprio nel Tg1 in quanto, come dicevamo, quella del Tg2 è maturata in un tempo più lungo. Insomma quella lottizzazione disegnata dai democristiani e accettata da tutti e che negli anni Settanta/Ottanta aveva suddiviso le tre reti fra i vari partiti e che era entrata parzialmente in crisi con la fluidità politica di questi ultimi decenni, pare ora rinvigorirsi di fronte a un quadro politico molto più chiaro.  

E allora mentre il Tg3 erede del “telekabul” di Curzi con tutta la terza rete, resta ancorato ai residui della sinistra e, forse meglio, dell’area dell’opposizione progressista, le altre due reti vivono spesso in contraddizione. I telegiornali fanno da rimbombo alla nuova aria culturale mentre la “pluralità di voce” resta in alcuni programmi delle due reti che sembrano però vivere o meglio sopravvivere appesi alla provvisorietà di progetti nati in un’altra era e sopportati solo per l’impossibilità di un’immediata riprogrammazione.  

I Tg1 e Tg2 hanno dato anche un nuovo taglio alle proprie edizioni abbandonando l’essenza all news lasciate a Sky e La7, che le sanno monetizzare, per divenire veri e propri contenitori (come quelli che riempiono la quotidianità Rai) che spesso si contraddistinguono non tanto per la scelta delle notizie da passare ma per quelle non passate. Si torna a valorizzare il bilanciamento del peso umorale delle notizie con “diminuzione” della tristezza della guerra, dei morti in mare e quella delle proteste studentesche di piazza, dedicando quasi metà del giornale alle passerelle della moda e all’uscita di nuovi prodotti musicali.

Non più di un minuto all’inviato embedded sul fronte ucraino e lunghi e sorridenti collegamenti con inviati “speciali” sulle “stupende” piste innevate (dimenticando che siamo purtroppo primi in Europa con il 90% delle piste con nevi artificiali) e su spiagge ancora infreddolite con interviste a gestori di stabilimenti balneari gaudenti (dimenticando che siamo unici in Europa a non applicare l’adeguamento delle concessioni). Ben arredati giovanotte e giovanotti circondano il microfono dichiarando che il bello è tornato, i tempi bui superati e che, alla barba delle bollette e dell’inflazione, risiamo tutti in pista dopo “l’esagerazione” del Covid programmata ad arte da Conte e Speranza. Che Santanché Daniela ci protegga!

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